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La politica al tempo del flash

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Vi propongo la lettura di questo articolo di Mario Lavia, che mi sembra meriti qualche momento di attenzione. La tesi di un appiattimento della prospettiva storica e di un’identità politica sempre più effimera, determinati da una sorta di imprigionamento nel presente cui siamo sempre più sottomessi dalla logica di una comunicazione a colpi di tweet, mi sembra apra spazi di riflessione e possibilità di approfondimento. L’esperimento è anche quello di ospitare su questo blog, dedicato per definizione al giorno per giorno, un articolo che ne discute la portata e gli effetti.

In un’epoca senza memoria è difficile ricostruire i nessi fra passato, presente e futuro. E la velocità imposta da Twitter e dalla televisione non aiuta l’elaborazione di un pensiero razionale.
Nell’Educazione sentimentale, Gustave Flaubert inserisce misteriosi spazi bianchi – i blancs che tanto poi piacquero a Marcel Proust – che simboleggiavano tipograficamente un salto temporale imprecisato: poteva distanziare giorni, mesi o anni senza che il racconto ne subisse strappi né forzature. Una novità stilistica, all’epoca. Non era certo la prima volta che il romanzo “saltasse” il tempo regolare: ma era nuovo il fatto che questo non venisse spiegato con i tradizionali «era passato un anno…» o «il mese successivo…», ma venisse “suggerito” graficamente, appunto, con quello spazio bianco. Tutto ciò rappresentava la frantumazione del tempo del racconto, emblema del romanzo contemporaneo, che poi nel Novecento – si è già fatto il nome di Proust – conobbe clamorosi esempi.
L’arte anticipa la storia, come si vede. Caliamo il tutto nell’“oggi”, infatti, in questo tempo che nega la memoria: e scopriamo che è alquanto paradossale, e in un certo senso catastrofica, questa prevalenza del qui e ora, perché incide – negativamente – sulla coscienza di sé, o di tutto un popolo. Oggi, se dovesse scrivere un manuale di storia politica, Flaubert ne avrebbe di che metterne, di blancs!
La politica italiana (e non solo) così è ridotta: al day-by-day, alla dichiarazione di un’ora, all’intervista di una mattinata, al talk show di una mezza serata. Il tempo della “battuta”. Una siffatta pratica – la politica del flash d’agenzia – può avere conseguenze del tutto negative soprattutto in specifici ambiti, quelli che necessitano di un respiro più ampio, di una meditazione più profonda.
Ci si ricorda dei «pensieri lunghi» di Enrico Berlinguer? Forse erano più riferiti alla mutevolezza dei rapporti di forza internazionali (i blocchi, il disarmo, le nuove realtà statuali) che ai movimenti sociali e politici, mentre a questi ultimi pur si riferiva invece Aldo Moro («Non guardate al domani ma al dopodomani»): ma sempre di tempi lunghi si trattava. Era un’altra epoca. La politica era “maturazione”, concetto oggi così fuori moda, era costruzione di un progetto pezzo per pezzo, segmento per segmento.
Recentemente Romano Prodi ha osservato come sia «una tragedia italiana» quella che abbiamo chiamato «la politica del flash» per un settore per antonomasia “lento” come la politica estera.
La Primavera araba – è solo un esempio – non è un processo che si consumi in tre mesi: occorre pazienza per costruire scenari che paiono repentinamente crollare o sorgere. Ma è apparenza, appunto, perché nulla nasce dall’oggi al domani: possiamo davvero pensare che il Muro di Berlino cadde il 9 novembre 1989? La confusione fra la maturazione della storia (anche con le accelerazioni pazzesche di questa fase storica) e la storia stessa è all’origine di clamorosi abbagli interpretativi.
Ciò non nega peraltro accelerazioni e svolte: se fosse vero che la politica non fecit saltum saremmo più infelici, perché tutto sarebbe temporalmente prevedibile, il che è la negazione della vicenda umana. È vero dunque il contrario: chi aveva previsto l’eclissi del berlusconismo nei modi e nei tempi in cui ha preso corpo? Chi aveva previsto un cambio di fase, anche culturale, come quella che il paese sta vivendo nella quale serietà, compostezza, competenza sono divenute le bandiere di una classe di governo?
Soprattutto: chi può prevedere come andrà a finire, questa grande crisi targata Duemila? Ecco perché questa è l’età dell’incertezza. Ciò, appunto, anche a causa di una politica che oggi è prigioniera della malattia di “resettare” tutto, immagini, date, personaggi, fatti, luoghi. Ma che dico, “resettare”: siamo nell’epoca in cui un tweet scaccia l’altro dopo un attimo. Ora, non è detto, come dice un saggio diventato famoso, che Google ci renda stupidi: ma certo ci rende più vulnerabili all’inessenziale. E ci fa dimenticare.
Chi si ricorda più di Noemi Letizia – per dire – o dell’Udeur, o di Turigliatto, di certi ministri (e ministre) sbalzati dalle poltrone solo pochi mesi fa? Eppure era ieri, o ieri l’altro. Ma è come con la moneta cattiva che scaccia quella buona: il fatto nuovo getta quello vecchio nel cestino delle nostre menti. Internet e televisione, da questo punto di vista, non aiutano la politica come ricostruzione del tempo. Anzi, contribuiscono a segmentarlo.
