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Gheddafi

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Neanche le più spregiudicate valutazioni della Realpolitik possono giustificare l’ultimo riconoscimento regalato dal ministro Frattini al dittatore libico Gheddafi con l’intervista rilasciata ieri al “Corriere della Sera”. Per questo motivo ho presentato un’interrogazione alla Commissione europea, chiedendo di chiarire se la linea di politica estera dell’Unione Europa sia davvero conforme a quanto indicato dal ministro Frattini.
Ravvisare in Gheddafi un valido argine al fondamentalismo islamico, e per di più additarlo come esempio che l’Europa potrebbe seguire, come ha fatto il ministro nell’intervista, è una mossa azzardata che si sostituisce all’assenza di una vera iniziativa politica, italiana ed europea, sulla sponda sud del Mediterraneo.
Gheddafi è riconosciuto responsabile di attentati gravissimi, in Libia non sono concesse libertà politiche e la situazione dei diritti umani è estremamente rischiosa: a fronte di ciò si può pensare seriamente che lo “sfogatoio” dei Congressi provinciali del popolo, recentemente concessi dal dittatore libico, sia un sistema efficace per contrastare il fondamentalismo? Purtroppo, il gioco di contrapporre le dittature contro i fanatismi dura quel che dura, e di solito finisce male.
Se invece dietro le parole di Frattini c’è la preoccupazione dell’Italia che la Libia, dove abbiamo forti interessi, sia investita dall’effetto domino delle rivolte popolari, allora penso che sia arrivato il momento di riflettere se l’investimento fatto su Gheddafi possa essere a lungo termine o se sta andando in scadenza.

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