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Europa

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L’analisi di Stefano Menichini sulla drammatica frammentazione che sta segnando la società italiana, e sull’affanno del Pd nell’assumere con decisione la leadership dell’alternativa, ha il pregio di evidenziare con chiarezza alcuni elementi di criticità reale. In premessa, è utile ricordare che la società italiana, e qui mi riferisco agli ultimi decenni, difficilmente può esser definita compatta, a meno di non vedere la compattezza nell’esito delle grandi contrapposizioni – quelle politico-ideologiche e delle relazioni industriali, ad esempio – che rendevano immediatamente interpretabile la realtà e riducevano a schema le sue contraddizioni. La caduta dei presupposti storici ed economici di questi schemi ha aperto, in ritardo, la difficile strada dell’Italia verso la normalità dell’essere parte dell’Europa avanzata.
L’improvvisa necessità di confrontarsi con una crisi che assume caratteri e dimensioni sempre più minacciosi e imponderabili costituisce, almeno in prima battuta, un formidabile elemento di accelerazione dei processi di corrosione di molti vincoli sociali, economici ed etici.
Quando, per fare qualche esempio, Giorgio Benvenuto legge nel divorzio tra Fiat e Confindustria il riflesso di una frammentazione che coinvolge tutta la società del nostro Paese, e quando Luca di Montezemolo sostiene che Confindustria non deve avere paura di ripensare il suo ruolo, i suoi compiti e soprattutto la sua articolazione, essi compiono un’operazione interpretativa analoga a quella di Menichini, laddove questi individua il Pd come parte del problema nazionale.
In effetti, ciò è vero non solo in quanto il Pd partecipa inevitabilmente di una temperie, ma anche nella misura in cui il Pd vorrebbe essere a tutti gli effetti un partito-Paese, che ha cioè l’ambizione di sussumere in sé la storia e l’eredità dei due grandi partiti popolari che hanno largamente egemonizzato il Paese nel dopoguerra. Date le premesse, il Pd non poteva che nascere così, ma è altrettanto chiaro che così non può continuare a vivere: prima di essere tali, le eredità sono beni che qualcuno ha accumulato. L’eredità del Pci e della Dc, nelle loro varie metamorfosi, si sta (finalmente?) esaurendo, e ora tocca rimettersi a lavorare per costruire qualcosa di nuovo.
Per intenderci, probabilmente l’obiettivo sarà raggiunto quando si sarà superata l’idea di un Pd come possibilità di incontro, in termini di capacità di governo, fra forze laiche e forze cattoliche, perché in questo marchio risiede un handicap che ancora impedisce al Pd di attingere la sua identità definitiva. E da cui rampollano esercizi, ipotesi e divergenze su temi come quello delle alleanze.
E’ sempre più improrogabile l’esigenza che ai laici e ai cattolici del Pd, o peggio nel Pd, si sostituiscano i democratici laici e cattolici; e meglio ancora se non ci si ferma a questi due attributi. Il rischio è che si continui ad approcciare problemi nuovi e complessi con paradigmi ormai inadeguati.
La sfida delle modalità di rinnovamento della classe politica, e le soluzioni che un partito riformista occidentale propone ai grandi nodi dell’economia e dell‘equità, del lavoro e del welfare, sono strettamente legate al superamento di quei paradigmi.
Una delle più grandi, e riuscite, truffe di Berlusconi è avvenuta quando è riuscito a spacciare Forza Italia come un partito liberale di massa. Era una truffa, tuttavia il nodo della proposta di un partito di massa complesso ma non frammentato né leaderistico giace tuttora irrisolto. O meglio, quella risposta che è il Partito democratico, ha bisogno di essere articolata di più e meglio.
Qui credo si saldino a vario titolo le iniziative che puntellano il Pd in questi mesi, le quali offrono almeno due chiavi di lettura. Una è innegabilmente e penso giustamente correlata al desiderio di una leva di dirigenti del partito di far sentire la loro voce.
L’altra comporta forse una prospettiva di più lungo termine, quasi alla stregua di certi movimenti tettonici che portano alla luce nuove falde dagli strati sottostanti; ma è probabilmente qui che va individuato l’apporto più originale e costruttivo che il Pd, e solo il Pd, sta offrendo al Paese nella formazione di una nuova classe dirigente. E’ una prospettiva importante, in cui crediamo, noi che, domani e domenica, apriamo a Bologna un laboratorio dove sperimentiamo alcune formule innovative da mettere al servizio del partito. In primo luogo offriamo l’assenza di chiusure e pregiudiziali, che non vuol dire vuoto di idee ma volontà di mettersi in discussione. Ovviamente mettendo in campo anche qualche proposta che sentiamo utile per il Pd e per l’Italia, sul fisco, sull’ambiente, sulla corruzione, sulle liberalizzazioni…
E poi mettiamo in campo la volontà di essere squadra, di contribuire a innescare quello scatto collettivo auspicato da Menichini, capace di farci imboccare la via che ci conduce fuori dall’impasse della crisi economica e politica. Una via che non può essere percorsa se non tramite un’alleanza culturale, sociale e generazionale delle forze davvero riformatrici e innovatrici che ci sono nel nostro Paese.

(pubblicato su “Europa” del 21 ottobre 2011)

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