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“D’Alema ha sbagliato su Tarantini”

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Intervista a Debora Serracchiani di Barbara Romano per ‘Libero’.

”Serracchiona”, sì. Ma non chiamatela Uolterwoman. «Io non sono una raccomandata di Veltroni», giura Debora da Spinaceto, naturalizzata a Udine. Il neo-fenomeno del Pd è esploso in primavera all’assemblea dei circoli di Roma, dove dall’alto del suo metro e cinquanta e dei suoi trentotto anni, in dieci minuti ha fatto a pezzi il gotha sinistrorso impartendo una dura lezioncina ai D’Alema, ai Rutelli e ai Franceschini. Molto “fenomeno” e poco “neo” per più di qualcuno del centrosinistra, che ha intravisto l’ombra di “Walter” dietro la Savonarola friulan romana con la frangetta e le ballerine. «Io non ho sponsor nel partito, la mia è una storia veramente unica», insiste la Serracchiani, sorriso di Heidi e piglio da lottatore di sumo: da quel 21 marzo non ha più smesso di menare sganassoni ai leader del suo partito.

Ha finito di rompere le balle ai big del Pd?
«No, sono solo all’inizio. Non so se fare politica significhi rompere le balle, ma credo ci sia bisogno di persone che ancora dicono quello che pensano. E se lo fanno per il bene del partito e non per un interesse personale non può che fare bene a tutti».

Non è nemmeno apparsa sulla scena che ha subito cominciato a fare le pagelle: 4 a Rutelli, 5 a D’Alema, 6- a Veltroni, 6 a Franceschini…
«È stato un gioco, anche se l’ho fatto seriamente. È giusto che qualcuno si preoccupi del rendimento dei politici e ricordi loro che devono produrre risultati».

Ma a lei – ha chiesto D’Alema – chi ha dato la cattedra?
«Lui ha reagito ironicamente».

Alla faccia!
«Il fatto che mi abbia risposto vuol dire che mi ha ascoltato».

Modesta la “prof”.
«Le assicuro che non aspiro a quella cattedra».

Ma se ogni volta che la invitano a una trasmissione si mette a dare voti…
«È capitato un paio di volte».

Non si sarà un po’ montata la testa dopo l’exploit del 21 marzo?
«Continuo a mantenere i piedi per terra».

Non si direbbe…
«Mi sono candidata alla segreteria del Pd del Friuli Venezia Giulia come gesto concreto per mettermi di nuovo alla prova col voto».

Scusi, a cosa aspirava a 38 anni, alla segreteria del Pd?
«Neanche nei miei retropensieri».

Dica la verità, che invece un po’ c’ha creduto quando Veltroni lanciò l’idea del ticket con Franceschini.
«No, non c’ho mai pensato. Infatti poi ho deciso serenamente di ritirarmi dalla corsa».

Infatti, l’“astro nascente” dopo due mesi si è smosciato al Lingotto, all’assemblea dei “piombini”, dove lei ha annunciato che appoggiava Franceschini.
«È stato un gesto molto ponderato, per certi versi il più difficile. Non avevo nulla da perdere. Potevo lanciare la mia candidatura e come andava andava».

Allora è vero che all’inizio c’ha fatto un pensierino.
«Mannò. All’interno di un partito che soffre già di tanti protagonismi, non mi interessava aggiungerne un altro. Non volevo creare un ulteriore elemento di frammentazione con un quarto candidato».

A lei che si è tanto battuta contro la nomenklatura, non fa specie che non ci sia nemmeno un giovane candidato alla segreteria?
«Io credo che un partito non debba scegliere un segretario perché giovane, ma perché lo reputa capace di realizzare una mediazione in un’area così grande come il Pd».

E secondo lei Franceschini è in grado di tenere assieme tutte le anime del Pd?
«Sì, perché l’ho visto alla prova».

Ma se i dalemiani gli hanno già intonato il de profundis e i teodem lo considerano un traditore…
«Io credo che lui possa rappresentare tutto il Pd».

Quando vincerà il Pd?
«Sono molto fiduciosa che ciò possa accadere già alla prossima tornata elettorale».

