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Relazione del segretario.

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Riporto il testo integrale della mia relazione all’Assemblea regionale.

Care Democratiche, cari Democratici,

voglio iniziare il mio intervento con un grazie: è il grazie che sento di dover rivolgere a tutti coloro che hanno lavorato per il successo del Partito Democratico alle primarie del 25 ottobre. Ma è un grazie che tutti noi dobbiamo a quei 52.246 votanti, oltre il 31% degli elettori delle europee, che 15 giorni fa ci hanno mandato un messaggio preciso e forte.
Perché questo è il dato da cui si comincia e su cui dobbiamo tenere fisso lo sguardo: le primarie hanno detto con chiarezza che il nostro elettorato vuole il Partito Democratico ed è pronto a mettersi in fila di domenica per farcelo sapere.
Nel 2007 ci siamo posti l’obiettivo di fondere definitivamente le culture riformiste della storia politica italiana, unendo un popolo separato solo dalle sigle di partito. Il nostro elettorato, il 25 ottobre, ci ha dimostrato che il Partito democratico è, a tutti gli effetti, qualcosa di più della somma aritmetica delle componenti che vi si riconoscono, storiche o recenti, così come delle sottrazioni che può patire per l’insofferenza o il calcolo di qualche singolo. Non possiamo più permetterci, il Paese non può più permetterselo, di fare aggregazioni o fusioni avendo in vista solo il momento in cui arriverà la scissione, o si presenteranno le condizioni favorevoli per la creazione di un’altra énclave politica. Questo è precisamente l’atteggiamento che tiene indietro la politica nel nostro Paese.
Il Partito democratico, invece, è la modernità che entra irresistibilmente nel centrosinistra e dichiara che i problemi di oggi non sono più quelli del Novecento, delle ideologie, dei blocchi, delle contrapposizioni sociali nette, né delle trattative minuscole nei retrobottega. I problemi di oggi richiedono di essere affrontati con strumenti diversi.
Il nostro mondo è più complesso, veloce, esigente di quanto in questo momento stiamo immaginando. Siamo già ora in ritardo.
I partiti, in particolare nel centrosinistra, inseguono lo sviluppo della società, anziché a quella società offrire un orizzonte e una prospettiva comune.
Io ho fiducia che il ritardo possa essere recuperato.
In primo luogo perché abbiamo avuto il coraggio di metterci in discussione pubblicamente e democraticamente. Abbiamo ripreso il dialogo con il nostro elettorato, abbiamo allargato la platea dei nostri interlocutori, abbiamo approfondito le tematiche che sentivamo più nostre.
E poi perché abbiamo saputo confrontarci, dividerci, contarci al nostro interno, rimanendo ancorati alla certezza che il PD è la casa comune, il punto di partenza e di arrivo. Anche nei confronti più aspri ci siamo sforzati di non oltrepassare il limite del rispetto reciproco, salvo qualche personale cedimento.
Ora, finalmente, siamo arrivati al punto da cui si ricomincia.
A livello nazionale, Pierluigi Bersani è il segretario che ci guiderà per i prossimi 4 anni e con cui io per prima lavorerò, lealmente e proficuamente. Lo farò senza riserve, pur avendo sostenuto in prima linea la candidatura di Dario Franceschini. So che lo stesso farà chi era con Ignazio Marino.
Sabato, Bersani ha dichiarato che adotterà un metodo che valorizzi il partito come organismo vitale e plurale, indicando degli obiettivi di massima sui quali ci impegniamo a lavorare con lui.
Dopo il momento delle mozioni, della competizione e della soddisfazione per il risultato ottenuto, viene il momento della sintesi, che deve essere nel merito politico e nella concreta rappresentanza.
Questo metodo credo possa avere utile applicazione anche nella nostra realtà regionale, la quale esprime delle peculiarità che stimolano a soluzioni avanzate. In Friuli Venezia Giulia, infatti, nessuna delle mozioni nazionali ha superato il 50%, e da questo dato deriva al segretario regionale una rafforzata richiesta di equilibrio nel rapporto con il partito nazionale.
Sul piano regionale invece, in modo speculare rispetto quanto avvenuto con Bersani, il consenso ha premiato la mozione che si riconosceva nelle mie linee programmatiche.
