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Etica e politica

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Ieri ero a Trento per un incontro sul tema “ETICA E POLITICA”.
Di seguito cerco di sintetizzare il mio intervento e le mie brevi riflessioni.

Su questo difficile tema nei sistemi democratici si discute praticamente da sempre. Pensando all’incontro, mi sono ricordata delle parole di un uomo politico.
Questi dichiarava: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze ed i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciasuna con un boss e con dei sotto boss”.
Questa intervista dura, ma a tratti molto attuale, è stata rilasciata nel 1981.

Tra il 1981 ed oggi cosa è successo?
C’è stata tangentopoli che diede vita ad almeno dieci anni di dibattito sull’etica e la politica (o l’etica della politica), dibattiti i cui effetti sul sistema politico italiano furono tempo pressochè insignificanti.
L’impegno di Berlusconi in politica nel 1994 complicò ulteriormente le cose perchè non si era mai visto un imprenditore con quei mezzi, costruire un partito politico personale e generare un colossale conflitto di interessi. Erano temi, questi, che dopo la seconda guerra mondiale non si erano mai posti prima.

Per lungo tempo, abbiamo ritenuto che la sinistra (ed il centro sinistra)  fossero immuni da questioni morali.
Credo che i fatti recenti (l’Abruzzo con la vicenda dell’ex Presidente delal Regione e del Sindaco di Pescara, la Campania), senza voler naturalmente colpevolizzare nessuno fino a che non verranno definiti i relativi procedimenti, debbano comunque farci riflettere.
Non possediamo, neppure noi, gli anticorpi che ci rendano fisiologicamente invulnerabili dalla questione morale, perchè il problema si annida non solo nelle persone meno eticamente sensibili, ma anche negli ingranaggi e nei canali del sistema.
E’ tra le pieghe dei percorsi decisionali, nelle procedure amministrative, nella poca trasparenza e nella scarsa vigilanza che si rischia di scivolare dal bene pubblico al bene privato.

E’ certo che la nostra tradizione e la nostra appartenenza non è sufficiente a salvarci dal virus dell’immoralità politica.
Alla politica spetta il compito di capire come possa accadere che l’inevitabile contiguità tra la politia e gli affari si trasformi in una commistione immorale, in corruzione, in uso della cosa pubblica per fini privati.
La politica ha delle responsabilità che vengono prima di quelle giudiziarie.

La nostra coscienza collettiva – visto che in un partito si sta per curare gli interessi generali – ci impone oggi di reagire dandoci regole più stringenti, metodi di funzionamento più trasparenti ( per esempio sulla scelta dei gruppi dirigenti e delle candidature), ferrei codici di comportamento, che garantiscano il controllo delle azioni individuali e la salvaguardia delle finalità pubbliche.

In questo senso il PD è un partito che si  dotato di un codice etico, il PDL non credo l’abbia; altri partiti si sono dotati solo di un codice limitato alle candidature.
Cosa dice il ns codice?
Leggo testualmente: “Le donne e gli uomini del partito democratico ispirano il proprio stile politico all’onestà ed alla sobrietà. Mantengono con i cittadini un rapporto corretto, senza limitarsi alle scadenze elettorali. Non abusano della loro autorità o carica istituzionale per trarne privilegi; rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite”.

Lo spessore di un partito e la sua statura morale si vedono da come reagisce alle avversità: la nostra reazione, pur non essendone immuni, deve essere diversa da quella del PDL (non dobbiamo gridare al complotto, non dobbiamo minimizzare e non dobbiamo cercare leggi ad apersonam).
Noi dobbiamo essere  (e siamo) consapevoli che nessuno può tirarsene fuori.
Se il PD vuole aggredire la questione morale, se vuole prevenire il suo sorgere deve ripartire dalle ragioni per cui è nato, recuperando lo spirito e le speranze che ha suscitato nella fase costituente: cambiare la politica italiana e rinnovare il rapporto tra politica e cittadini.
Perciò dobbiamo continuare a voler cambiare noi stessi, prevedendo norme vincolanti sui principi di trasparenza interna, di selezione delle classi dirigenti, di regole etiche e di garanzia.
E dobbiamo accelerare i processi per formare una nuova leva di dirigenti del PD, non più degli ex ds o ex margherita.
Da questo punto di vista, in questi mesi abbiamo osservato il sorgere di un fenomeno preoccupante tra il largo consenso popolare a sostegno del PD, tra le sue caratteristiche orginiarie di partito di elettori e di iscritti ed un pericoloso ritardo nel detemrinare le forme di democrazia interna, fino al rischio che continuino a permanere le vecchie appartenenze.

Il pluralismo nel PD deve essere un pluralismo delle idee delle persone: il pluralisnmo in forma correntizia non è a mio avviso un fattore di arricchimento. Ed è importante far crescere qualcosa di nuovo che coinvolga anche i non ex piuttosto che preoccuparsi di difendere la posizione di partenza.

Oggi ho sottoscritto l’accettazione di candidatura.
Oggi il mio partito mi ha chiesto di sottoscrivere anche l’impegno al rispetto delle norme del Codice Etico.
Oggi ho sentito di far parte di un partito, del mio partito, del partito che voglio.

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