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Albinea

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Pubblico il testo del discorso che ho tenuto sabato ad Albinea per la commemorazione ufficiale dei caduti nell’attacco a Villa Rossi e Villa Calvi del 27 marzo 1945.

Giovani di Albinea, Autorità civili, militari e religiose, cittadini di questa terra generosa e forte,
mi permetto di invertire l’ordine codificato delle precedenze nel mio saluto perché io vorrei rivolgermi a loro, ai giovani prima di tutti gli altri, per provare a fare assieme uno sforzo che dia speranza a tutti noi. Vorrei infatti che oggi compissimo uno sforzo alto ed esigente: il rito della trasmissione della memoria civile della Nazione a coloro cui appartiene il futuro.
Perché siamo qui? E’ una domanda che dobbiamo farci ogni anno, con insistenza e senza pudore, perché non dobbiamo nasconderci che ogni anno il trascorrere del tempo e il mutare della sensibilità rende la risposta sempre più difficile da trovare. E’ un carattere tra i meno felici della nostra contemporaneità, quello di divorare rapidamente gli eventi facendoci scorrere letteralmente davanti agli occhi eventi lieti e luttuosi, guerre di oggi e di ieri, tutto appiattito, incasellato e, alla fine, ugualmente irrilevante.
La natura compie il suo corso, e sempre di meno sono coloro che, guardandoci negli occhi e mostrandoci le mani, possono essere testimoni di come il mondo dei valori umani e civili abbia ben altro spessore della sua stereotipata rappresentazione. Per questo consideriamo preziosa la tangibile presenza tra di noi dei partigiani reduci, e il saluto che più tardi sentiremo dalla voce di David Kirkpatrick, il piper che suonò la carica con la sua cornamusa durante l’incursione al comando tedesco. Un grazie anche ai suoi tre figli, oggi qui tra noi a rappresentare un legame che non si spezza.
A Villa Rossi e a Villa Calvi si sono consumati specifici episodi di una tragedia immane che lo scorso secolo ha flagellato tutta l’Europa, rendendola un unico sanguinoso campo di battaglia. Vorrei riuscire a far mio e a trasmettere l’orrore lucido che dovettero provare tanti nostri simili sessant’anni fa, accorgendosi che il continente si andava immergendo in un oceano di odio. Perché solo riuscendo a capire intimamente la profondità delle divisioni che hanno contrapposto le nazioni e i popoli, le sofferenze infinite che ne sono scaturite e la fatica del riscatto, solo così potremo sperare di trovare la risposta alla domanda che ponevo prima: perché siamo qui?
Certo, siamo qui affinché tutto questo non accada “mai più”, com’è inciso sul monumento dedicato ai caduti di Villa Rossi. Ma siamo qui anche e precisamente perché tutto questo è accaduto. A noi non deve bastare allontanare quella violenza e quei morti con un motto sì importante ma insufficiente. Noi dobbiamo entrare nelle fibre di quegli uomini, di ogni partigiano che quel 27 marzo 1945 stringeva in pugno un’arma, degli altri che erano pronti a stringerla, di ogni soldato alleato che combatté e di quelli che caddero. Dobbiamo entrare anche nell’animo di quei tedeschi che fecero la scelta più drammatica e giusta, andare contro il proprio Paese, e che pagarono con la vita.
E’ difficile capire, pensare a questi luoghi ora pacifici come a un campo di battaglia, anche per me, ma questa memoria e questa comprensione sono il dovere civico di chi non vuole abbandonare il contatto con le radici della libertà e della democrazia e di chi non vuole perdere un saldo punto di orientamento cui riferirsi, anche nel mezzo della quotidiana ridda delle contrapposizioni di parte.
Giustamente il sindaco Incerti ha definito questo come un “luogo di memoria europea”. Mai come in questo momento dovremmo tornare a prestare attenzione al significato profondo di queste parole. Perché la memoria europea è fatta per la stragrande maggioranza di episodi cruenti come quello che celebriamo qui, e assai meno di ricorrenze che segnano traguardi raggiunti. Quanti ricordano il 9 maggio 1950? Eppure allora, a cinque anni e un giorno dalla fine della Seconda Guerra mondiale, fu firmato il trattato da cui prese vita il primo embrione dell’Europa unita.
Oggi forti scosse stanno mettendo a dura prova la solidità di quella costruzione, e sembrano tornare di pressante attualità le parole di Schumann: “la pace mondiale non potrebbe essere salvaguardata senza sforzi creatori proporzionati ai pericoli che la minacciano”. Certo, non siamo più stretti nella minaccia dei blocchi contrapposti o della distruzione termonucleare paventata negli anni ‘50 e ’60, ma è dall’interno che sembra consumarsi un’erosione di fiducia nelle forze comunitarie, mettendo in crisi proprio quella speranza di futuro migliore che avevamo posto alla base del nostro lavoro comune.