Sta di fatto che oggi non abbiamo granché memoria del passato, anche recente, se non per ciò che solo un duro lavoro ha per così dire obbligato a ricomporsi, come nel caso, che resta un unicum, dei 150 anni dell’Unità d’Italia. C’è voluto lo sforzo di un paio di presidenti della repubblica per sintonizzare gli italiani col proprio passato. Per ricostruire una vicenda. Ma la norma è che si viaggia velocissimi, e chi non ci riesce peggio per lui: pare che non ci sia nulla da fare. La politica d’altronde ha introiettato un concetto che è proprio dell’economia, della produzione, anzi della pubblicità.
C’è qui, e parecchio, il segno del berlusconismo, il marchio del Biscione appiccicato alla dimensione politica, e d’altronde più che un partito Forza Italia è stato un gran brand. Ma non è solo questo. Tanto è vero che il fenomeno è di lunga durata, ben oltre il Cavaliere. Il fatto è che l’ossessione del nuovo, in sé non per forza negativo, ha prodotto il tic dell’effacement, come dicono i francesi, cioè della cancellazione di un passato nel quale invece si ritrovano i fondamenti di un’azione progressiva.
Il punto critico è questo (e lo si intende più chiaramente se riferito al centrosinistra): è possibile meditare sul proprio passato senza scadere nel conservatorismo? Ed è materialmente possibile, con i tempi veloci di oggi, analizzare la propria storia con lo sguardo rivolto al domani? Hanno i gruppi dirigenti di oggi gli strumenti per un’opera siffatta?
In questo senso, pensiamo a come è venuto fuori il Pd: probabilmente orfano di una rielaborazione dei mille elementi delle storie precedenti. Come se lo “strappo” politico – in sé necessario – avesse appunto strappato anche le fotografie, le cronistorie, le biografie. Col risultato di trovarsi di fronte non un corpus analitico ma fantasmi notturni, eterni, o miti inservibili. La parte del Pd che viene dalla sinistra, soprattutto, ha vissuto e vive un’insufficienza, da questo punto di vista, che è probabilmente destinata a pesare per molto.
È un grande problema per i gruppi dirigenti (non solo dei leader). Non si è passatisti se si osserva che Amendola, Fanfani, o Nenni, per fare i primi tre nomi che vengono in mente, avevano quel senso della storia di cui i loro eredi faticano a impadronirsi, forse perché pensano che non serva a niente.
L’ideale sarebbe che le forze politiche (con la testa siamo al Pd, ma non solo), pur sanamente protese al rinnovamento, trovassero il modo di guardare meglio dentro al canestro della storia, avessero come un sussulto che le portasse a riflettere sul punto da cui si è partiti e sul cosa ci si è portati appresso nella traversata.
Vale per i partiti, troppo immemori di ciò che hanno fatto il mese scorso; e vale per i singoli uomini politici, troppo immemori di ciò che hanno detto il giorno prima. Col risultato che l’accumulo di messaggi produce una sostanziale cacofonia che allontana le persone dalla politica, un accumulo che è l’effetto di un disordine e di una rimozione.
Indirettamente, anche di questo parla il grande romanziere israeliano Abraham Yehoshua nel suo ultimo romanzo, La scena perduta. Ove si racconta lo sconforto del protagonista, l’anziano regista Yair Moses: «Dopo poco tempo, una settimana o due, a volte anche meno, il film si dissolve come non fosse esistito. Pare essere svanito nel buio della sala cinematografica. Gli spettatori non riescono a ricordare il titolo, gli attori, la trama.
Al massimo rimane il tagliandino del biglietto dimenticato in una tasca. Prendiamo per esempio una coppia: i due, seduti l’uno di fronte all’altra, cercano di spremere il ricordo di una scena, del volto di un attore, di un punto saliente del film visto insieme solo qualche giorno prima. Niente. Cancellato dalla coscienza. Cos’è successo? Cos’è cambiato? Forse le decine di canali televisivi eternamente sotto i nostri occhi frantumano le pellicole cinematografiche non in piccoli pezzi ma in una polvere che si disperde».
L’antidoto di Moses sta nell’iper-realismo: solo con immagini “forti” si può fissare nella mente delle persone un tal concetto. Ma questo è molto pericoloso. E non solo perché ricorrere alla “forza”, com’è noto, è segno di debolezza: ma per il fatto che il risultato non è scontato. Anzi. Moses – e se leggete il romanzo lo capite – potrebbe/dovrebbe riavvolgere tutto il film della sua storia, della sua vicenda umana, rimeditarlo, ricriticarlo, smontarlo e rimontarlo: il che è molto più faticoso che inquadrare, come fa lui, un feto espiantato, l’immagine dura che si fissa nella testa del pubblico. Sapendo, bergsonianamente, che «il tempo non è qualcosa di omogeneo», pure così dovrebbe fare la politica: provare a ricostruire i nessi, il prima e il dopo, il tempo perduto e quello da ritrovare.
Fermarsi un attimo, se necessario. Proprio come fa Moses, bisognerebbe andare sempre in cerca di una “retrospettiva” della propria storia. La cosa era relativamente più semplice ai tempi “lenti” della politica – in fondo, a guardare col cannocchiale rovesciato di Proust, dai Cinquanta ai Novanta non sono poi successe tantissime cose. E poi prima la retrospettiva era più agevole grazie allo storicismo che informava la cultura italiana, per cui da cosa nasce cosa e, insomma, era facile spiegare, scandire, catalogare, spiegarlo quel benedetto passato, che, parafrasando Rilke al contrario, è in noi, nella nostra storia.
Oggi, che è tutto maledettamente più complicato, connettere passato e presente, cioè riempire i blancs di Flaubert, potrebbe rivelarsi un’utopia, una missione impossibile. Provarci però non dovrebbe costare molto, per chi ne avesse la voglia, e la forza.

(Mario Lavia, Europa, 3 aprile 2012)

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