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Populismo?

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Pubblico l’editoriale di Pier Aldo Rovatti apparso oggi sul “Il Piccolo” di Trieste, con il titolo “Grillo, sbaglia chi parla di populismo”.

Attenzione, il web non decide – ammonisce il presidente Napolitano, evidentemente preoccupato dello spaesamento della politica di fronte all’ascesa del movimento di Grillo. La parola con cui automaticamente identifichiamo questo movimento è “populismo”. Naturalmente Napolitano ha ragione e “populismo” non è un identikit falso. Tuttavia… Nella stagione appena trascorsa, quella berlusconiana, avremmo potuto egualmente dire: attenzione, la televisione non decide. E aggiungere: ecco la politica trasformata in un populismo di regime. Ma tutti crediamo che tra quella stagione e l’attuale ci sia un salto netto e abbastanza visibile. Allora la mia prima riflessione attorno al populismo è la seguente: attenzione, questa parola sta diventando un contenitore troppo ampio, ci mettiamo dentro cose decisamente diverse, rischiamo una generica omologazione, e perciò occorre distinguere. Abbiamo in mente che il populismo sia un modo di far politica che tenta di sbarazzarsi di ogni mediazione istituzionale per parlare direttamente al popolo. Di qui all’antipolitica il passo è breve. Quindi siamo allarmati e alquanto pensosi. Ma non c’è un solo modo di parlare direttamente alla gente: Silvio Berlusconi adoperava il paternalismo, esercitava un potere dall’alto, voleva che gli italiani si identificassero con lui, deponessero ogni spirito critico e diventassero una specie di gregge di credenti.
L’onda attuale, invece, non è affatto paternalistica, si sta formando dal basso (comunque la pensiamo sul suo leader-megafono), identifica dei temi di lotta all’establishment. Che ci piacciano o meno, questi temi sono radicalmente critici nei confronti di una società corrotta e fangosa: in ogni caso, il singolo cittadino è invitato a una ribellione facendo funzionare la propria testa. Testa già abbastanza attiva, a dar retta ai sondaggi che indicano nei cosiddetti “qualunquisti” che aderiscono al movimento Cinquestelle un tasso di informazione politica assai più elevato, in percentuale, rispetto ai supporters dei vari partiti della sinistra. Dunque, per rimanere solo agli esempi che ho fatto, si tratta di populismi molto diversi, per non dire diametralmente opposti. La mia seconda riflessione riguarda i mezzi, o più precisamente i media. Pensare che si tratti di semplici protesi comunicative, cioè di epifenomeni alla fine non essenziali, vorrebbe dire ripetere un errore diabolico. E qui dobbiamo allora aggiungere un distinguo di ordine precipuamente culturale. La “cultura televisiva” (che sopravvive, eccome, alla caduta politica di Berlusconi) era la sostanza di quel populismo, mentre tutt’altro discorso va fatto sull’uso del web nel movimento di Grillo. È facile omologarli, ma rischieremmo di non capirne nulla. La “cultura televisiva”, costruita ad arte da Berlusconi, era e resta una semplificazione / falsificazione della realtà, la quale viene ridotta a effetto spettacolare grazie all’immissione massiccia di stereotipi di comportamento quotidiano, svuotati a modelli pubblicitari (e dove il richiamo al sesso funziona come una potente macchina di consenso politico, altro che semplici feste private ad Arcore). Lo spettatore viene passivizzato negli stereotipi più ovvi (banali e maschilistici): si illude di essere un individuo particolare, in realtà pascola nel gregge. L’uso che i “grillini” fanno del web ha poco o nulla in comune con la “cultura televisiva” berlusconiana: se invita a diffidare delle maniere tradizionali della comunicazione politica, non lo fa certo per istupidire la gente ma nel tentativo di svegliarla, e l’invito vero è quello di appropriarsi di un modo libero e democratico per comunicare, riconoscersi, trovarsi assieme. Il web non è solo questo, ma è anche questo, cioè un moltiplicatore di istanze di libertà civili. Non c’era bisogno di Grillo per accorgersene (bastava dare un’occhiata in giro per il mondo), lui ha avuto il merito di realizzare l’evento, e molto fa pensare che simile evento (che ora tutti prendono sul serio grazie ai voti e ai sondaggi) possa proliferare al di là di Grillo stesso e del suo indubbio (e discutibile) carisma. Sapranno essere buoni amministratori? Verranno anch’essi inghiottiti da “Roma ladrona”? Credo che l’animo della sinistra istituzionale sia spaccato in due: si vorrebbe che fallissero ma li si guarda con molto interesse, come se rappresentassero qualcosa di vero e importante per la nostra asfittica scena politica. Comunque, nessuno pensa più che sia sufficiente squalificarli con un’etichetta generica di “populismo”.

(pubblicato su “Il Piccolo” il 31 maggio 2012)

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