La disparità delle capacità di reazione di fronte alla crisi economica mondiale ha reso ancor più evidente come sia sottile il velo della solidarietà europea, quella che copre la faglia delle diseguaglianze da cui sono incisi i Paesi membri dell’Unione. Occorre davvero uno “sforzo creatore”, qualcosa di più delle pur fondamentali misure fiscali e di austerità con le quali i governi tentano di imbrigliare il galoppo della crisi.
La mancanza della politica europea sta mostrando i suoi effetti negativi: non può infatti reggere una comunità multiliguistica e plurale, se si autogoverna nei suoi settori fondamentali senza che i suoi organi esecutivi abbiano una piena legittimazione democratica.
E’ dunque nelle cose, sta facendosi strada e sta venendo sempre più condiviso il pensiero che è necessario fare un salto di qualità. Siamo cioè sempre più consapevoli che si dovranno fare scelte di natura costituzionale per garantire un processo di decisione politica, economica e fiscale allo stesso livello rafforzando la democrazia europea e l’efficacia del sistema istituzionale dell’ Unione. Ho sentito il dovere di unirmi a moltissimi altri europarlamentari di tutti gli schieramenti con una proposta pubblica che va in questa direzione: vorremmo vedere i capi di Stato e di governo dell’Unione europea partecipare alla seduta plenaria del Parlamento europeo del 10 settembre 2012 celebrando il sessantesimo anniversario della prima Assemblea europea e chiedendo al Parlamento europeo di elaborare un rapporto sulla riforma del Trattato di Lisbona approvandolo in tempo utile prima delle elezioni europee del 2014.
Ho voluto dirlo qui, a costo di sembrare allontanarmi dal motivo primo per cui qui ci siamo ritrovati, ma in realtà per esservi ancora più fedele nella sostanza. E’ pensando al senso delle vite spezzate nella lotta contro il sopruso e l’intolleranza, infrante nel sogno di una vita migliore e più libera, che dobbiamo capire il debito che ci resta da pagare. Ma il debito verso i nostri caduti si paga prendendosi cura del nostro presente e dei nostri figli.
L’Italia, la nostra Patria, ha una grande responsabilità sulle sorti presenti dell’Europa e dei suoi figli. Per un periodo troppo lungo ci siamo distolti dal compito di essere sentinella e avanguardia dell’Unione, permettendo anzi che fossimo infiltrati dal sospetto che dalla fredda Bruxelles venissero solo norme penalizzanti o, nella migliore delle ipotesi, inutili. Persino della stessa moneta comune, insufficiente ma tuttavia formidabile strumento di appartenenza e coesione, si è sentito dire che si poteva fare a meno, quasi si sentisse la nostalgia dell’inflazione galoppante. Non serve fare l’elenco dei pericolosi strafalcioni che sono stati detti e fatti toccando l’argomento Europa. Serve ricordare che non dobbiamo farli più.
Spero che siamo sulla strada giusta, anche guardando al percorso intrapreso nel risanamento dei conti pubblici dello Stato, premessa indispensabile per riacquisire autorevolezza anche sui tavoli comunitari ed esteri. Il percorso non è né sarà facile ma è una strada obbligata, perché l’alternativa è la decadenza e l’abdicazione a esercitare un ruolo propositivo. La grande alleanza che regge il nuovo Governo è al tempo stesso la risposta a un’emergenza improrogabile cui porre rimedio, ma anche il segno di un limite della nostra cultura politica, che dobbiamo sforzarci di superare una volta per tutte.
Abbiamo lasciato alle spalle da tempo, pagandola a carissimo prezzo, l’ambizione di pretendere per il nostro Paese un ‘posto al sole’, ma abbiamo ben chiaro il senso della dignità nazionale, preservata grazie ai sacrifici della resistenza partigiana e con le stellette. Vale la pena ricordarlo in questi giorni, durante i quali abbiamo visto nostri concittadini, soldati e civili, sottoposti a un trattamento inaccettabile, rapiti o esposti all’estremo rischio della vita da sconsiderate iniziative militari di Paesi amici. A loro vorrei rivolgere, assieme a tutti voi, il mio pensiero riconoscente e deferente, essendo uomini e donne che hanno collocato l’ideale o il dovere prima del calcolo sul risparmio della vita.
E termino riproponendo la domanda iniziale: perché siamo qui? E provo a rispondere: siamo qui per capire dall’esempio, dei vivi e dei morti, che senza ideali, sogni, sacrificio, valore e senso del dovere, nulla si compie e si costruisce che valga la pena di essere tramandato e conservato.
I combattenti di Villa Rossi si sono nutriti di tutto ciò, e per questo ora le loro azioni continuano ad avere un significato morale e civile che supera il trascorrere del tempo. Essi ci impongono di essere attenti e umili nell’ascolto della loro lezione, a pena di disperderla, ma anche di essere orgogliosi eredi di questa eredità e fedeli interpreti di un tanto grande esempio.

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