Ho dunque la responsabilità di rispettare l’indicazione che gli iscritti e gli elettori  hanno espresso col voto. Ma, nel riconoscere il consenso raccolto dalle altre mozioni, mi assumo anche la responsabilità di lavorare per una sintesi unitaria più avanzata.
A impormelo non è l’opportunità o il desiderio di avere pace in casa e neppure i tanti “suggerimenti” che mi sono da più parti giunti e dei quali ringrazio, ma in primo luogo l’idea che ho del Partito Democratico, che ho ripetuto con costanza negli ultimi mesi: un partito che sappia dare voce a tutti, che si confronta, e che con il metodo della democrazia decide. Ma soprattutto un partito plurale e solido.
Penso che un partito moderno e grande non possa che essere composito, come lo è un grande Paese o anche la stessa nostra regione. Ma proprio per questo motivo, se ci possono essere nel nostro partito componenti numericamente minori, non ci devono essere componenti che si sentono poco importanti o anche solo tollerate. Ed è perciò che alzare la voce potrà forse produrre un’eco mediatica, ma certo non sarà il metodo per influire sulla linea del PD.
Entrare in quest’ottica e farla intimamente propria sarebbe un notevole passo avanti per il PD, anzi sarebbe proprio il segno che è iniziato il rinnovamento.
L’istanza del rinnovamento è stata una delle insegne sotto cui ho condotto la mia campagna congressuale, e da cui sono determinata a non derogare, sostenuta dal fatto che anche Vincenzo Martines e Cristina Carloni, in modi differenti ma non contrastanti, hanno espresso e incarnato aspirazioni di rinnovamento. Su questo punto bisogna essere chiari: il nostro elettorato ci ha dato fiducia ancora una volta, ma non sopporta più di vedere divisioni, litigi, rincorse personalistiche e lotte di potere. Spetta a noi tutti il compito, gravoso e esaltante, di non tradire questa fiducia.
Il congresso ci ha arricchito e cambiato tutti, ma il congresso è finito.
Diventano allora incomprensibili certi riposizionamenti, cui assistiamo a livello nazionale, che rivelano pregiudizio politico e conseguente premeditazione tattica. Chi abbandona ora il PD dimostra di non aver creduto fino in fondo in questo progetto.
Chi invece in questo progetto ci ha creduto e continua a crederci, deve rimettersi al lavoro. Lo dobbiamo in primo luogo a quei 52mila che ci hanno dato fiducia e che non bisogna assolutamente deludere. Loro ci chiedono di tornare a fare politica, a occuparci dei loro problemi.
Nella nostra realtà ci attendono difficoltà senza precedenti, a partire dalla crisi finanziaria.
Il bilancio regionale, com’è noto, dovrà affrontare una riduzione pesantissima delle entrate, che diventerà ancora più drastica nel bilancio del prossimo anno. E, al momento, non abbiamo nemmeno elementi che ci permettano di prevedere le successive articolazioni della crisi.
Un grande partito che è all’opposizione non può limitarsi ad attendere l’iniziativa di chi governa, ma ha il dovere di svolgere una sua analisi e di proporre soluzioni. Occorre dunque che il partito, nei prossimi 45 giorni, si confronti con i territori e con il tessuto sociale su questo tema.
Il gruppo consiliare regionale non dev’essere lasciato solo a elaborare la proposta alternativa del PD sul bilancio, ma dev’essere sostenuto da tutti gli organi del partito e dagli amministratori degli enti locali, sui quali duramente si faranno sentire gli esiti delle riduzioni nelle poste di bilancio. Ed è per questo motivo che con il gruppo consiliare regionale porremo in calendario degli incontri sui territori con gli amministratori locali e con le parti sociali.
Da pochi giorni sono state presentate le linee del sistema sociosanitario, che assorbe oltre la metà del bilancio regionale. Su questo punto fondamentale della spesa regionale il Partito democratico deve dire quello che pensa: apriremo una discussione con la quale dovremo avanzare le nostre proposte per ridurre la spesa mantenendo i livelli delle prestazioni.
