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Senza paura

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Dalla base del partito, da chi incontro per strada o in aeroporto, dalle mail che riempiono le mie caselle di posta, sembra salire un’unica grande preoccupazione: così non si può andare avanti, bisogna cambiare marcia. Anzi, molti ti dicono: bisogna cambiare tutto.
Vorrei dire anch’io che sento un disagio profondo, quasi un imbarazzo, davanti alle aspre critiche o alle amare rassegnazioni di chi si rivolge a me. E penso anch’io che siamo arrivati a un punto decisivo. Senza esagerare, direi cha la situazione è più grave di un anno fa. Allora, la sorte mi aveva portato a Roma a pronunciare quel discorso davanti ai circoli, pochi appunti che sono diventati, quasi mio malgrado, un manifesto in cui si sono riconosciuti tanti che volevano qualcosa di nuovo. Un anno che sembra un secolo.
Dopo la sconfitta politica di questa tornata elettorale la sensazione di pessimismo è più diffusa di allora, ed è venata di una rabbia triste. Sono sentimenti esacerbati dalle interpretazioni che hanno provato a minimizzare un risultato deludente.
Non possiamo dimenticare che tutto ciò avviene a pochissimi mesi da quel 25 ottobre in cui 3 milioni di persone hanno dato caparbiamente fiducia al PD e sono andate ai gazebo a votare alle primarie. Ci dicevamo: non possiamo più deluderli, e invece li abbiamo delusi ancora. Non potevano restare senza effetto le manovre intorno alle candidature nelle regioni, la magistratura che comincia a trovare panni sporchi in casa nostra. Soprattutto ha stancato un atteggiamento di autosufficienza e chiusura nei confronti delle richieste di militanti ed elettori, e l’incertezza della proposta politica.
La nostra gente ci sta mandando, infatti, richieste chiare e pressanti di cambiamento e rinnovamento, e continuare a far finta di niente sarebbe suicida. Lasciamo perdere la slavina della Lega al nord, dimentichiamo la speranza breve del Lazio, siamo assuefatti a farci succhiare voti da Di Pietro. Ma quando in Emilia Romagna la lista di Grillo raccoglie un consenso di quella entità, ci deve essere chi si chiede perché accade una cosa simile. O forse si pensa che sia un fenomeno della natura, inevitabile come la pioggia?
Occorre fare presto. Dobbiamo riprendere a parlare con la gente che ci contesta, con quelli che hanno preferito restare a casa, con quelli che votano Lega. Anzi, prima di parlargli, dobbiamo cominciare ad ascoltare, perché ho l’impressione che molti abbiano un’idea dell’elettorato, dei cittadini, che non corrisponde proprio alle persone che camminano nelle strade, lavorano tutto il giorno e tornano a casa la sera, o non hanno proprio lavoro.
Ho sentito con le mie orecchie autorevoli dirigenti sostenere che il problema del ricambio generazionale è sopravvalutato, oppure che “non è il problema”. Non sono d’accordo. Dobbiamo metterci in testa che al Partito democratico la gente chiede prima di tutto il coraggio di rinnovarsi, di darsi delle regole di comportamento, dei modelli di selezione e di formazione. Di darsi obiettivi chiari e di comunicarli con parole chiare. Insomma, di darsi un compito.
Chi può farsi interprete, dentro il PD, di questa esigenza vitale? C’è stato un momento in cui si è parlato dei famosi quarantenni del PD, c’è stata la stagione dei “piombini”, dei “lingottini”. E, se posso, c’è anche una certa Serracchiani, e ogni tanto qualcuno le chiede che fine abbia fatto. Beh, sono qua, e quello che succede intorno a me, dentro e fuori il partito, mi preoccupa. Stavolta non dobbiamo stare a guardare.
Ma siccome serve a poco guardare e commentare pensosamente questo scenario, penso che se quella generazione ha proposte per il Partito democratico, ora è il momento di tirarle fuori. A intervalli, i riflettori si accendono su qualche giovane di belle speranze che sembra destinato a rianimare il partito; i media lo chiamano “astro nascente” e dopo una breve ribalta, puntualmente le luci si spengono e tutto rimane come prima.
Dovremmo aver imparato la lezione: i leader di domani, ma soprattutto la politica di domani, non nascerà se non sarà frutto di uno sforzo generazionale collettivo. Occorre che ci ritroviamo e che ci parliamo, pubblicamente e schiettamente, per capire come aiutare il Partito democratico a uscire da un’impasse.
Ho già detto che non sono tra quelli che chiedono le dimissioni di nessuno, al contrario, sono una che chiede più impegno, più collaborazione, più coinvolgimento.
Dobbiamo riuscire a superare i tracciati di maggioranze e minoranze, e balzare oltre i recinti del partito per andare verso le persone. Quelle persone che alla fine sono singole storie, bisogni, paure, emozioni: continueremo a rimanere un partito in difesa se non troveremo una parola per tutti, che ognuno possa fare propria.
Parecchio tempo fa ho detto che bisogna trovare il coraggio che manca. L’invito vale ancora oggi. Perciò mettiamo da parte suscettibilità, protagonismi e vanità, e diamoci da fare.

Debora Serracchiani

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