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FVG: le ragioni per una rinnovata specialità

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[...] Onorevole Serracchiani, Il Friuli Venezia Giulia trae il proprio status di regione a statuto speciale sia dalla sua collocazione geografica di “cerniera”, in particolare nel periodo postbellico, tra il territorio nazionale e la porzione orientale e balcanica dell’Europa, che dalla sua particolare composizione etnico – culturale: due aree geografiche, il Friuli e la Venezia Giulia, culturalmente distinte, quattro lingue vernacolarii, cioè il Friulano, il Veneto, il Tedesco e lo Sloveno, una storia di terra di confine che ne ha fatto luogo di incontro di popoli e culture. Cosa rimane oggi di tutto questo a giustificare la specialità amministrativa regionale e quali nuove ragioni ne possono eventualmente suggerire il mantenimento e consolidamento?

“Occorre fare una precisazione preliminare. Dal dibattito dell’Assemblea Costituente risulta con chiarezza che le ragioni della specialità del Friuli Venezia Giulia sono direttamente collegate alla particolare situazione geopolitica del 1947, quando il confine orientale non era ancora definito. Infatti, dal momento che una parte della Regione si trovava nella cosiddetta “zona A”, sotto l’amministrazione degli Alleati, mentre una parte dell’Istria si trovava nella “zona B”, sotto amministrazione jugoslava, ed essendo ancora incerto il reale destino dei territori della zona A, i Costituenti decisero l’inserimento del Friuli Venezia Giulia tra le zone “Speciali” con un’apposita Norma Transitoria, la 10a.

L’incertezza si sciolse con il Memorandum di Londra del 1954, che definì le aree sotto controllo dell’Italia e della Jugoslavia. Fu a quel punto che prese il via il dibattito sullo Statuto del Friuli Venezia Giulia.

La nostra specialità, nei suoi 46 anni di vita, ha funzionato bene: ha consolidato una cultura, un modo di operare virtuoso dal punto di vista amministrativo che non ha ragione di essere modificato. E con la progressiva integrazione europea, la specialità si è anche nutrita della consapevolezza di essere sintesi culturale e linguistica con una particolare missione da assolvere nell’area. Ecco dunque che una nuova motivazione nasce dall’articolo 117 del Titolo 5° della Costituzione, ultimo comma, “potere estero della Regione” che dovrebbe essere attuato attraverso una norma di attuazione della Commissione Paritetica Stato- Regione FVG. Cosa che non è mai stata fatta”.

Il Friuli Venezia Giulia, pur tenendo conto della sua complessità storico-culturale e geografica, è una regione con poco più di un milione di abitanti, quasi una periferia milanese, ma prevede una folta complessità amministrativa: la Regione, quattro province, quattro comuni capoluogo, 214 comuni minori, quattro comunità montane, una comunità collinare ed altro. Sia la precedente amministrazione che l’attuale si sono poste il problema di una razionalizzazione e di un ammodernamento di tale costoso assetto istituzionale, pur con visioni diverse e contraddittorie, come ad esempio l’attuale idea di rafforzamento delle province, fortemente voluto dalla Lega Nord, nonostante le forti critiche in passato riservate all’effettiva’utilità di questi enti. Non crede sia necessaria una forte razionalizzazione del sistema istituzionale ed amministrativo regionale per aumentarne l’efficacia e contenerne il costo, decisamente notevole?

“Non possiamo prescindere dal fare i conti con la nostra storia, e dobbiamo renderci conto che il mantenimento delle identità è legittimo e può essere un valore, ma ha un prezzo. Bisogna tuttavia sottolineare che i costi del “pubblico” nascono sì da una frantumazione territoriale (240 comuni), ma hanno un legame fondamentale con la lentezza e l’inefficienza dell’apparato burocratico, che nessuna giunta è stata in grado di affrontare e risolvere, né quella di Illy prima, né quella di Tondo ora.

Il problema della polverizzazione degli enti rispetto alle dimensioni territoriali rimane reale e attuale. E la soluzione non può essere trovata aggredendo il problema solo sul piano dei costi, dato che si correrebbe il rischio di intaccare la struttura della Regione, che è costitutivamente policentrica e le cui varie identità territoriali non possono essere dimenticate. Ogni riforma può e deve essere affrontata solo con il consenso delle comunità interessate, alle quali vanno rappresentate le due facce, quella dei costi e quella dei benefici economici, culturali e identitari che possono derivare da una razionalizzazione territoriale. Proprio questo sarà uno dei punti che il Partito democratico tratterà nella sua prossima conferenza programmatica.

