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Viva l’orgoglio democratico

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Oggi l’Unità ha pubblicato un mio articolo – Il 14 dicembre l’obiettivo di far cadere il governo Berlusconi è fallito. Questa sconfitta rischia di avere delle conseguenze assai pesanti sul Partito democratico, gettando un’ombra scura sulle future possibilità di rivincita per il centrosinistra.

Non è necessario soffermarsi a lungo sulle ragioni di questo episodio, ma è sicuro che bisogna guardare con freddezza allo scenario che ci si presenta nell’immediato e nel medio termine.

Qualcuno ha sostenuto che una mozione di sfiducia si presenta quando si ha in mano un’alternativa pronta, altrimenti è flatus vocis. Almeno un accordo su un punto, almeno un nome da indicare al Paese. Diversamente è crisi al buio, e ho l’impressione che il Paese abbia percepito questa debolezza, tanto da evidenziare uno scarto tra il dibattito politico e le urgenze dei cittadini.

La stessa emergenza democratica, di cui si nutriva la mozione di sfiducia, pare non essere percepita nei termini ultimativi in cui la vive il nostro ceto politico. Là fuori, la gente sa che finché c’è Berlusconi c’è almeno una certezza, magari qualcosa che non piace, ma c’è. E sono moltissimi a temere il ripetersi in Italia di situazioni come quella greca e irlandese. La scelta tra un incerto qualcosa e un solido nulla è fin troppo facile.

Le ripercussioni di questa fallita sfiducia sono state l’ulteriore indebolimento della centralità del Pd e la riapertura dell’ennesimo dibattito politico imperniato pressoché esclusivamente sulle alleanze, che rischia di alimentare lo scarto tra la politica politicante e il Paese reale.

Ma perché siamo sempre meno centrali?

Al Pd non mancano certo parecchie proposte concrete, ma il problema è l’autorevolezza del partito che queste proposte dovrebbe portare avanti. Siamo scarsamente persuasivi se le nostre idee vengono messe continuamente in discussione. Il caso tipico è la legge elettorale, su cui il partito si è espresso ma su cui si continua ugualmente a dibattere. Ma potremmo allo stesso modo parlare del lavoro o di altro.

Cominciamo con lo smettere di farci condizionare, da fuori, da Vendola e Casini. Ma anche, dentro, dalla disputa tra quelli che dicono che bisogna allearsi solo con Vendola o solo con Casini, quasi a riprodurre nelle alleanze le inclinazioni dei dirigenti dei due partiti di provenienza.

La stessa questione della leadership e delle alleanze, allora, non potrà prescindere dalla recuperata centralità del Pd. Temo che finora, anche su questo punto, abbiamo abbassato troppo l’asticella, fino a farci sfuggire il nome di Casini come possibile leader. E’ difficile spiegare ai nostri militanti che il maggior partito del centrosinistra appalta la leadership al minor partito dell’opposizione di centrodestra.

Bisogna al più presto dare il senso che il Pd si sta occupando delle cose essenziali, che ha come priorità il Paese e non se stesso. Soprattutto bisogna che il Pd la smetta di rincorrere i dirigenti degli altri partiti e che cominci a parlare ai loro elettori.

La discussione con gli altri si dovrebbe aprire solo dopo aver piantato i nostri paletti, sapendo bene peraltro che da loro giunge ben poco di concreto. Solo così riusciremo davvero a stare al centro del ring.

Le recenti fughe e i malesseri, anche e soprattutto quelli dei ‘moderati’ del Pd, sono un’altra conseguenza di questa perdita di centralità, di un’oscillazione tra destra e sinistra che contraddice l’ispirazione del riformismo democratico.

Non pochi sono i dirigenti tra cui sta sfumando l’orgoglio dell’appartenenza e la fiducia nelle grandi sfide, sentimenti che pure resistono tra i militanti. Ma fino a quando?

“Non mollare” era la parola d’ordine di alcuni tra i nostri padri nobili: penso che valga la pena di ricordarsene se non vogliamo perdere la sfida di un Pd forte e autorevole.

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