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Il fermento c’è

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E così Mario Adinolfi ha deciso di lasciare il Partito democratico.
L’abbiamo apprezzato per le sue note puntute e ci ha fatto scandalizzare con le sue posizioni estreme.
La questione merita un approfondimento. Alla notizia dell’addio, più di uno si è fatto sfuggire commenti di soddisfazione. Non vorrei che la scomodità del personaggio fosse alibi per dribblare il merito della questione che è sul tappeto, e che prescinde dallo stesso Adinolfi.
Perché gli argomenti addotti per l’addio non sono leggeri, e meriterebbero di essere affrontati con attenzione nel Pd. Penso ad esempio ai temi assai scottanti del lavoro e del welfare, a quelli del rapporto con il sindacato e le categorie, o magari ai temi etici. Ma è soprattutto nel suo complesso che il ragionamento esige approfondimento. Non è infatti una novità che dentro il Pd coabitano, talvolta con notevoli difficoltà di dialogo, diverse radici, interpretazioni e proposte, e abbiamo ripetuto, forse troppo spesso, che questa è una ricchezza del partito. La lettera di Adinolfi ci torna a dire nei suoi esiti che questa ricchezza sembra anche un nostro limite, dato che in varie occasioni ci siamo fermati al confine del compromesso, al di qua di una vera sintesi politica. Che poi è quello che serve per fare proposte credibili.
È possibile che ciò accada perché quel che resta dei collanti ideologici o dei riferimenti valoriali rende davvero incompatibili le diverse posizioni? Oppure che, come dice Adinolfi senza peli sulla lingua, la strategia complessiva del partito si debba attribuire in toto a quello che lui definisce «conformismo conservatore» di ascendenza pidiessina. Se le cose stanno così e basta, allora Adinolfi ha ragione e il progetto del Pd è fallito.
Io non ne sono convinta. Perché forse questa analisi può valere per una parte non irrilevante del partito, ma è lontanissima dallo spiegarne molte dinamiche, e le tante forze e tensioni ideali diverse che vi si agitano dentro. Lo constata chiunque percorra l’Italia frequentando l’arcipelago Pd, dove c’è un fermento di persone che vogliono andare oltre alle categorie tradizionali, nelle quali semplicemente non si riconoscono più. E a chi, a vario titolo, è stata data la responsabilità di essere classe dirigente, tocca andare incontro a questo fermento, rendendolo significativo nell’indirizzare per l’appunto la strategia complessiva del partito. Voglio leggere in questo modo il fiorire di iniziative promosse dai cosiddetti “giovani” del Pd negli ultimi tempi, e che li vedranno ancora attivi in futuro. Questa, sicuramente, è l’aspirazione con cui Giuseppe Civati e io ci prepariamo all’appuntamento di Bologna del 22 e 23 ottobre.
Lì ci saranno anche quelli di cui si depreca la marginalizzazione nel partito: molti cattolici, persone che hanno fatto sinceramente proprio il problema della diseguaglianza generazionale, gente convinta che bisogna tenere aperta la porta del partito e mettersi in ascolto di quel che c’è fuori. Saranno lì come già sono dentro al Pd, o magari ai margini o magari lontanissimi, ma con gli occhi rivolti verso questo partito. Un partito che, è vero, non dovrebbe marginalizzare nessuno, ma nel quale nessuno dovrebbe nemmeno lasciarsi mai marginalizzare.
Anche se dice che lo voterà in mancanza di alternative, Adinolfi sa bene che, con tutti i limiti, non c’è in Italia un partito più modernamente attrezzato per il futuro. Ma bisogna farlo funzionare, e decidere di andarsene non è il modo migliore perché ciò accada.

(Europa, 4 ottobre 2011)

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