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Febbraio 1945

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A Mezzana di San Pietro al Natisone si è svolta la commemorazione della distruzione del paese ad opera dei nazisti, che incendiarono il borgo nel febbraio del 1945. Sono stata invitata a intervenire, e questo è il testo del discorso che ho pronunciato.

“Autorità civili e religiose, rappresentati delle associazioni, cittadini.

Questa è una delle terre che nell’ultimo secolo ha visto più cambiamenti che in qualunque altra parte d’Europa, e negli ultimi vent’anni il tempo ha accelerato vertiginosamente, portandoci tutti in una situazione che mai avremmo potuto prevedere. Voglio dire subito che noi dobbiamo essere all’altezza dei tempi nuovi. Per troppo tempo abbiamo subìto la storia – una storia segnata per lo più da lutti e sofferenze – ma ora dobbiamo prendere con decisione la guida del nostro comune destino.
Dobbiamo fare un grande balzo verso il futuro, ma non ci riusciremo se la storia sarà per noi qualcosa che ci appesantisce, e non piuttosto ciò da cui prendiamo l’energia e l’entusiasmo.
Voglio essere esplicita: non guarderemo mai con serenità e fiducia al futuro se non ci convinceremo della necessità, ormai non più rinviabile, di una consapevole riconciliazione.
Lo so che, fino a quando le vicende delle singole persone e famiglie non saranno diventate definitivamente memoria, sarà assai difficile superare l’emotività di una storia complessa. Eppure, dobbiamo lavorare assiduamente a questo compito, di risvegliare nella coscienza collettiva il senso di responsabilità per quanto è accaduto nel recente passato: come ha anche ammonito il Presidente della Repubblica, non possiamo più passare sotto silenzio le colpe dello Stato italiano commesse durante il periodo fascista: un periodo di snazionalizzazione, di occupazione, di campi di concentramento civili e militari, periodo di terrore e di morte. Un periodo in cui perfino la lingua materna fu tagliata in bocca ai bambini, come ci insegna Boris Pahor.
Sono cose che dobbiamo dire con chiarezza e senza esitazione. Ma anche senza soddisfazione o compiacimento di rivalsa da parte di nessuno, perché quando si prova a fare un’opera di chiarezza e giustizia, non si può pensare che non rimangano anche in ciò dei residui di sofferenza.
Penso che, piuttosto, dobbiamo fare ricorso a una qualità morale di cui troppo spesso dimentichiamo l’esistenza e il valore: la compassione.
Solo se animati da questo sentimento, antico e nobile, potremo approcciare la rilettura, il giudizio, la verifica del recente passato. E’ il sentimento attraverso cui nell’altro, il vicino, lo straniero, anche nel nemico più feroce, riconosciamo parte della nostra stessa dolente e peritura umanità.
Non con il cipiglio dei giustizieri, ma con l’arma dell’umanità, rileggiamo le vicende di allora.
Oggi siamo qui per ricordare un gesto crudele di rappresaglia commesso dalle truppe cosacche, spostate dalla Carnia nella Benecia con il compito di tenere libere tutte le vie di ritirata dai Balcani e dall’Italia nell’imminenza della sconfitta nazista e la fine della guerra.
Ricordiamolo: era il 1945.
Si stava svolgendo un’ampia azione di rastrellamento tra Masarolis, Montefosca, Erbezzo, Rodda, Mersino, Lasiz, Cicigolis e Tarcetta, probabilmente a seguito di un incremento dell’attività partigiana della Garibaldi, della Osoppo e anche del IX Corpus, che si era trattenuto nelle Valli.
Il 26 febbraio a mezzogiorno, mentre scendevano a valle dopo aver razziato nel paese di Mezzana, i cosacchi vennero attaccati dai partigiani. Ci fu un cosacco morto e due furono fatti prigionieri. La rappresaglia fu immediata: l’incendio delle case, l’imprigionamento degli abitanti, le razzie e le violenze contro le donne.
Quanti di questi episodi si contano dalla Francia alle pianure della Russia?
Spesso furono singoli e circoscritti episodi del passaggio di una guerra. Ma questa è una tragedia nostra, segnata dalle caratteristiche specifiche del confine orientale.
