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Breivik

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Dopo l’avvio del processo per la strage di Utoya oggi l’Unità ha pubblicato una mia riflessione sul caso Breivik.

Ancora ricordiamo l’orrore per la vera e propria caccia che Anders Behring Breivik ha dato ai ragazzi del partito laburista norvegese sull’isola di Utoya, dove si trovavano per il loro meeting estivo. E questo dopo aver fatto esplodere una bomba nel centro di Oslo.
Iniziato il processo, sappiamo che le perizie mediche hanno detto che quest’uomo non è pazzo, che è in grado di intendere e volere, insomma che quello che ha fatto è stato deliberato, pianificato ed eseguito con coscienza e raziocinio. In sintesi, per Breivikc era una buona ragione per uccidere 77 persone, e questa era la sua legittima difesa di fronte alla politica pro immigrati del governo laburista. Tanto che Breivik è addirittura dispiaciuto “per non aver fatto un maggior numero di vittime”. A coronamento, l’assassino ha dichiarato di non riconoscere i tribunali norvegesi in quanto avrebbero ricevuto il loro mandato “da partiti politici che sostengono il multiculturalismo”.
La logica che sorregge queste posizioni è aberrante e per certi versi nuova, perché prefigura un’antitesi assoluta, non solo politica ma anche etico-culturale, nei confronti di un sistema di valori e principi, che è quello su cui si regge la democrazia come forma di organizzazione civile e politica delle comunità, e perché al contempo esprime un totale disprezzo nei confronti della vita umana.
A cercarli, casi analoghi si trovano. Teorizzando le estreme conseguenze dell’antisemitismo, anche il regime hitleriano ha trasformato gli esseri umani in cose, invocando e adoperandosi per la “soluzione finale”. Negli anni di piombo, che l’Europa ha patito sulla sua pelle, anche i terroristi disconoscevano l’autorità dello Stato, che dichiaravano di dover combattere come un nemico e del quale non riconoscevano, ad esempio, gli organi di giustizia.
Ma qui sembra di assistere, per l’appunto, a qualcosa di nuovo. Le schegge del Breivik-pensiero disegnano i contorni del fantasma di un fanatismo “occidentale”, che veste sì i panni della destra estrema, che magari lancia il saluto nazista, ma che ormai ha subito una metamorfosi intima rispetto alle declinazioni dell’ideologia “nera” tradizionale.
Se confermato in futuro,questo potrebbe rivelarsi l’aspetto più preoccupante dell’azione del fondamentalismo islamico sulla nostra società: potremmo essere stati contagiati dal virus che avremmo dovuto debellare, e nella secolarizzata Europa sarebbe entrata in circolo un’idea di scontro tra civiltà di tipo millenaristico, in cui l’islam di cui farnetica Breivik è speculare al “grande Satana” di cui straparlano certi ayatollah. Espressioni come “abbracciare il martirio”, utilizzate dallo stesso Breivik, suscitano un’eco sinistra che ricorda la dottrina di cui erano imbevuti i piloti kamikaze dell’11 settembre, o tanti portatori di cinture esplosive.
Obbligatoriamente, ora diremo che il caso è singolo o che è estremamente circoscritto, e che alzeremo le barriere contro l’avanzare eventuale di simili idee e il proliferare di emulatori. Tutto corretto, e confido che lo faremo. Ma il primo pensiero istintivo che ho avuto è stato: speriamo che sia pazzo. Un folle possiamo metabolizzarlo, ma a nulla l’Europa è meno preparata che all’irrompere di un’irrazionalità così cieca sulla sua scena politica.

(pubblicato su “L’Unità” del 17 aprile 2012)

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