Quanto alla posizione oscillante della Lega, non è una novità, anzi è parte della sua strategia politica volta a ottimizzare ogni rendita di posizione: ora governa nelle province e quindi le vuole più forti, salvo però voler abolire quella di Trieste”.

Si è a lungo discettato, in questa come nella passata legislatura, di ristrutturazione in senso federalista dell’assetto istituzionale della nostra regione, anche se poi sembrano aumentare interventi di tipo centralistico e dirigista, né sono chiare quali potranno essere le conseguenze di tale impostazione nella vita quotidiana dei cittadini, dalla sanità ai servizi, dall’economia alla cultura e all’istruzione. La modifica in senso federale dello Stato e della regione, anche se ancora molto indeterminate e piuttosto confuse, quale impatto potrànno avere sulla società e sulla politica regionale posta la particolare collocazione geografica della nostra regione e la sua complessità socio-culturale?

“Concordo, ne sono consapevole. Infatti il giorno 27 febbraio il Partito Democratico del Friuli Venezia Giulia, insieme al Gruppo consiliare regionale, organizzano un convegno specificamente dedicato all’approfondimento di queste problematiche. In linea generale, penso che il Friuli Venezia Giulia non debba privarsi della sua autonomia speciale e della competenza primaria nella determinazione del proprio assetto istituzionale, ossia dello strumento che ci permette di disegnare un sistema di autonomie locali a misura della nostra Regione, che ha peculiarità territoriali di particolare rilevanza”.

La precedente giunta Illy si è molto impegnata per la costituzione di un’area amministrativa allargata, il cosiddetto Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale (GECT), che comprendesse altre alla nostra regione, la Carinzia, la Slovenia ed il Veneto. Ora la giunta Tondo sembra vicina alla sua realizzazione, seppur scontando lo scetticismo e un certo allontanamento, forse temporaneo, della Slovenia dal progetto. Quale impatto potrà avere il GECT sull’assetto istituzionale ed amministrativo regionale anche considerando l’avvento, più o meno prossimo, dell’evoluzione federalista del quadro politico ed amministrativo regionale?

Ho sempre creduto che sui grandi temi fosse imprescindibile la continuità dell’azione politico-istituzionale della Regione, e dunque mi sembra positivo che il presidente Tondo abbia proseguito su questa strada, arrivando fino alla firma della bozza di Statuto con il Veneto e la Carinzia. Dopo la firma della bozza, la Regione avrebbe dovuto mandare richiesta di approvazione al Governo, ma purtroppo non si hanno notizie in merito, e temo che i tempi si stiano allungando. Il Veneto invece lo ha già fatto. In base al Regolamento sui Gect, cioè la legislazione comunitaria di riferimento, alle Euroregioni, o Gect, possono essere delegati alcuni poteri dagli enti che stanno su un confine, quali Province, Comuni o Regioni. Le Euroregioni esistenti già oggi gestiscono, in diverse zone di confine, progetti che riguardano la cultura, la sanità, il mercato del lavoro, quello della casa, della formazione, la realizzazione delle infrastrutture confinarie e i trasporti pubblici. E’ evidente che si tratta di uno strumento dalle grandissime potenzialità, purché si sia determinati a usarlo fino in fondo.

Voglio segnalare anche la scadenza fondamentale del 2013, anno a partire dal quale la nostra Regione vedrà un abbattimento sostanziale di risorse comunitarie, mentre la Slovenia continuerà a mantenerle per effetto di un PIL ancora di poco sotto la media comunitaria. E’ evidente che ciò potrebbe accrescere lo svantaggio competitivo per la nostra regione, e una via privilegiata attraverso cui il Friuli Venezia Giulia può tentare di mantenere queste risorse passa proprio attraverso i progetti concreti che i GECT saranno in grado di mettere in campo. A loro infatti l’Unione Europa darà un grande ruolo nella gestione delle risorse.

Mi pare importante anche un risultato molto concreto: il primo Gect, quello che costituisce un’Area metropolitana transfrontaliera, è stato già realizzato e comprende Gorizia, Nova Gorica e San Pietro Vertoiba, grazie al supporto dell’Iniziativa centroeuropea. Penso possa essere il vero primo nucleo dell’Euroregione che possa essere allargato anche ad altre realtà comunali della nostra Regione, magari anche sul confine con l’Austria”.

