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Giorno del Ricordo.

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Signor Presidente della Repubblica,
 
il 10 febbraio la Repubblica Italiana ricorda le complesse vicende che hanno coinvolto i giuliani, fiumani e dalmati nel corso del Novecento. Oggi, in una situazione per fortuna radicalmente diversa, abbiamo l’obbligo di non dimenticare il passato.
Il Giorno del Ricordo ci esorta a rammemorare quello che in questa regione è stato il “secolo breve”, ad aver presenti le tragedie della repressione cui sono state sottoposte popolazioni di lingua e cultura diversa.
Ci impegna oggi a ricordare quello che gli italiani della costa orientale dell’Adriatico hanno pagato sulla loro pelle, costretti ad abbandonare i loro luoghi e case, le loro tradizioni, la loro antica civiltà, addirittura le loro tombe.
Ci sollecita a ricordare che in queste terre, come in tante altre parti d’Europa, si sono intrecciate e sommate con effetti devastanti per tanti innocenti le responsabilità degli opposti nazionalismi e totalitarismi.
Ci prega di conservare segno interiore del sangue versato nelle voragini carsiche.
Il 10 febbraio, dunque, ricorda l’esodo di un popolo; ma ricorda anche la capacità che questo popolo ha avuto di reagire, di rispondere con l’impegno, con una collaudata laboriosità, nei contesti drammaticamente diversi in cui si è venuto a trovare, spesso indifferenti od ostili.
Ciò, e bisogna dirlo senza reticenze, fu reso ancor più difficile dall’atteggiamento irriconoscente e scostante delle istituzioni repubblicane, che tanto a lungo tardarono a capire la portata morale e civile dello sradicamento violento di una regione d’Italia. E ancor più a lungo tardarono nel deliberare i dovuti ed equi risarcimenti morali ed economici. Provvedimenti ancor oggi in larga misura disattesi. E ciò non va riferito solo al più clamoroso, quello dell’equo e definitivo indennizzo, ma anche a quei beni nazionalizzati e tuttora di proprietà di istituzioni statali o comunali che, anche alla luce del diritto europeo, dovrebbero essere restituiti ai legittimi proprietari. Non si tratta di risuscitare vecchi motivi di contesa, ma di favorire processi di ricomposizione e integrazione.
Del resto, la lezione che viene dal comportamento degli esuli istriani, fiumani e dalmati rafforza questa convinzione. In Italia e nel mondo essi hanno saputo dare un contributo di ingegno, di operosità, di cultura, allo sviluppo dei luoghi in cui si sono ricostruiti una casa, primo fra tutti Trieste per gli antichi legami che la città aveva da sempre con le loro terre.
E non si tratta solo di ricordare, ma di pensare al futuro. I giuliani, fiumani e dalmati di lingua italiana hanno la capacità e la volontà di dare un loro specifico contributo alla costruzione di una nuova stagione per l’Adriatico, nell’interesse dell’Italia e dell’Europa, che anche qui per fortuna si sta costruendo con la fatica che sappiamo.
Le esperienze storiche delle genti della nostra sponda dell’Adriatico possono essere utili oggi, secondo una tradizione che ci è propria, e che ci ha consentito di superare con compostezza prove terribili di comunità e di persone. E se le file delle comunità originarie si stanno inevitabilmente assottigliando, è ben vero che i figli e i nipoti sempre più ritrovano il senso di essere parte di una cultura che ha ancora molto da dire in queste contrade d’Europa.
Molti sono gli esodi, ma questo è solo nostro, cioè di tutti gli Italiani perché è stato patito da Italiani.
Nella certezza che Ella di tutto ciò saprà ancora una volta rendersi equanime e alto testimone presso le istituzioni e tutti i cittadini 
 
Debora Serracchiani

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