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San Martino

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Pubblico il testo dell’orazione che ho tenuto il 28 aprile scorso a San Martino di Terzo d’Aquileia per la commemorazione dell’eccidio del 28 aprile 1945:

Ricordiamo oggi l’uccisione di tredici innocenti figli di questa terra, stroncati negli estremi giorni di una guerra ingiusta e sciagurata. Sono un piccolo tassello dell’infinita serie di vittime che la violenza dell’ultimo conflitto mondiale ha disseminato lungo la nostra penisola, e che si è accanita in modo particolare, fino alla fine e con crudeltà esacerbata, nella nostra Regione e nella Bassa. Una lunga scia di sangue è rimasta dietro alle truppe tedesche in ritirata, dopo Terzo, Cervignano e su fino ad Avasinis.
La coscienza di un popolo, così come quella delle singole comunità, non può dimenticare i suoi caduti, i testimoni del durissimo travaglio che l’intero nostro Paese ha dovuto patire per conquistarsi la democrazia. Qui la lotta partigiana contro il nazifascismo ha avuto un’espressione autenticamente corale. Qui non si non si attese che accadessero gli eventi, non si delegò ad altri la liberazione dall’oppressione. Qui a Terzo molti furono i giovani e le donne che decisero di dare il loro contributo alla Resistenza: ci fu chi salì in montagna, chi si unì ai Gap, chi fece la staffetta e chi collaborò con l’Intendenza Montes, raccogliendo i viveri per sostenere i combattenti. Non dimentichiamo che tutto ciò fu possibile perché la comunità condivideva largamente l’aspirazione alla libertà propugnata in prima persona da coloro che impugnavano le armi. Si può dire, a buon diritto, che la Resistenza a Terzo fu quel “moto di popolo” celebrato da Calamandrei.
Questa lotta e questi caduti sono gli esempi che concorrono a formare la coscienza civile di un popolo, la cui memoria è sempre a rischio di oblio e che quindi è nostro dovere ravvivare in noi stessi e soprattutto nelle menti e nei cuori delle generazioni che verranno. Ha adempiuto perciò nel modo più pieno al suo compito civile l’amministrazione comunale di Terzo d’Aquileia: i fanciulli che oggi sono stati portati sull’argine del fiume Terzo dovranno conservare in loro, e tramandare, il monito e l’orrore per la violenza e per ogni intolleranza.
Una lezione quanto mai utile e opportuna, dato che molti sono i volti dell’intolleranza, la quale torna a rialzare il capo proprio nella nostra Europa, in quel continente che credevamo ormai immune dal contagio delle ideologie più perverse, fino a far nuovamente agitare le bandiere del razzismo.
Dovrebbe sgomentarci e preoccuparci quanto sta accadendo, anche in Paesi che fino a ieri giudicavamo tra i più solidi baluardi della tolleranza e della convivenza. Il successo conseguito in Finlandia dal movimento di destra dei ‘Veri finlandesi’ è solo l’ultimo di una serie di affermazioni registrate da formazioni, nel migliore dei casi, populiste ed euroscettiche. La recente approvazione in Ungheria, da parte della maggioranza conservatrice del Parlamento, di una Costituzione dai tratti autoritari e nazionalisti, è un atto che ha suscitato preoccupazione e proteste non solo in molti esponenti della società civile ma anche nelle cancellerie di alcuni Stati membri e al Parlamento europeo. Lo stesso accade in Canton Ticino, dove avanza prepotente un partito come la Lega dei Ticinesi, che considera invasori addirittura i lavoratori italiani transfrontalieri.
Si tratta di un fenomeno che ha ormai inequivocabili dimensioni europee e che, da qui alla fine dell’anno potrebbe essere confermato in nuove, importanti consultazioni elettorali, dal momento che a ottobre si voterà in Polonia e Svizzera, a novembre toccherà alla Danimarca e alla Croazia. Con ancora maggiore preoccupazione guardiamo all’avanzata dell’estrema destra in Francia, proprio nel Paese da cui si è propagata in tutta Europa la lezione della Rivoluzione repubblicana.
