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Una “tassa” sulle cause di lavoro

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In Italia le cause di lavoro sono gratuite in primo e in secondo grado. Il lavoratore, impegnato a rivendicare i suoi diritti contro un’azienda, paga solo il “contributo unificato” una volta che la lite sia arrivata in Cassazione. Ma ora la manovra del governo minaccia di cambiare le carte in tavola. Prevede il versamento di un “contributo unificato” per ogni controversia di lavoro. Questo pedaggio d’ingresso scatterebbe fin dal primo grado e cambierebbe sulla base di due elementi: a seconda del reddito del lavoratore e a seconda del valore della causa.
Si tratta di una modifica rilevante. I lavoratori, in difficoltà economiche perché licenziati o perché in attesa degli stipendi arretrati, potrebbero rinunciare ad avviare la vertenza.
La novità non è sfuggita al PD, che ne chiederà la cancellazione ora che la manovra arriverà all’esame delle Camere. Dice Debora Serracchiani, eurodeputato del Partito Democratico: “Le cause di lavoro a pagamento sono uno scandalo che colpisce l’intera classe dei lavoratori subordinati.
Secondo Serracchiani – che è avvocato del lavoro – “è sempre più chiaro che il governo Berlusconi non ha scrupoli a far cassa sulla pelle dei più deboli. In questo caso ha nascosto tra le pieghe della manovra una nuova tagliola che colpisce addirittura i lavoratori che perdono il posto. Oltre ad aver elevato del 15% il contributo unificato da versare per tutte le altre cause, ha introdotto il pagamento del contributo unificato per le cause di lavoro che prima ne erano esenti”.
Per l’europarlamentare, “le conseguenze sono quantificabili: un dipendente che vuole fare causa perchè illegittimamente licenziato da una ditta con meno di 15 dipendenti dovrà pagare un contributo da 42,5 a 103 euro; e il lavoratore che volesse fare un decreto ingiuntivo per recuperare 6.000 euro di retribuzioni arretrate dovrà pagare fino a 103 euro. Insomma il diritto diventa a pagamento”. Danilo Gruppi, segretario della CGIL di Bologna, parla di “balzello vergognoso e velenoso che punta solo a dissuadere i lavoratori dal far valere i loro diritti”.

(tratto da “la Repubblica” di sabato 9 luglio 2011)

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