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La parabola dei Calearo

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L’intervista all’onorevole Massimo Calearo pubblicata nel Riformista di ieri sembra un’emanazione diretta di quell’Italia rappresentata nell’ultimo Rapporto del Censis sulla situazione sociale del nostro Paese. Una nazione appiattita, individualista, insicura e cinica, alla quale non viene mostrato nessun traguardo.
La cognizione che il voto in Parlamento possa essere a disposizione di chi paga meglio non pare scuotere troppo l’opinione pubblica, anzi, le parole di Calearo in qualche modo certificano la “normalità” del degrado. Sembra trascorso un tempo incalcolabile da quando il governo Prodi si giocava la vita sui banchi di Palazzo Madama con i voti di Fernando Rossi e Franco Turigliatto, che almeno “suicidavano” l’esecutivo accampando ragioni di carattere ideologico. Oggi è il turno di Grassano, di Calearo, di Scilipoti. È lecito chiedersi se le preoccupazioni della rappresentanza dei “moderati” possano trovare una risposta adeguata in loro? Calearo è passato da Veltroni al Chiamparino del Pd del Nord, dal partitone unico del Veneto all’Api di Rutelli, per approdare infine allo splendido isolamento del Gruppo misto e all’appoggio a Berlusconi. Chissà, forse dietro questa parabola c’è davvero la delusione per un Pd diverso da quello sperato, ma più di qualche dubbio rimane, dato che tra i due estremi – Veltroni e Berlusconi – è davvero difficile trovare punti di contatto.
Forse uno. Veltroni ha saputo interpretare quell’ansia di rinnovamento che percorreva il centrosinistra uscito dal duro biennio di governo, il desiderio di lasciarsi alle spalle i miti e i riti della politica dell’altro millennio. Magari per interesse personale, anche Berlusconi, quindici anni prima, aveva aperto una nuova stagione politica.
Sarebbe una tragedia, anzi una tragica farsa, se oggi Berlusconi riuscisse nella mission impossible di intestarsi ancora una volta la primogenitura del rinnovamento nella politica italiana. Quel «giovane, serio e preparato» di cui ha parlato come suo successore non importa chi sia, né se c’è. Il punto è che Berlusconi ha alzato le nari al vento e ha percepito che, nella desolazione e nel disinteresse, c’è un umore profondo del paese che aspetta il cambiamento. E lui è pronto a dargli novità, magari anche un simbolo nuovo da votare.
È la più astuta, gattopardesca e pericolosa delle risposte da dare al paese, ma non è detto che non possa funzionare. Tutto dipende da ciò che il Pd saprà proporre in alternativa. Perché lo sanno tutti – da Vendola a Di Pietro a Casini – che tocca a questo Pd, bistrattato e ammaccato, la responsabilità di fare da architrave a qualsiasi credibile coalizione alternativa a Berlusconi. E ciò sia per costruire un governo di responsabilità nazionale, sia nello sventurato caso delle elezioni anticipate.
Questo ruolo di pivot del centrosinistra, il Pd lo può giocare in due modi. Può essere, come nell’immagine di Miguel Gotor, il lottatore di sumo con cui bisogna fare per forza i conti. Oppure può raccogliere la sfida di quel rinnovamento autentico che serpeggia carsico nella società e che si manifesta in tanti modi anche dentro il partito. L’attenzione suscitata dai “rottamatori” fiorentini, ma anche la simpatia con cui parecchi democrats guardano a Vendola, o l’entusiasmo con cui i militanti hanno accolto una mobilitazione come quella sull’acqua pubblica, solo per dirne alcune, dovrebbero far capire che la voglia di rinnovamento e di speranza è forte. Che aspetta solo di essere valorizzata e sulla quale sarebbe ingiusto tentare di mettere il tappo.

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