Sono tragedie accadute in un territorio plurale, dove l’appartenenza etnica ha segnato per lunghissimi anni la vita civile e politica, determinando la nascita di “memorie divise”, dove ancora oggi persistono chiusure nei confronti delle sofferenze, dei soprusi, dei morti dell’altro.
Dobbiamo però essere coscienti dei rischi che comporta un approccio che voglia essere non semplicemente rievocativo o celebrativo, ma che si proponga una diversa e più articolata valorizzazione delle vicende di allora.
Le pagine di storia di queste terre sono segnate dalla pluralità degli apporti e delle contrapposizioni etniche, linguistiche e culturali. Sarebbe ingenuità credere che i punti di incontro non siano, molto spesso, anche punti di frizione. Così la mitologia del “pericolo slavo” risale alle formulazioni più estreme dell’irredentismo giuliano, pronto così a vestire l’orbace del “fascismo di frontiera”. Ecco allora che il periodo più tragico della storia recente d’Italia, quello della guerra civile, doveva assumere in queste terre le tinte più fosche del terrore, in cui etnia e ideologia si sono sovrapposte e confuse.
Il sangue non è stato versato solo per l’efferatezza dell’occupatore. Qui si consumarono all’interno del movimento partigiano piccole e grandi tragedie, in un clima di tensione, di sospetto e di diffidenza, fra la formazione Osoppo e la divisione Garibaldi, operativamente collegata al IX Corpus, fino alla tragedia di Porzus.
Non si tratta di mettere tutto sullo stesso piano. Ma se la storia ha un compito, noi, che abbiamo l’ambizione di costruire una comunità, ne abbiamo un altro. Allora mi chiedo: riusciremo mai a trovare lo sguardo equanime, riusciremo mai a guardare a quei morti e a questi con la stessa pietà?
La voglia di conoscere, di capire, non manca. Credo non manchi neanche la voglia di girare in avanti, una volta per tutte, la pagina della storia.
Eppure proprio questo desiderio sembra toccare corde riposte, sembra risvegliare voglie di mai sopite rivendicazioni  che, pur  riferite alle diverse identità, sono spesso speculari. Credo che in questo periodico rinfocolarsi delle passioni ci sia una buone dose di strumentalità. Il confine orientale infatti, oltre che una questione della diplomazia internazionale, ha rappresentato anche a lungo una rendita di posizione politica, di cui non possiamo escludere che qualcuno senta la nostalgia.
Anche recentemente, dopo il disfacimento della Jugoslavia, abbiamo visto resuscitare il repertorio dei luoghi comuni, e si è parlato della “ferocia connaturata ai popoli slavi”.
E’ un luogo comune sbagliato e pericoloso, non solo perché, in questo modo, vanno a confondersi i ruoli di carnefici e vittime ma, soprattutto perché si propone un parallelismo tra l’appartenenza etnica da una parte e una questione di ideologia dall’altra. Il problema è che, se pur rimane l’appartenenza etnica, di ideologie non ce ne sono più. E se qualcosa dovremmo avere, questo dovrebbe essere l’ideale della comune appartenenza all’Europa.
Pure, i morti di Mezzana devono avere qualcosa da insegnarci, che vada oltre la sacrosanta condanna della violenza dei carnefici verso le vittime. Dalle loro tombe, così come dalle foibe carsiche, dalla Risiera, da Visco, dovrebbe levarsi il segno della pace inevitabile e della convivenza cercata, possibile, ricca.
Ricorrerò alle parole di un amico sloveno, per ricordare che “la convivenza è frutto principalmente di un saggio ed equilibrato uso della memoria e dell’oblio, che le comunità, italiane, friulane e slovene, che convivono in questo territorio sapranno affermare contribuendo così alla costruzione di quella fratellanza che la nuova Europa unita ci chiede. E allora la riconciliazione sarà un evento possibile e condiviso: sarà la risultante di una volontà comune di guardare al futuro con nuovo slancio”.
Grazie a tutti.”

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