Rimane poi imprescindibile adottare tutte le azioni affinché sia finalmente rispettata la sentenza della Corte costituzionale che riconosce al Friuli Venezia Giulia la quota Irpef pagata dai nostri pensionati. Dev’essere chiaro a tutti che il mancato rispetto da parte del Governo di questa sentenza ha conseguenze immediate e gravi sul tenore di vita e sui servizi erogati ai nostri concittadini. Il Partito democratico lancerà una mobilitazione popolare affinché i nostri diritti non siano calpestati da un governo succube di un partito, la Lega, che proclama il federalismo ma che nei nostri confronti è complice del centralismo romano. Non ci limiteremo a questo: chiederemo che ci venga trasferita anche la compartecipazione relativa ai dipendenti dello Stato.
Con questo metodo, improntato al largo confronto e alla partecipazione, il partito affronterà l’altra impellente emergenza che incombe sulla comunità regionale: il problema del lavoro, primo per le conseguenze di cui è portatore.
Anche solo pochi crudi numeri esprimono le dimensioni del problema: l’incremento della cassa integrazione ordinaria da settembre 2008 a settembre 2009 è del 476%, superiore al dato nazionale, che è del 437%; 38mila assunzioni in meno nel periodo gennaio-settembre 2008 gennaio-settembre 2009; importazioni -32,9%, esportazioni -23,4.
Occorrono interventi strutturali sul mercato del lavoro che la regione non sta mettendo in cantiere, occorre facilitare l’accesso al credito delle piccole e piccolissime imprese.
Urgente inoltre la partita delle infrastrutture, che sono in questo momento a gravissimo rischio. E ciò avviene non per caso, ma per effetto di precise scelte politiche che vengono  fatte a Roma dal governo nazionale con l’avallo dalla giunta di centrodestra. E’ un danno enorme quello che viene inferto alle opportunità di sviluppo regionali, che vengono private del loro futuro. Lo ha detto anche un osservatore non sospetto, l’amministratore delegato delle Generali: come si può pensare di innescare la ripresa in un territorio sempre più isolato e irraggiungibile?
Ugualmente, dovremo aprire un ampio e approfondito dibattito sulle tematiche più scottanti che toccano il mondo della scuola, con i problemi del precariato, dell’università, alle prese con la recente riforma Gelmini, e della ricerca scientifica, cui la regione deve guardare come a un volano anche per le risorse umane.
Queste sono solo alcune delle emergenze che richiedono immediata attenzione e impegno, e siamo consapevoli del fatto che sono espressione di una difficoltà di sistema, che deve essere affrontata globalmente.
E questo è ciò che si propone di fare il Partito democratico, il quale deve perciò proporsi un obiettivo a lungo termine. Dobbiamo concretizzare il nostro riformismo costruendo un progetto programmatico che guarda al 2013.
Ed è guardando a quella scadenza che intendo convocare il prossimo anno una conferenza programmatica, che allarghi lo spettro degli interlocutori al di la dei confini del partito e che ci conduca anche alle amministrative del 2011, affrontando anche il tema della riforma dello statuto regionale e dell’ordinamento delle autonomie locali.
La sfida è costruire una proposta di governo da offrire alla regione, capace di entrare in relazione con la società capillarmente, profondamente e in modo convincente, ossia di incidere, invertendone il segno, sul consenso di cui attualmente gode il centrodestra e su cui si sorregge il suo governo. Altrimenti, saremo ancora costretti ad attendere i suoi errori e le sue divisioni, che dubito si ripeteranno.
Solo sulla base di un progetto programmatico chiaro e riconoscibile si può ambire a una forte leadership, che non deve essere cercata fuori dal partito ma al suo interno, attraverso un percorso di formazione, valorizzazione e condivisione. Con un binomio solido dato dal programma e dalla leadership che lo esprime sarà possibile aprire un confronto con le altre forze politiche, con i movimenti e le formazioni civiche, per costruire un sistema di alleanze funzionale non solo alla sconfitta del centrodestra, ma a garantire una governabilità regionale democratica ed esente da ricatti. Già oggi, però, dobbiamo prendere l’iniziativa affinché le forze dell’opposizione rafforzino l’intesa che le guida nella loro opera.
Lo stesso metodo di lavoro, basato sulla formazione e sulla valorizzazione dei talenti, deve essere applicato per creare le condizioni necessarie alla nascita e alla crescita di una nuova classe dirigente capace di dare nuova forza, vigore e radicamento al PD nelle realtà locali e non solo. È il concetto di squadra a cui spesso mi sono riferita, è il senso vero dell’essere un partito.