Il tema dei trasporti continentali e dello sviluppo dei grandi corridoi di comunicazione, come il corridoio 5 ed il collegamento Baltico – Adriatico, investe direttamente il territorio e gli interessi regionali con tutta la sua complessità e delicatezza sia in termini di costi, anche ambientali, che di consenso, ma anche di opportunità di sviluppo. In questo scenario i rapporti con lo Stato, con le altre regioni, con gli stati contermini, in particolare la Slovenia con la quale traspaiono alcune difficoltà, saranno determinanti. Come giudica la situazione attuale, che ai più appare piuttosto confusa, e quali potranno essere le reali prospettive a breve e medio termine?

“La speranza di sviluppo per il nostro territorio regionale si gioca sulla realizzazione delle infrastrutture necessarie, in tempi utili e certi. Nonostante un proclamato “allineamento dei pianeti” tra governo nazionale e regionale, sono sotto gli occhi di tutti la situazione dei collegamenti e della logistica in Friuli Venezia Giulia, così come i ritardi drammatici che si stanno accumulando. L’oscillazione del Governo italiano sull’argomento principe del tracciato del Corridoio 5, ad esempio, ha lasciato l’iniziativa alla Slovenia, la quale ha pensato a garantirsi quanto le premeva, cioè il collegamento Capodistria-Divaccia, e ora l’Italia deve rincorrere una soluzione per collegare il porto di Trieste a Divaccia. Altro esempio: l’assurdità di un tracciato in Veneto che seguiva le spiagge anziché correre parallelo all’A4. In queste condizioni, il Corridoio 5 sembra allontanarsi in un futuro parecchio lontano. Altrettanto se non più importante, è il collegamento Baltico-Adriatico, che dovrebbe arrivare in tempi più rapidi: attraverserà Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Austria e Italia, e sarà un tracciato rilevantissimo per il Friuli Venezia Giulia e il nordest visto che passerà per Trieste, Udine e Venezia, collegando il porto del capoluogo regionale verso il Nord dell’Europa. E’ tappa essenziale per il rilancio dei traffici, con merci che arrivano dalla Cina attraverso il canale di Suez e che proseguono il loro viaggio per ferrovia verso il cuore dell’Europa. Anche alla luce di ciò, con la Slovenia i rapporti devono essere di sana e costruttiva competizione: occorre eliminare gli squilibri fiscali e normativi, e fare sistema con i porti dell’arco adriatico, per non essere schiacciati dai porti del nord. Convinta di ciò, ho preso iniziative a livello di Parlamento europeo per enfatizzare l’importanza del corridoio Baltico-Adriatico e favorire l’armonizzazione transfrontaliera”.

Il tema della legalità è, in tutta evidenza, decisivo nel nostro paese perfino in termini di capacità di controllo, vorrei quasi dire di sovranità, dello Stato in grandi arre e regioni. Il Friuli Venezia Giulia sembra finora aver posseduto gli anticorpi necessari ad evitare il contagio, almeno in forma conclamata. Quanto questa questione sarà importante in futuro nella nostra regione alla luce delle prospettive di forte infrastrutturazioe che si delineano e del conseguente intreccio di grandi interessi economici nazionali ed internazionali che la investiranno?

“Il tessuto civile del Friuli Venezia Giulia è storicamente sano e rifiuta, anche culturalmente, una mentalità di subordinazione alla criminalità. Ma questa è una dote positiva che deve essere tutelata e alimentata, soprattutto in quei momenti di crisi che possono favorire la creazione di zone grige. Intendo riferirmi ad esempio ai problemi dell’accesso al credito delle aziende, soprattutto quelle piccole, che potrebbero essere toccate dal fenomeno dell’usura, il quale è spesso un’avanguardia della criminalità organizzata. Lo stesso vale per il sovraindebitamento delle famiglie.

Su un piano diverso, è chiaro che i grandi appalti della terza corsia dell’A4 possono portare con sé un rischio d’infiltrazione che chiede di mantenere un’altissima vigilanza, per evitare di trovarci da un momento all’altro nelle condizioni della Lombardia, dove abbiamo visto la criminalità aggirare la normativa antimafia per le grandi opere. Ci sono poi episodi che sembrano veri e propri campanelli d’allarme, come ad esempio ciò che si è verificato alla Banca popolare di Manzano, in relazione al quale i perché della comparsa della parola “riciclaggio” devono essere chiariti il prima possibile.

A cura di Pierpaolo Suber

(tratta da “Udine, il mensile della tua città”, numero 0, edito da SOS_Secrets Of Simplicity s.r.l. Palazzo Giacomelli_Piazza Matteotti, 11/16_33100 UDINE)

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