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Io, partita Iva

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Vorrei partire da uno spunto personale. Io faccio di professione l’avvocato, e quando ho iniziato il praticantato (uno dei rari casi in cui il praticante è stato retribuito, e anche in modo dignitoso) ho aperto la partita iva e mi sono iscritta alla gestione separata. Dopo esser diventata avvocato ed aver costituito lo studio legale associato, ho chiuso la partita iva e ho lasciato la gestione separata, che non ho mai riscattato perché non avevo il periodo sufficiente a cumulare diversi periodi contributivi. A me, alla fine, è andata bene.

Se non cambia nulla, è invece assai probabile che non andrà altrettanto bene a molti di quei circa 2 milioni di lavoratori che, per necessità o per scelta, resteranno iscritti alla Gestione separata. Sono collaboratori a progetto, co.co.co. professionisti senza ordini e casse private, cui si aggiungono, per responsabilità non marginale del centrosinistra, le collaborazioni alle attività ‘manuali’.

Il numero degli iscritti alla gestione separata – stando a dati Inps aggiornati solo fino al 2007 – è andato aumentando in maniera abbastanza costante, partendo da 1 milione nel 1997 fino ai circa 2 milioni di oggi. Questo è avvenuto nonostante l’altissima “mortalità” dei parasubordinati, dato che solo poco più del 50% dei contribuenti dura più di due anni in questa gestione. Assieme alle cifre che ci disegnano il quadro dei redditi – 20.650 euro quello medio dei professionisti, pari a 15.300 euro per i collaboratori, ovviamente senza diritto alle ferie e a molte forme di protezione tipiche del lavoro dipendente.

O, ancora, sono significative le comparazioni da cui risulta il grande squilibrio di reddito tra uomini e donne, pari a circa il 50% in meno tra i collaboratori e il 30 % tra i professionisti. Uno squilibrio dovuto al fatto che, nell’arco dell’anno, le donne spesso lavorano per periodi più brevi e mediamente percepiscono compensi più bassi a parità di durata dell’attività.

A causa sia delle basse aliquote contributive dei primi anni (si è partiti con un’aliquota del 14%), sia dei bassi redditi su cui venivano e vengono versati i contributi, sia per l’occupazione non continuativa dei parasubordinati, si giunge a un dato drammatico: per il 50% dei lavoratori iscritti alla gestione separata, la copertura contributiva raggiunge al massimo i 5 mesi nel corso di un anno lavorativo a causa dei bassi redditi, e solo un terzo dei lavoratori parasubordinati ha una copertura che garantisce i 12 mesi.

Tenuto conto che, per poter totalizzare i contributi delle varie gestioni (cioè cumulare due o più gestioni, ad esempio parasubordinati e lavoro dipendente) servono almeno 3 anni in ciascuna gestione, c’è il forte rischio che molti iscritti alla gestione separata non possono sommare i contributi versati se hanno avuto redditi bassi che non hanno diritto a un accredito complessivo di almeno 36 mesi.

Non si può dunque che concordare con Dario Di Vico sull’impatto simbolico e comunicativo della “busta arancione” che l’Inps avrebbe dovuto mandare ai suoi assistiti iscritti alla gestione separata. Solo che l’impatto dell’estratto contributivo, magari unito al prospetto di calcolo delle pensioni, sarebbe stato socialmente devastante, perché, di fatto, milioni di persone in questi anni hanno versato contributi e, oltre a non aver usufruito di assistenza sociale negli anni di lavoro come collaboratori o professionisti, si ritroveranno con prestazioni pensionistiche ridicole.

Uno scenario che diventa più preoccupante se ne cogliamo appieno la strutturalità. Infatti, il lavoro parasubordinato non è più uno scivolo per aiutare i giovani a entrare nel mondo del lavoro, ma è una forma di occupazione che sta progressivamente diventando stabile, soprattutto fra i collaboratori a progetto, tra i quali si trovano ormai tutte le età. Stabile, naturalmente quanto può esserlo il precariato.

(tratto da generazione pro pro, blog del Corriere della Sera a cura di Dario di Vico)

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