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Cortona

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A Cortona, nello scorso fine settimana, si è riunita Area democratica, la mozione del Pd che aveva sostenuto la candidatura di Dario Franceschini alle primarie, per discutere sulla situazione del nostro partito e sulle prospettive politiche dei prossimi mesi. Io sono intervenuta portando un contributo che parlava della necessità della modernizzazione e delle tematiche del Nord. Qui di seguito vi propongo il testo del mio discorso.

Quando ho preso la parola per la prima volta affrontando la politica nazionale in pubblico, l’ho fatto per interrogarmi, e interrogare, sulle regole e sui caratteri che il Partito democratico dovrebbe assumere per stare più vicino alle richieste e alle esigenze di una società che lo aveva sorpassato in dinamicità e di un elettorato disorientato di fronte a una linea poco decifrabile. E’ stato per dare un contributo a una linea di discontinuità che ho accettato, con entusiasmo, di sostenere Dario Franceschini nella sfida delle primarie a livello nazionale e che mi sono assunta la responsabilità di correre in prima persona nella mia regione. Il dibattito congressuale è stato tutto incentrato su quella che chiamiamo la “forma partito”, e questo dibattito prosegue tuttora, reso più complesso dal confronto anche interno sulla risposta del Pd davanti al tema delle riforme sollevato da Berlusconi.
Premetto che sono convinta che le riforme, istituzionali ed elettorali, sono necessarie, e che un largo consenso si troverebbe sul superamento del porcellum ma bisogna averne la volontà. Vorrei però anche condividere con voi la sensazione fondata che queste riforme siano quanto di meno interessi i cittadini, a parte, forse, ciò che tocca la riduzione dei costi e dei privilegi della politica. Dobbiamo fare molta attenzione a non essere identificati come coloro che partecipano a un deprecabile “teatrino della politica”, in cui tutti gli attori sono uguali e ugualmente lontani dalle cose che riguardano la gente.
Sfogliando i giornali di oggi quindi, di fronte ad una Europa a rischio crollo, mi sono interrogata su di noi. Siamo all’altezza della situazione?
L’Europa vacilla perché non ha saputo darsi una politica economica comune, il Paese arranca e il PD in quanto forza di opposizione rischia di franare se non si dà una visione comune.
Di fronte a queste emergenze il PD non può continuare la propria fase introspettiva, e la stessa Area Democratica deve iniziare a conquistarsi uno spazio politico all’interno del PD, non solo uno spazio fisico, altrimenti rischia di far sembrare il confronto all’interno del Partito Democratico solo un problema di posti. Sono cosciente del fatto che Area Democratica deve avere la propria rappresentanza, ma questa rappresentanza deve essere supportata dall’adeguato spazio politico.
Credo che, per la sua natura, spetti proprio ad Area Democratica di farsi carico per prima di individuare e raccogliere la sfida su alcuni fondamentali nodi programmatici. Se Area Democratica vuole davvero essere il lievito del PD allora abbiamo il dovere non solo di rimarcare i termini identitari del partito, ma anche quello di stimolare il partito a essere più dinamico rispetto agli interrogativi inevasi che vengono dal paese.
Due, anche per non essere ripetitiva, sono i nodi programmatici che oggi porto alla vostra riflessione.
Il primo riguarda una domanda fondamentale: se ci chiedono chi rappresenta il PD, noi possiamo continuare a rispondere che rappresentiamo gli ultimi e i poveri? Provocatoriamente, non possiamo non renderci conto che dobbiamo iniziare a rappresentare anche i penultimi. Spiegatemi che differenza c’è tra un operaio italiano che guadagna 1200 euro al mese e che deve pagarne 100 per l l’asilo del proprio figlio, mentre l’immigrato irregolare paga una rata più bassa. Noi dobbiamo essere quelli che danno una risposta anche a quell’operaio. Questo ci aiuterà a trovare anche la nostra identità.