Come può realisticamente credere in una vittoria a breve del Pd, che ha perso sette punti dalle Politiche alle Europee, passando dal 33,17% al 26,13%?
«Invece c’è stata una risalita alle Europee, noto un certo risveglio dell’interesse della gente nei confronti del Pd. Se, finito il congresso, lavoreremo seriamente a una vera alternativa di governo, ce la potremo fare anche alle prossime Politiche».

Quando si ritirò per cedere il passo a Franceschini disse che lo aveva fatto perché le è simpatico. Non le pare un po’ deboluccia come motivazione politica?
«Era una battuta. Ma fino a un certo punto».

Fece incazzare molti nel Pd.
«Scatenò quel fuoco amico perché faceva paura questa mia faccia nuova che poteva rappresentare una variabile impazzita».

Perché non disse la verità, e cioè la “variabile impazzita” era dovuta rientrare nei ranghi per tutte le pressioni che aveva subito dal partito?
«La mia è stata una decisione autonoma, che ho preso in tutta serenità».

Nei congressi dei circoli Franceschini è in caduta libera. È pentita di aver puntato sul cavallo perdente?
«Scherziamo? I congressi servono solo a individuare le persone che vanno alle primarie. Che gran parte del partito stesse con Bersani era noto».

Lei crede che le primarie possano davvero ribaltare il responso degli iscritti?
«Perché no? Anzi, ne sono convinta».

Poco dopo disse:
«Ma anche D’Alema mi è simpatico».

Soffre di veltronite cronica o ha abbassato la cresta?
«D’Alema tifa per la Roma, non può non essermi simpatico».

Franceschini la chiamò dopo il votaccio che gli aveva dato. D’Alema?
«Sì, mi chiamò, ma per felicitarsi della mia elezione al Parlamento europeo».

Che le disse?
«Che lo rendeva felice sapermi a Bruxelles».

Ci credo. Non le è mai venuto il sospetto che l’abbiano mandata in Europa per togliersela dai piedi?
«L’idea un po’ mi ha sfiorato. Ma in tutta onestà è l’ultimo dei miei pensieri».

Da donna non è delusa che non ci sia neanche una candidata alla segreteria?
«Certo. Però noi non abbiamo bisogno di persone che si candidino perché donne, ma di donne che facciano politica bene e soprattutto che vengano messe in condizioni di farla».

Il Pd valorizza abbastanza le donne?
«Il Pd più degli altri, ma non abbastanza. Il problema non è tanto candidare le donne, ma farle eleggere. Nel Pd mancano le elette, così quella a favore delle donne rischia di apparire una politica di facciata».

Lei è favorevole alle quote rosa?
«L’idea non mi piace. Ma finché non c’è un gesto spontaneo di apertura verso le donne, ben vengano le quote rosa. Il Friuli Venezia Giulia ha già varato una legge che prevede che almeno un terzo della giunta sia affidato alle donne».

Margaret Thatcher non ha mica avuto bisogno delle quote rosa.
«Neanche Nilde Jotti. Ma in questo momento storico manca la disponibilità degli uomini a far spazio alle donne, anche nel Pd».

Lei non è stata eletta perché sono state applicate le quote rosa alle liste?
«Io sono stata messa in lista su una richiesta precisa della base. Non so se mi ha aiutato il fatto di essere donna e giovane. Può darsi».

Cos’ha pensato quando il Tar ha azzerato la giunta provinciale di Taranto, targata Pd, perché non c’era un’adeguata rappresentanza femminile?
«Che si poteva evitare questa figuraccia rispettando le regole che ci siamo dati».

Come spiega che gli attacchi più feroci nel suo partito lei li abbia subiti dalle donne?
«La prima cosa che ti dicono quando inizi a far politica è che difficilmente le donne votano le donne. Quindi non mi hanno stupito gli attacchi. Siamo messe in condizioni di farci una concorrenza spietata perché dobbiamo fare sempre più degli uomini. Nel Pd non c’è uno spirito di squadra tra le donne».

Quegli attacchi sono stati dettati da scarso rispetto o da invidia?
«Da invidia».

