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Mirafiori

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Tanto per cambiare, Il Pd è stato accusato di essere ambiguo anche sulla questione Fiat. Può darsi. Sicuramente, a voler essere ottimisti, non è stato monolitico. Invece credo che questa sia un’occasione importante per dimostrare che siamo capaci di entrare nel merito di quei contenuti che troppo spesso latitano dal dibattito politico.
Intanto dovremmo far capire, a cominciare da qualcuno di noi e una volta per tutte, che il Pd non è un partito ottocentesco al cui interno si sta ancora consumando la dialettica tra riformismo e massimalismo, e che i democratici non hanno nessuna nostalgia del sindacato “cinghia di trasmissione”.
Il Pd non deve schierarsi con il sindacato né tantomeno con il datore di lavoro, quando la trattativa, ancorché dura e intorno a un documento discutibile, si muova nell’ambito delle regole democratiche. A farlo si correrebbe più di un rischio. Intanto si andrebbe ad accentuare la divisione che già ora esiste tra le sigle sindacali, un fenomeno che sembra sempre più irreversibile e da cui i lavoratori non credo traggano vantaggio, anzi. Poi, si andrebbe ad intaccare l’autonomia della rappresentanza dei lavoratori, un bene di cui penso gli stessi sindacati siano gelosi.
Quello che dovremmo fare non è giocare nel campo dell’uno o dell’altro ma disegnare un campo nuovo.
In questo campo nuovo, si deve riaffermare la centralità del ruolo del Governo e del Parlamento che, tra l’altro, hanno gli strumenti per favorire l’unione delle forze sindacali e non la divisione.
Penso che dovremmo cominciare a congedarci dal sistema contrattuale introdotto con il protocollo del 1993. Un protocollo pensato per mettere in campo una politica dei redditi e il contenimento delle spinte inflazionistiche, ma che nei fatti ha determinato una protratta calmierazione dei salari e il rallentamento dei tempi di recupero dell’inflazione. Oltretutto non è stato neppure pienamente realizzato nelle parti più innovative legate alla produttività e alla crescita dell’azienda, che dovevano essere entrambe stimoli agli incrementi salariali.
Dovremmo poi ripensare la tempistica e la metodologia della contrattazione, attraverso il ripristino di rinnovi triennali e la valorizzazione dei livelli negoziali decentrati, sulla scorta di  quanto avvenuto nel settore dei chimici, dei bancari e dell’industria alimentare. Qui varrebbe la pena di recuperare le proposte della Commissione Giugni. In particolare mi riferisco ad alcune ipotesi: ridimensionare la centralità del contratto nazionale, utilizzato per definire solo le condizioni minime di tutela da arricchire con la contrattazione di secondo livello; rendere specialistici i contratti aziendali in modo che siano alternativa alla contrattazione territoriale soprattutto laddove c’é una grande frammentazione di piccole aziende; prevedere clausole di fuoriuscita che “consentano entro certi limiti e a specifiche condizioni definite nel CCNL di derogare a livello aziendale e/o territoriale alla disciplina negoziata a livello nazionale”.
Infine, dovremmo cominciare seriamente a pensare a un legge che regolamenti la rappresentanza sindacale e l’esercizio della libertà contrattuale. Insomma, prevedere una legge, come per l’appunto ha chiesto il Pd nella riunione della segreteria di oggi.
In attesa che si mettano le mani nella normativa, le telecamere sono posizionate davanti ai cancelli di Mirafiori, e aspettano l’arrivo di Nichi Vendola alla manifestazione della Fiom. Lui ha scelto, da leader di partito, di prendere posizione. Ora più che mai, con simpatia, mi sento di dirgli: “Caro Nichi, sappiamo sbagliare da soli”.

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