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Made in Italy/2

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Pubblico l’articolo di Alessandra Flora in merito alla lettera sul Made in Italy che ho indirizzato nei giorni scorsi al ministro Moavero.

Il Parlamento di Strasburgo torna alla carica nella lotta alla contraffazione. In una dichiarazione bipartisan dello scorso 17 aprile, un gruppo di eurodeputati – italiani in testa – denuncia di essere escluso dai negoziati sugli accordi commerciali del WTO e chiede al Consiglio europeo, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti nazionali di impegnarsi per rafforzare gli strumenti di difesa commerciale contro gli sgambetti di molti paesi extra-UE come la Cina. Le basi normative ci sono, ma la risoluzione a difesa del Made in approvata nell’ottobre scorso è ancora incagliata al Consiglio.
Tra i firmatari del manifesto gli eurodeputati Gianluca Susta, Niccolò Rinaldi, Cristiana Muscardini Anche Debora Serracchiani sostiene l’iniziativa.
Gli europarlamentari denunciano che “una parte della produzione mondiale viene realizzata non rispettando le norme minime di protezione sociale e ambientale, creando così una distorsione delle regole del commercio internazionale, e che l’approccio di alcuni sistemi nazionali ostacola, di fatto, la libera concorrenza del commercio internazionale”.
La dichiarazione punta sulla “necessità, per l’Unione europea, di dotarsi di regole più efficaci per il Commercio Internazionale fra Ue e paesi terzi, attraverso appropriate politiche industriali e sociali, condivisi strumenti di sostegno del commercio leale, misure a garanzia dei diritti dei lavoratori e dei consumatori e interventi a difesa della natura e dell’ambiente”.

Il j’accuse al WTO e alle lobbies

Gli eurodeputati partono dal presupposto che il WTO – l’organizzazione internazionale per il commercio – nasce per assicurare, attraverso regole eque, un commercio leale al servizio dello sviluppo sostenibile. Una parte della produzione mondiale, però, viene realizzata senza rispettare le norme minime di protezione sociale e ambientale. Il Parlamento si rammarica di essere escluso dalla procedura per la negoziazione degli accordi commerciali del WTO.

Serracchiani scrive a Moavero per sbloccare risoluzione Made in

Proprio questi giorni Serracchiani ha scritto una lettera al ministro per le Politiche europee, Enzo Moavero, affinchè il governo intervenga presso il Consiglio al fine di sollecitare una rapida promulgazione del regolamento che impone l’indicazione del Paese di origine dei prodotti extra-UE.
La deputata di orgine romane, ma che da sempre vive a Udine (suo bacino elettorale), ha così raccolto l’appello di un gruppo di imprenditori Veneto e il Friuli Venezia Giulia, che compongono il distretto dell’occhialeria.
Serracchiani ricorda a Moavero il danno arrecato a molte Pmi del distretto del Nord-Est, dovuto all’importazione di prodotti finiti ai quali viene apposto il Made in Italy in seguito a lavorazioni marginali, anzichè sostanziali.
Serracchiani ricorda che il 21 ottobre 2011 il Parlamento europeo ha approvato a larghissima maggioranza una proposta di regolamento comunitario che impone l’indicazione del Paese di provenienza dei prodotti extra-Ue destinati a essere commercializzati in Europa, attualmente incagliata al Consiglio europeo per l’opposizione di alcuni stati membri.
Da tale normativa, prosegue l’europarlamentare, sono escluse, ancora prima di giungere all’approvazione in sede plenaria, importanti e significative categorie quali ad esempio il settore tessile e quello dell’occhialeria.

Made in: un progetto di regolamento “insabbiato”

La risoluzione legislativa approvata il 21 ottobre 2011 dall’aula di Strasburgo prevede che il paese d’origine sia impresso su beni destinati al consumatore finale (tessili, mobili, utensili, prodotti farmaceutici, strumenti di lavoro, rubinetteria, scarpe, oggetti di vetro e cristallo). Sono esclusi prodotti alimentari e della pesca.
In realtà per il tessile la norma è ambigua: per manufatto tessile di consumo finale s’intende il prodotto finito o il prodotto semilavorato che deve essere sottoposto a ulteriori fasi di lavorazione nell’Unione prima di essere commercializzato.
Perchè diventi legge, il testo deve ora essere approvato dal Consiglio, dove alcuni stati membri si oppongono all’idea di una legislazione europea sul Made in. In passato la famosa legge Versace-Reguzzoni, approvata con larga maggioranza dal Parlamento italiano, si arenò in sede europea per mancanza di sostegno di molti paesi membri.

Chi avversa il Made in

Nei paesi del nord Europa numerose grandi aziende dell’ICT si avvalgono della componentistica cinese. Anche in Italia alcuni colossi, ad esempio, dell’occhialeria, producono gran parte dei loro prodotti ne paesi terzi e non hanno interesse ad una normativa comunitaria a tutela del Made in, caldeggiata dai piccoli imprenditori, molti dei quali nel distretto produttivo del Nord-est.

(pubblicato su Euractiv.it il 24 aprile 2012)

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