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Serbia

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L’Unione Europea crede nella Serbia e io spero proprio che la Serbia creda nell’Europa. Questo è il nucleo di ciò che ho detto la scorsa settimana a Belgrado, nel corso di un incontro nella sede del Consiglio comunale, alla presenza del capo della delegazione dell’UE in Serbia, Ambasciatore Vincent Degert. Una visita, la mia, che veniva subito a ridosso degli atti di intolleranza contro i gay nelle strade di Belgrado e gli incidenti allo stadio di Genova.
Dagli incontri che ho avuto ho raccolto l’opinione diffusa che gruppi nazionalisti hanno utilizzato il palcoscenico, la vetrina dello sport per “spaventare” e dare un’immagine della Serbia legata al passato. Ho anche raccolto la volontà molto forte della classe dirigente politica illuminata di aprire questa strada verso l’Unione Europea anche in un momento molto delicato come questo: ricordiamo infatti che a luglio la Corte di Giustizia europea ha dichiarato non illegale la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, e le autorità serbe stanno avviando il dialogo fra Pristina e Belgrado. Qualcuno ha approfittato della situazione. E ha lasciato il segno il fatto che questi episodi siano avvenuti in Italia, proprio mentre il nostro Paese si sta accreditando come primo partner commerciale della Serbia.
La Serbia è strategicamente al centro degli interessi europei e l’Unione intende investire sul ruolo di stabilizzazione che questo Paese può svolgere nell’area. Tra le varie questioni, data anche la mia competenza istituzionale di membro della commissione Trasporti, mi sono occupata del sistema infrastrutturale serbo, la cui implementazione non solo è coerente con le esigenze della rete europea e con l’impostazione dei corridoi paneuropei, ma alcune tratte sono prioritarie in modo specifico anche per l’Italia, come la ferrovia Belgrado-Bar.
Dall’Italia invece mi sono rimbalzate le polemiche del ministro Maroni sugli incidenti di Genova. Invece di polemizzare con la Serbia, il ministro Maroni dovrebbe fare il suo lavoro in Italia, dove le frontiere ormai sembrano un colabrodo. Le sue dichiarazioni sono state cariche di irresponsabilità perché vanno proprio nel senso sperato dagli estremisti, che vogliono deteriorare i rapporti italo-serbi e ritardare il processo di adesione di Belgrado alla Ue.
Durante il viaggio ho avuto anche modo, come membro della commissione Libertà Civili al Parlamento europeo, di visitare il campo di Smeredevo, dove sono ospitati circa 400 profughi serbi fuoriusciti dal Kosovo. Ho voluto rendermi conto personalmente di una situazione che sembrava passata in secondo piano rispetto ad altre emergenze internazionali, ma che oggi, con le violenze dei giorni scorsi e in vista della ripresa dei dialoghi Belgrado-Pristina, torna in primo piano. E’ chiaro che l’Ue non può sottovalutare questi segnali di tensione, ma deve impegnarsi di più per una stabilizzazione dei Balcani effettiva e duratura.

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