Sono fenomeni che richiedono una grande vigilanza e un grande equilibrio. Le stesse doti che sono richieste alle forze democratiche in Italia di fronte alle scosse che stanno venendo inferte agli assetti delle nostra garanzie costituzionali. Dobbiamo infatti essere consapevoli che l’Italia è un Paese in cui forte e radicato rimangono il sentimento della libertà e l’attaccamento ai diritti, prerogative delle democrazie avanzate che noi ci siamo conquistati con le sofferenze e i sacrifici di donne e uomini, di italiani come le tredici vittime di Terzo.
Per questo è importante sapere da dove veniamo, e conoscere il prezzo pagato dai nostri padri per conquistare e trasmetterci i diritti di cui oggi andiamo fieri: è stato un prezzo troppo alto perché noi possiamo permetterci di tradirlo o di travisarlo.
Anche i gesti apparentemente più stolti vanno condannati senza esitazione, quando sotto di essi possa celarsi l’ombra grigia della connivenza con le forme deteriori dell’intolleranza, soprattutto se il richiamo al passato prende l’abito esplicito del revisionismo o addirittura del neofascismo.
Era il 25 aprile scorso quando un gruppo, appartenente a un movimento giovanile di centrodestra del Veneto, si è fatto ritrarre in una foto mentre faceva il saluto romano e reggendo il tricolore della Repubblica sociale di Salò. Ed è sempre in occasione della festa della Liberazione che nel nostro Friuli mani oltraggiose si sono alzate a deturparne la memoria insultando i combattenti e i caduti per la libertà.
Costoro hanno lottato per consegnarci una democrazia autentica, e i Padri costituenti hanno riversato lo spirito di quella lotta nella nostra Carta fondamentale: là sono scritte le regole del confronto politico e sanciti alcuni pilastri imprescindibili, primi fra tutti il bilanciamento e la separazione dei poteri.
Pericolosa è la tentazione di intervenire, che oggi si presenta con sempre maggiore audacia, proprio a modificare quell’equilibrio, ora lamentando come troppo esigue le prerogative attribuite al presidente del Consiglio, ora rivendicando una centralità del Parlamento che non è mai stata messa in discussione. Di fronte a chi tenta di forzarle, il compito di chi vuole rispettare e difendere le regole della Repubblica è quello di mantenersi strettamente nei loro limiti, raffermando il loro vigore e la loro intangibilità. Ciò significa anche valorizzare le forze vive della società, lavoratori e categorie, dando loro ruolo e voce, non certo confinandole ai margini e riducendole a muti testimoni di decisioni prese lontano. Significa, in sostanza, recuperare la dignità e l’orgoglio della politica.
Una dignità che non è rispettata, se la politica si piega a essere mezzo per l’esercizio del potere di pochi o di uno solo, anziché essere strumento al servizio di tutti. Non dovrebbero esserci leggi pensate e votate mirando a obiettivi specifici, né finalizzate alla limitazione dei diritti essenziali delle persone. Se accadono fatti simili, a livello nazionale o regionale, è difficile poi meravigliarci di fronte alle istituzioni europee che esprimono il loro giudizio negativo. Dovremmo ricordare che, se il popolo italiano fu capace di tante conquiste e di tanti progressi, ciò fu possibile in virtù di una generosità lungimirante, che ha anteposto i valori umani universali alle chiusure e ai piccoli egoismi.
Perché vi è un altro dono prezioso lasciatoci dai caduti di Terzo, che si inserisce nella storia e nella tradizione dei costruttori della democrazia in Italia, ed è l’afflato di solidarietà che ha cementato e onorato questa comunità.
Voglio perciò chiudere con un omaggio alla generosità di tante famiglie che, pur nella loro povertà, seppero accogliere e ospitare a Terzo i bambini di Attimis, Faedis, Nimis, costretti a lasciare le loro case e i loro paesi incendiate dai nazifascisti.
Sono esempi che valgono come il martirio dei caduti, e che auspico si ricordino e tramandino, perché i popoli non crescono e prosperano soltanto sul sangue versato.

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