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L’amaca

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In diligente applicazione della teoria liberista all’universo mondo, Pierluigi Battista si domanda, sul Corriere, se sia giusto che lo Stato finanzi la cultura. Probabilmente si è già risposto da solo, ma mi permtto di aggiungere la mia: non solo è giusto, è anche conveniente, e dev’essere per questo che la Francia fa investimenti culturali pubblici in misura sette volte superiore alla nostra (dodici miliardi di euro contro meno di due). La cultura, così come l’istruzione e la salute, non è materia che può autoregolarsi e automantenersi con le sole leggi di mercato. E’ un investimento sociale di medio, lungo e lunghissimo periodo (spesso un investimento apparentemente a fondo perduto) i cui frutti non sono facilmente monetizzabili. Se i teatri, i musei, le fondazioni, gli istituti di cultura (come gli ospedali e le scuole) dovessero valutare la propria utilità solo sulla base degli incassi, chiuderebbero una settimana dopo. Lo Stato – a nome della collettività – investe sulla cultura perchè investe sulla formazione dei cittadini, cioè sul futuro. Il mercato è un selettore spesso provvido, ma altrettanto spesso avido e imprevidente. Premia il talento ma anche la destrezza, l’ingegno ma anche la speculazione. La cultura, per definizione, non vale niente se non per i suoi frutti umani e sociali. Un paese che se ne dimentica è un paese che non crede più in se stesso.

(L’amaca di Michele Serra tratta da Repubblica di oggi)

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