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Parità sconosciuta

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Da Nord a Sud, in tutte e 18 le regioni italiane in cui dopodomani si andrà alle urne, le donne candidate a sindaco bisogna cercarle col lanternino. Potere, politica: faccende da uomini. E così è per queste amministrative, che si fermano al 14% di “quote rosa” fra quanti aspirano alla poltrona di primo cittadino, contro l’86% di candidati maschi. Sul totale di 3.976 candidati in tutta la Penisola, 3.419 sono uomini, 557 donne. Roba di cui andare poco orgogliosi.
«Di certo siamo lontani dalle best practices del Nord Europa, dove la parità di genere è stata raggiunta pressoché ovunque. Per non parlare della Finlandia, dove è assoluta», commenta Debora Serracchiani, parlamentare del Pd a Bruxelles, proprio nella legislatura che ha visto toccare la quota del 35% di donne fra i deputati europei. «C’è ancora da fare, ma è più di quanto avvenga in Italia», continua Serracchiani.
E passando dal Parlamento a città e paeselli, nei 1.315 comuni chiamati al voto per il rinnovo dei sindaci, in ben 800 non c’è neanche una donna fra i candidati sindaci. Lì le sfide saranno tutte al maschile, dicono i dati di Anci e Viminale. «Per il Pd – sottolinea ancora la parlamentare europea – la parità di genere è uno dei principi fondamentali inserito nello statuto. Nelle nostre liste la presenza di donne è in media del 40%, ma in alcuni casi raggiunge anche il 50%». Il centrodestra non fa lo stesso? Beh, oggi «il 50% della popolazione è sottorappresentata, c’è un problema di riconoscimento di diritti. Evidentemente per il centrodestra non è una priorità. Del resto un problema culturale c’è, in larghissima maggioranza il candidato sindaco è uomo. E anche questa discussione è il segnale di un’arretratezza culturale che dobbiamo superare. Solo in Italia, per l’introduzione delle quote rosa nei Cda, ho assistito a una discussione per allontanare l’entrata in vigore della legge, perché mancherebbero le donne con competenze adeguate: semplicemente assurdo!».
Ma a sinistra e a destra le misure, evidentemente, restano diverse. Così, per un’Anna Finocchiaro che da Napoli esorta a usare il voto di domenica «per dare un forte segnale al Paese per riequilibrare la rappresentanza di genere», perchè «portare più donne preparate e competenti nei consigli comunali serve alla democrazia e al buongoverno delle città», e ancora, per una Marina Sereni che invita gli elettori a «sostenere le donne nelle liste del Pd», a Milano c’è una ricandidata Letizia Moratti, voce del Pdl, che con la sua platea ammette apertamente: «se vi promettessi il 50%di donne in giunta non sarei onesta».
Tutto questo, mentre lo stesso ministro alle Pari Opportunità, Mara Carfagna, insieme all’Anci si rivolge ai futuri amministratori delle città per chiedere una giusta rappresentanza femminile nelle prossime giunte, perché quella attuale «è troppo bassa». Obiettivo che le donne del Pd si sono assicurate da tempo, a Bologna, perlomeno col loro candidato, Virginio Merola, che in caso di vittoria ha promesso un governo “rosa” per metà. In attesa che, magari, diventino legge le proposte di riforma del voto che puntano alla parità di genere nelle pubbliche amministrazioni (un progetto c’è per le elezioni comunali, e l’Unione delle Province chiede sia esteso anche alle provinciali).
La maglia nera a proposito di “quote rose” fra i candidati, nel frattempo, la vince la Campania, con 30 donne in corsa per le 151 poltrone da sindaco disponibili, contro 385 candidati maschi, con una sproporzione del 7% contro il 93%. Alle Marche, invece, il (ben modesto) primato opposto, con 29 comuni al voto e 77 candidati sindaco, di cui 15 donne, pari al 19,5%.

(Alessandra Rubenni, L’Unità, 13 maggio 2011)

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