Che quadro viene fuori del rapporto tra le donne e i politici del Pd dal caso Tarantini?
«Un quadro che mi avvilisce, perché dà un’immagine delle donne che non mi appartiene. Non mi piace che gli uomini pensino che la donna sia solo quello. È imbarazzante».

Cosa l’ha imbarazzata di più della affaire Frisullo?
«Quello che più mi ferisce è l’idea che questo scambio di donne e favori, frutto del potere, in fondo sia considerato normale. Anzi, da parte di qualcuno c’è persino la tendenza a giustificare certi comportamenti».

Ce l’ha con D’Alema? È stato lui, alla festa del Pd di Perugia, a dire che non c’è paragone tra le cene dei politici del Pd con Tarantini e quelle di Palazzo Grazioli.
«Ecco, appunto, non credo che in questa situazione siano opportune le giustificazioni. C’è invece la necessità di assumere una posizione ferma contro un sistema così degenerato. La questione morale è centrale. Mi piacerebbe che la politica tornasse a essere percepita come una cosa fatta da persone per bene».

Sta dicendo che non ci sono persone per bene nel Pd?
«No, ma nell’opinione pubblica si percepisce questa mancanza di rispetto per le donne che certo non giova al nostro partito e alla politica in generale».

C’è una donna che stima nel centrodestra?
«Ho un po’ di pregiudizio perché non mi piace il modo in cui sono state selezionate».

In altre parole, sono tutte belle e raccomandate?
«La Meloni mi dà l’idea di essere preparata, almeno sulle politiche giovanili. Ma non stimo nessuna donna di questo governo. Semmai, Margherita Boniver, che si occupa da una vita di Affari esteri, tema sul quale ha una conoscenza apprezzabile».

Non reputa un po’ presuntuoso esprimere giudizi su persone che hanno il doppio della sua storia politica?
«Tra i tanti difetti che ho, sicuramente non c’è la presunzione. Non c’è nulla di male a dire quello che si pensa, non ci sono delitti di lesa maestà. Basta farci su una bella risata e cercare di migliorare il voto».

Ma lei dov’era vent’anni fa quando D’Alema e Bersani rottamavano il Pci con Achille Occhetto?
«Nell’89 mi ero appena iscritta a Giurisprudenza a Roma, anche se vivevo a Spinaceto, in provincia di Roma. Ero da poco tornata da Londra perché, subito dopo la maturità, mio padre mi aveva regalato un biglietto aperto. Dovevo stare lì un mese, sono rimasta quasi un anno lavorando e studiando».

Quando ha scoperto il sacro fuoco per la politica?
«Nel 2003, quando ero già da tempo a Udine dal mio compagno».

Da Spinaceto a Udine per amore.
«Riccardo, che è romano anche lui, si era trasferito lì nel 1994 per lavoro. Il 6 dicembre di quell’anno mi laureai e il 3 gennaio 1995 ero già a Udine».

Innamorata pazza.
«E molto incosciente. È tipico di quell’età. Avevo da poco compiuto 24 anni. Ma non rinnego quella scelta, che mi ha molto arricchito».

I suoi come la presero?
«Per loro fu una grande sofferenza. Non mi fecero scenate e io sottovalutai l’impatto della mia partenza su di loro. Pensai che non avessero bisogno di spiegazioni. Di questo mi pento, sono stata un’egoista».

Cosa l’ha fatta innamorare di Riccardo?
«La sua voce e il fatto che fin da subito mi ha dato delle certezze. Il primo che consulto nelle mie scelte è lui, perché sa essere molto critico e cinico, e spesso ci prende».

È stato il suo primo amore?
«No. Mi innamorai per la prima volta a 18 anni di un compagno di liceo più grande di me. Fu davvero una passione travolgente. Il colpo di fulmine arrivò durante un’assemblea d’istituto. Ma durò poco perché c’erano problemi».

A quando le nozze con Riccardo?
«Non è che io sia tanto propensa al matrimonio».

Orgogliosamente coppia di fatto per tutta la vita?
«Orgogliosamente. Non voglio godere di certi diritti solo perché sposata. Mi sembrerebbe di svilire la coppia e di dare un’importanza al matrimonio che non merita in quanto istituzione».

Non è credente?
«Sì, ma non sono praticante».

