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Libia

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Ho pubblicato questo articolo sull’Unità, a commento della situazione in Libia.

Vale la pena riflettere. Ciò di cui si parla sono vite umane, moltissime vite umane esposte al rischio di essere spazzate via. E non mi riferisco solo alle vite di coloro che hanno imbracciato il fucile per liberarsi dalla dittatura di Gheddafi, e che continuiamo ostinatamente a chiamare “ribelli”. Intendo anche le vite di quei civili che, ormai lo sappiamo, vanno di mezzo quando i missili intelligenti dimostrano invece di essere assai stupidi. E’ per questo che presto grande attenzione al richiamo di persone come padre Alex Zanotelli e Gino Strada. O a chi, nello stesso Partito democratico, sente con forza l’appello della coscienza all’esercizio attivo della non violenza. Con uguale rispetto mi sono imposta di ascoltare quanti hanno preso a invocare a gran voce la pace solo da dopo che si erano alzati in volo gli aerei della Nato.
Nel momento in cui abbiamo cominciato a chiedere la no fly zone sapevamo che tutto questo sarebbe successo. Non dovevamo chiederla? Dovevamo stare ad aspettare che Gheddafi ripulisse la Cirenaica e ristabilisse l’ordine. Potevamo, era questione di poche ore. In effetti, qualcuno ancora oggi, soprattutto dal centrodestra, sostiene che si tratta di questioni interne alla Libia e che non dovremmo immischiarci. Ma mi chiedo: quand’è che mi devo immischiare, se per strada vedo un brigante che sta strangolando un passante? Non è per semplificare situazioni complesse al massimo grado, e in cui non c’è davvero spazio per il candore, ma per porre a me stessa un quesito, e cioè se sia (ancora) possibile ammettere un coefficiente di obbligazione etica nella politica estera.
Si potrebbe iniziare con il chiedere un minimo di coerenza. E sicuramente questa per prima è mancata nel Governo. Altrimenti ci spieghino la piroetta dal baciamano di Roma al “non disturbare il raìs” di un mese fa, all’allineamento di ieri con Sarkozy. Si potrebbe anche andare a chiedere il conto alla Lega nord, che dopo aver ritrovato il pacifismo peloso del ’99, quello di quando difendeva Milosevic, ora sta costruendo cinicamente la sua campagna elettorale proprio sulla Libia e su un’emergenza immigrazione deliberatamente abbandonata a se stessa.
Ripeto, vale la pena riflettere. Dopo aver registrato sulle sponde libiche l’ennesimo naufragio dell’Unione europea, vogliamo provare, almeno noi nel centrosinistra, a non fare l’errore di abbandonare ancora il futuro nelle mani del caso, del fondamentalismo o di un altro regime? In alternativa, possiamo fare una delle cose che ci riesce meglio: dividerci.
 
(L’Unità, 22 marzo 2011)

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