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La filosofia e il Pd

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Quale filosofia per il Partito Democratico e la sinistra? E’ l’argomento di cui si discuterà, martedì 10 aprile alle 18, alla libreria Feltrinelli di Udine, con Luca Taddio, curatore del volume edito da Mimeis, assieme a Roberto Masiero e Francesco Bilotta. Ci sarò anch’io. Di seguito pubblico l’intervista che Luca Taddio ha rilasciato ad Edoardo Anselmi e pubblicata sul Messaggero Veneto del 6 aprile scorso.

«Il libro – dice Taddio, che insegna estetica all’ateneo udinese – nasce dalla consapevolezza della crisi in cui viviamo. L’unica via di uscita è quella di sperimentare idee nuove e coraggiose, dopo aver compreso le ragioni che ci hanno portato in questo cul de sac. E la filosofia, per definizione, è la candidata più autorevole per giocare questo ruolo critico di analisi libera e incondizionata. A tale scopo il volume raccoglie una serie di contributi autorevoli: di Rodotà, Severino, Vitiello, Bazzicalupo, Donà, Leghissa…». – Ci troviamo in crisi economica, è anche una crisi culturale? «Entrambe, che sintetizzo nel termine “politica”. Alla base vi è un problema politico, ovvero un’impotenza strutturale della politica rispetto al potere economico, che si accompagna alla conseguente incapacità del singolo attore politico a rispondere ai problemi che i processi di globalizzazione in corso ci impongono. Il capitalismo finanziario ha creato profonde disuguaglianze. Si pensi al dato che ormai è sulla bocca di tutti, ma che tuttavia ancora non è stato sufficientemente problematizzato, stante il quale lo 0,5% della popolazione possiede 69 trilioni di dollari, mentre il 68% detiene 8 trilioni di dollari. Recentemente i giornali hanno riportato la notizia che il patrimonio dei dieci italiani più ricchi è pari a quello di tre milioni di poveri. Ciò fa impressione, ma non quanto apprendere che la somma del Pil di tutti i paesi del pianeta si aggira intorno a 54.000 miliardi di dollari, mentre il totale dei capitali speculativi che passano da una piazza finanziaria a un’altra si aggira attorno 540.000 miliardi di dollari. E ancora ci stupiamo della debolezza del singolo politico, partito, Stato?». – Rimaniamo comunque nel campo dell’economia più che della politica… «Ribadisco che la crisi è della politica. Il capitalismo finanziario si muove all’interno di dinamiche globali mentre la politica può agire solo a livello locale-nazionale. In gioco ci sono, mi conceda il bisticcio, troppe forze troppo forti, capaci di far fallire in un baleno interi Stati: parliamo di un ristretto gruppo di persone e di un ristretto gruppo di interessi in grado di destabilizzare enormi aree geopolitiche. Beh, direi che l’anomalia è evidente, il punto è come risolvere questo evidente problema senza che ciò sfoci, come in passato, in devastanti conflitti». – Attraverso le presentazioni del libro previste in molte città italiane si intende cercare un confronto col Pd. Perché avete deciso di invitare Debora Serracchiani? «Non vedo come la sinistra e il Partito Democratico possano non farsi carico di queste sfide. Debora Serracchiani rappresenta una generazione nuova di democratici, incarna per molti la speranza di cambiamento. Ma dobbiamo confrontarci sul significato di questo cambiamento: solo se abbiamo chiaro dove vogliamo andare possiamo operare scelte incisive, necessarie anche per il futuro più prossimo».

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