Come concilia la sua fede con l’atteggiamento dissacrante che ha nei confronti del matrimonio?
«Sono una cattolica “fai-da-te”. Sono stata dalle suore francescane fino a 14 anni. Sento il bisogno di credere in qualcosa, e mi sta benissimo che sia Dio. Ma non sono così credente da accettare anche i precetti della Chiesa. Infatti, anche se ho fatto la cresima, non vado a messa e non mi confesso. Preferisco farmi una bella chiacchierata fuori dalla parrocchia con tanti preti che conosco».

Cosa fa quando non lavora?
«Prendo i miei due cani, Matilda e Beatrice, e vado a fare lunghe passeggiate con il mio compagno».

Non ha il desiderio di un figlio?
«In questo momento no».

Lei che figlia è stata?
«Leggermente eretica, non ero affatto obbediente».

Da che famiglia proviene?
«I miei ora sono in pensione: mio padre era un impiegato Alitalia e mia mamma una casalinga».

“Serracchiona” sta per secchiona?
«No, non ho mai studiato molto perché riuscivo a memorizzare subito. E poi mi dividevo tra mille passioni».

Tipo?
«La pittura, il tennis, lo spagnolo che ho studiato privatamente. Poi è venuta la politica, che mi ha portato fino a Bruxelles».

La nomenklatura che lei ha bocciato l’ha fatta eleggere al Parlamento europeo.
«Uno dei motivi per cui mi piace Franceschini è proprio il fatto che accetta le critiche».

La sua candidatura maturata da un discorso di dieci minuti ha fatto rodere parecchio i quarantenni.
«Devono farsene una ragione».

Fausto Raciti ha detto: «Un ottimo intervento, ma non è un titolo sufficiente per fare l’eurodeputata».
«È chiaro che io sono stata davvero fortunata, non dovevo essere lì quel giorno. Ho deciso all’ultimo minuto, quindi mi sono portata dietro la bozza d’intervento che avevo fatto sull’onda dell’incazzatura all’indomani delle dimissioni di Veltroni».

Un discorso riciclato?
«Sì, lo avevo già letto alla direzione regionale del mio partito senza ottenere quel riscontro».

Eppure qualcuno ha detto che quell’intervento glielo aveva scritto Veltroni.
«Mi sono sentita dire tante cose brutte, questa è quella che mi ha ferito di più».

Con Veltroni non vi conoscevate già?
«Io non lo avevo mai visto prima del 21 aprile, quando venne a Udine per un’iniziativa che avevamo organizzato da tempo».

“Walter” non l’aveva chiamata dopo che lei gli aveva mandato una mail all’indomani delle sue dimissioni?
«In quanto segretario del Pd di Udine scrissi al partito quello che pensavo, come avevano fatto in molti».

Pentita di essersi buttata in politica?
«No, perché mi diverte ancora tanto».

È questo il Pd che lei immaginava?
«Lo sento come la mia casa, ma mi auguro che possa migliorare. C’è ancora parecchio lavoro da fare».

A quanto ammonta la sua ultima dichiarazione dei redditi?
«Sono intorno agli 86.000 euro lordi, tutti derivanti dalla mia professione di avvocato».

Riprenderà a fare l’avvocato se Bersani vincerà anche le primarie?
«Sto continuando a fare l’avvocato. È fondamentale per chi fa politica mantenere un’indipendenza economica».

Un futuro nel cinema ce l’ha, visto che Tinto Brass le ha proposto di fare un film.
«Ho trovato molto simpatica la sua proposta, mi sono divertita moltissimo a quella trasmissione radiofonica, sia con lui che con Mauro Corona».

Corona ha detto che lei ha un «un culo dolomitico».
«Aveva bevuto quaranta birre. Il mio ego femminile non ha potuto che goderne, ma a me piace molto non prendermi sul serio».

Non si direbbe…
«È così, io sono molto autoironica».

Qual è la prima cosa che lei nota in un uomo?
«La voce».

Non il sedere?
«No, ma non vale il contrario: la prima cosa che guardano gli uomini sono il seno e il culo. E noto che cade spesso l’occhio sul mio lato B». (Libero, 4 ottobre 2009)

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