Nulla di tutto ciò è possibile se il partito non si articola al suo interno secondo regole semplici ma efficienti. A due anni dalla nascita, il nostro partito non è ancora riuscito ad approvare il suo statuto: è quindi prioritario e urgente porre rimedio a questa mancanza.
La bozza dello statuto che è stata distribuita è il testo base, ed è frutto del lavoro della precedente assemblea. – E qui vorrei ringraziare anche il segretario uscente Bruno Zvech per il suo lavoro -  Con l’aiuto dell’apposita Commissione, che costituiremo oggi, questo statuto dovremo approvarlo quanto prima.
Alcuni punti desidero siano posti in evidenza.
Per quanta riguarda i tempi e le modalità per il rinnovo degli organi provinciali, li decideremo assieme e rapidamente, in sede di approvazione dello statuto.
Per quanto riguarda la Direzione regionale, confidando in una rapida approvazione dello statuto, penso a un organo di direzione politica improntato a snellezza e operatività, tale da non svuotare l’Assemblea dei suoi poteri, che è mia intenzione convocare non saltuariamente.
Il PD è l’unico partito ad avere un codice etico, strumento essenziale ed irrinunciabile. Per rinnovare il partito intendo rispettarlo e valorizzarlo, riproponendo il ruolo dei partiti e della politica quali strumenti al servizio dei cittadini.
Per favorire il ricambio della classe dirigente e per garantire la democraticità e trasparenza delle candidature dobbiamo porre in opera due strumenti: le primarie di collegio per le liste di Camera e Senato, come affermato dal segretario nazionale, e un limite ai mandati istituzionali e politici, che riguardi anche quelli già effettuati al medesimo livello istituzionale, come richiesto anche da Enzo e Maria Cristina.
Il finanziamento della politica, a qualunque livello, è un problema che dobbiamo porci seriamente e risolvere nella massima trasparenza e con un’ottimizzazione delle risorse.
Il Partito deve radicarsi e poter lavorare con gli strumenti necessari: le sedi che ci mancano, la promozione dei nuovi circoli sui posti di lavoro e di studio, una minima dotazione di risorse ai circoli per la loro autonoma attività di presenza sul territorio. I circoli, peraltro, saranno valorizzati anche con periodiche assemblee loro dedicate. Fondi occorreranno anche per un’attività di formazione politica, della quale devono essere investiti tutti i livelli del partito, che si svolga indipendentemente dalle soluzioni di continuità delle segreterie.
A fronte di queste esigenze, il partito regionale dovrà saper individuare forme di finanziamento, a partire da un’equa ripartizione delle risorse interne.
Queste sono i requisiti per essere un partito autonomo, non solo negli enunciati.
L’autonomia del partito è specchio di quella regionale, ed ha per noi un valore fondativo anche sotto un altro punto di vista, in quanto siamo una parte politica che si propone di assumere la rappresentanza generale dei cittadini, non quella di specifici settori sociali. La nostra identità non nasce dalla contrapposizione ma dalla collaborazione e dall’inclusione, a cominciare dai più deboli.

Abbiamo detto e propugnato la necessità che il PD sia un partito federale e federato, e questa nostra vocazione la confermiamo. Non perché vogliamo metterci in competizione con chi del federalismo fa una bandiera populista ed elettorale, ma perché questa è la nostra storia e la nostra vocazione. Perché questo nostro Friuli Venezia Giulia è un vero compendio dell’Europa unità, di cui è stato e intende rimanere laboratorio sperimentale e coraggiosa avanguardia.
Abbiamo anticipato l’evoluzione dell’integrazione europea, instaurando un sistema di relazioni e collaborazioni con i Paesi confinanti, ben prima della caduta del Muro che ricordiamo oggi.
Il Partito democratico è erede di questa tradizione, e non esaurisce il suo ruolo spodestando il centrodestra dal governo regionale. Ha il compito fondamentale di impedire che il Friuli Venezia Giulia perda le posizioni che si è conquistate col lavoro e l’ingegno della sua gente, e quello storico di creare i presupposti per tornare protagonista. Per farlo, occorre ritrovare fiducia in noi e ridarla alla nostra regione.
E’ una sfida alta, difficile e ambiziosa. Ma noi siamo qua per raccoglierla e vincere.

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