E intanto Fini ci affascina. Affascina molti dei nostri elettori perché dice le cose che dovremmo dire noi e lo fa presentandosi come una forza nuova, una destra europea e liberale. Noi, se vogliamo essere all’altezza dei padri fondatori di quella Carta costituzionale che difendiamo, dobbiamo avere il coraggio e l’orgoglio di diventare una forza di centro sinistra europea, e allo stesso modo liberale e riformista, altrimenti siamo destinati a scomparire nella ossessiva ricerca di un leader che ci rappresenti, sia questo il leader della minoranza che è alla nostra sinistra o addirittura di un centro i cui contorni non ci sono ancora neppure chiari.
Il secondo nodo programmatico riguarda il nord, non il partito del nord, come giustamente ricordava il professor Feltrin.
Ricordo l’intervento di Romano Prodi, che ha proposto al partito una riforma nel senso di un federalismo spinto. Alcuni autorevoli dirigenti hanno riconosciuto in questa formula uno strumento con cui si sarebbe potuto dare una risposta alla difficoltà ormai costituzionale del Pd di incidere nel nord.
Io stessa mi sono sentita in dovere di intervenire, non solo come dirigente del nord, ma soprattutto perché attribuisco alla questione un rilievo discriminante rispetto agli equilibri e alle prospettive di tutto il Paese. Mi sto convincendo sempre di più che stiamo rimanendo drammaticamente indietro rispetto a questo problema cruciale, tanto da essere giunta a ritenere che sia divenuta una priorità anche rispetto alla discussione sulla forma partito.
Credo infatti che Romano Prodi, e quanti hanno raccolto il suo messaggio, abbiano sollevato un problema reale ed estremamente sentito, ma che la risposta implicitamente fornita non sia percorribile. Per due motivi. Innanzitutto non possiamo permetterci di rimettere nuovamente in discussione l’assetto di un partito appena uscito dal congresso. Ma soprattutto credo che l’approccio dovrebbe essere politico, un approccio cioè che metta al primo posto le scelte e le proposte del Pd per il nord.
Lo so che, soprattutto in contesti come questo, è scarso l’appeal di un ragionamento che viene dal nord e chiede di prescindere dalle legittime analisi interne per invitare a entrare nella carne viva dei problemi di un territorio grande come un medio Stato europeo.
Riconosco volentieri al segretario Bersani di aver dato l’avvio a un’elaborazione che dia concretezza all’azione del partito, e che i suoi dieci punti sono una base di partenza per parlare con credibilità alle forze sociali e produttive del Paese. Ma non dobbiamo sprecare questa occasione, né fermarci ai titoli: una proposta riformista non si esaurisce lì, e va articolata in base alle esigenze del Paese.
Proprio per questo, le problematiche del nord devono acquisire la dignità di nodo programmatico del Pd. In mancanza di ciò, sarà estremamente difficile affrontare anche i problemi del sud, perché la parte più avanzata del Paese deve riuscire a rimanere competitiva con i sistemi globali più dinamici e qualificati. Altrimenti il rischio di un declassamento dell’intero Paese è reale.
Questo profondo disagio del nord è stato colto dalla Lega, che è l’unica a fornire delle risposte, poco importa se adeguate o meno. Si è accreditata come il più credibile interlocutore dei ceti produttivi del nord, lavoratori dipendenti inclusi. Forte di questi crediti ha superato di slancio il Po e penetra in centro Italia, dove raccoglie un consenso che sarebbe grave sottovalutare.
Non riusciamo a far esplodere la contraddizione di una Lega al tempo stesso padana e romana, perché la nostra proposta è troppo povera per andare al di là della denuncia. Non sottovalutiamo quello che vedo come il rischio non dichiarato ma più grave, quello che la Lega riesca ad accreditarsi come una sorta di Csu (Partito cristiano sociale bavarese) italiana, con le differenze preoccupanti per la tenuta dell’unità del Paese che caratterizzano il Carroccio rispetto ai bavaresi. Sbaglia chi ritiene mero folklore o maniera le dichiarazioni dei leghisti sulle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Di fronte a tutto ciò cosa dovrebbe fare il Pd?
Occuparsi della modernizzazione del Paese, dell’alleggerimento dalla burocrazia, in sintesi offrire un sollievo dal peso soffocante dello Stato, questo è quanto si chiede al nord. Io aggiungo che dovremmo perseguire il superamento di certo deteriore corporativismo, conducendo una battaglia culturale di prospettiva e d’avanguardia, che riaffermi il valore di un senso comune che si sta perdendo e sulla cui perdita la Lega specula. Penso allo sgretolamento del rispetto fiscale, civico e della legalità diffusa.
