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La nuova classe dirigente

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Scelgo di non parlare della tragedia che ha colpito l’Abruzzo; scelgo di non spettacolarizzare il dolore. Cerco di pensare a quelle genti, senza usarle.

E’ per questo che decido di parlare di un argomento “freddo”.
Di un argomento importante, ma costantemente e scientemente sottovalutato.
Cosa facciamo per formare la nostra classe dirigente?

 Io ero uno di quegli studenti che non avevano le idee chiare, che non pensavano alla propria formazione come al proprio futuro.
Sono stata fortunata, ma non è per tutti così e comunque la formazione non dovrebbe essere una questione di fortuna, mai.
La classe dirigente rappresenta la società di cui è l’espressione.
La società in cui viviamo è, non sono io a dirlo, una società in crisi.
Quindi anche l’attuale dirigenza è il prodotto di una società in crisi, che non si rinnova, si chiude in sé stessa, si atrofizza, che non ha interesse a rifondare la società a cui appartiene.
La costruzione di una nuova società non può che essere affidata a nuovi dirigenti che superino l’immobilismo e che puntino alla società dello sviluppo.
Oggi la mia generazione e quella che viene dopo di me ha bisogno di una classe dirigente che sia in grado di rispondere alle sfide lanciate dalla globalizzazione, dalla recessione, dai cambiamenti climatici, dagli enormi flussi migratori che ci stanno investendo.
La Strategia di Lisbona nel 2000 chiedeva agli Stati membri dell’UE di arrivare ad investire per i successivi 10 anni fino al 3% del PIL in ricerca, innovazione e coesione sociale. Gli Stati che l’hanno fatto (la Svezia ad esempio) hanno visto lievitare i loro tassi di crescita.
E l’Italia?
Nel 2009 prevede di investire circa lo 0,9% del PIL e nel frattempo “rifonda” la scuola tagliando professori e classi. La missione della politica oggi dovrebbe essere quella di garantire che si possano crescere dei dirigenti capaci e culturalmente pronti ad accettare le sfide del nostro tempo.
Ma è la politica la prima a non crederci.
La mancata formazione fatta dai partiti entrati in crisi ha creato un buco generazionale.

I dirigenti di oggi sono i “giovani” del 1980. E poi? Poco o niente.

Non è più tempo di non crederci.


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