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Rinnovamento

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E’ comprensibile che in queste settimane di rivolte popolari, repressioni sanguinose, disastri nucleari e berlusconate a raffica, il dibattito politico interno al Pd sia finito sullo sfondo. Credo tuttavia che il nuovo corso di Beppe Fioroni, formalizzato pochi giorni fa con l’editoriale “Oltre Berlusconi e gli antiberlusconi” meriti quel contributo di attenzione che, eccetto il Corriere della Sera, i grandi organi di stampa non gli hanno dedicargli. Non nego che, di primo acchito, il fatto personale ha giocato la sua parte, dal momento che conservo memoria recente di una sentenza di Fioroni, di cui ero destinataria, la quale ammoniva che “se la bravura dipendesse dalla freschezza sceglieremmo candidati surgelati”. Parole che, in una peculiarissima riedizione delle convergenze parallele, facevano il paio con chi allora si esprimeva contro il “nuovismo e la retorica sulle cordate generazionali”. Ma tant’è, oggi sono contenta se Beppe Fioroni ha cambiato idea e se vuole impegnarsi per il ricambio generazionale del partito.
Infatti il rinnovamento del Pd, inteso ovviamente anche come turn over della classe dirigente, credo sia un tema decisivo che dovrebbe essere finalmente collocato al centro del partito, che nei suoi vertici dovrebbe porsi il problema del proprio futuro; e di un futuro molto prossimo. Non mi associo davvero a quelli che sparano sul “quartier generale”, ma sarà pur giusto, e magari utile, rilevare quella certa gommosa resistenza che da dentro al Pd si oppone alle richieste di metter mano a questo nodo. Un atteggiamento che produce effetti e reazioni che sono sotto gli occhi di tutti, e che assumono di volta in volta la forma dello spettro di Vendola, delle discariche di Renzi o, peggio, di un silenzioso allontanamento. Dovremmo saperlo che, quando non ci si occupa di un problema, di solito, prima o poi è il problema che si occupa di te. E occuparsene non significa soltanto mettere in segreteria un certo numero di quarantenni, o assicurare che i “giovani” saranno mandati in tv.
Ha ragione Fioroni quando scrive che “al prossimo appuntamento il Pd dovrà presentarsi mettendo in campo una nuova generazione: una rete fatta di donne e uomini nuovi, che non hanno guidato il Paese prima e durante Berlusconi”. Ma qui è anche il punto di svolta del suo ragionamento, perché Fioroni lega a filo doppio la causa del ricambio alla questione dell’antiberlusconismo e quindi in sostanza alla questione della linea politica del Pd. E le cose non sono necessariamente congruenti o sovrapponibili.
Innanzitutto, l’interrogativo sul rinnovamento del Pd è di fondo e di merito, e riguarda la transizione talvolta incompiuta dai partiti d’origine a quello democratico, la riproposizione all’interno del Pd di logiche proprie dei vecchi partiti, fino all’affiorare degli aspetti più preoccupanti dell’elettoralismo o del raggrumarsi di bozzoli di partito nel partito. Di fronte a questi fenomeni, è lecito dubitare che le facce nuove possano essere garanzia di mutato atteggiamento politico: spesso abbiamo visto giovani facce recitare antichi sermoni. Al contrario, incontrando anziani militanti nei circoli ho spesso avuto occasione di convincermi che la capacità di rinnovare non è un privilegio sancito dall’anagrafe e che ognuno di noi ha l’età, anche politica, che si merita.
Per quanto riguarda poi la percentuale di antiberlusconismo che circola nelle vene del Pd, penso che al momento dipenda dal fatto che Berlusconi è ancora in groppa al suo Governo, e a tanti dei nostri questo proprio non va giù.

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