Noi dobbiamo chiedere che lo sviluppo non sia frenato dall’invadenza della politica, o meglio dei partiti, troppo implicati nella gestione di ambiti che dovrebbero invece essere loro sottratti, anche perché le logiche che sovrintendono alle nomine prescindono sempre più dalle competenze. E’ una declinazione della questione morale che il Pd dovrebbe acquisire formalmente tra le nostre priorità.
Per farlo, occorre che impariamo a leggere la specificità di quanto è avvenuto al nord, di quale è stata la funzione dello Stato e delle istituzioni locali nell’accompagnare lo sviluppo, e al contempo, dobbiamo saper identificare le diverse caratteristiche che contraddistinguono lo stesso nord.
Qui si è sviluppato un sistema produttivo che aveva una sua rappresentanza, sindacale e di categoria, che esprimeva il suo peso.
Le trasformazioni dei sistemi produttivi locali, la fine del fordismo e delle partecipazioni statali, hanno mutato tutto ciò: si impone una riflessione sulle politiche da attuare oggi, per ritrovare le modalità attraverso cui questo tessuto produttivo trasformato può tornare a farsi sentire. Occorre un aggiornamento dei modelli, immaginare come il pubblico potrebbe accompagnare la nuova realtà produttiva che si è venuta affermando e che oggi combatte per la sopravvivenza. Le stesse forze politiche riformiste devono trovare nuovi modi per interfacciare un tessuto socioeconomico circondato dal silenzio, se si eccettua la capacità della Lega di intercettarne gli umori. E non solo gli umori, dato che ad esempio in agricoltura alcune risposte, dalla Lega, vengono date. E si badi che non si tratta tanto di politiche indirizzate all’agricoltura, ma di una fortissima affermazione identitaria che sfrutta l’uso accorto dei simboli.
Non possiamo sottovalutare l’evento rappresentato dalla nascita di nuovo soggetto di rappresentanza unitario del mondo delle Pmi e dell’impresa diffusa, che è stato promosso dalle cinque maggiori organizzazioni dell’artigianato, del commercio, dei servizi e del turismo. Sono 4 milioni di commercianti e artigiani che hanno trovato, per l’appunto, una nuova rappresentanza e che esprimeranno un peso diverso, anche qualitativamente. E’ evidente che non è un fatto solo del nord, ma è altrettanto evidente che al nord si esprime la forza e il dinamismo maggiore. Perciò a questo fermento noi dobbiamo corrispondere positivamente e con i fatti.
Sappiamo bene che il nord non è un sistema unico e chiuso, ma che è fatto di un’articolazione di sottosistemi diversi. Lo strumento politico per intercettare le sue questioni richiede forme stabili di confronto e coordinamento tra realtà locali e regionali del Pd del nord. Per chiarire, dunque, non un Pd del nord, ma forme strette di rapporto su questioni precise e concrete portate avanti dal Pd delle regioni del nord. Questioni che devono essere fatte proprie dal livello centrale del partito.
Se non vorremo rapidamente occuparci di queste emergenze, è sicuro che ci verrà presentato il conto, più salato di quello delle ultime regionali. E sarà un conto che pagherà tutto il Paese.

P.S.: io sono intervenuta di pomeriggio, e quella mattina il senatore Ignazio Marino aveva lanciato la proposta che io, ma non solo io, entrassi a far parte del caminetto. Così, al termine del mio intervento mi è venuta spontanea una battuta, e ho chiesto se per caso fosse finita la legna da ardere.
Ho voluto in realtà porre ad Area Democratica una questione che mi sembra decisiva: dov’è il luogo della discussione politica di questo partito?
Non credo che sia l’assemblea nazionale, ho detto, come non credo che sia la direzione nazionale e non è la conferenza dei segretari regionali. Quello era il motivo per cui avevo scelto di fare un discorso ‘politico’. E ho chiuso: Area Democratica dica se il luogo della discussione politica è il caminetto, perché se è così non è più sufficiente, e noi siamo indietro.

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