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Lo spirito dei fondatori

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Pubblico l’articolo di Carlo Azeglio Ciampi, pubblicato oggi su Il Sole 24 Ore, e che bene descrive ciò di cui l’Europa ha bisogno per uscire dalla crisi che la assale.

Nel momento in cui l’edificio europeo mostra crepe così profonde da metterne a repentaglio la stabilità, mi espongo volentieri alla critica di avanzare argomenti altre volte spesi. Per le brevi riflessioni che seguono avverto, infatti, la necessità di muovere riandando alle scaturigini del processo di unificazione europea. In quei pressi vi è anche la fonte cui ho attinto la fede europeista, abbracciata negli anni giovanili, praticata con convinzione crescente, e con crescente cognizione di causa, via via che aumentavano le responsabilità istituzionali delle quali sono stato investito.
Dieci anni or sono, in occasione del conferimento del premio Carlo Magno all’euro, volli sintetizzare le motivazioni ideali del mio impegno per la costituzione dell’Unione europea, di cui la moneta unica rappresentava una pietra miliare.
Parlai allora di «una generazione nata all’indomani della Prima Guerra Mondiale; una generazione che nel pieno della giovinezza è stata stravolta dalla Seconda guerra mondiale; una generazione che ha provato, sulla propria carne, l’insensatezza di contrapporre con le armi in pugno giovani contro giovani; di distruggere il patrimonio di una comune cultura millenaria; di annullare risorse reali e spirituali che, con l’esaltazione della vita e dei suoi valori, potevano essere fonte di benessere per tutti i popoli dell’Europa e per l’intero mondo».
Quelle motivazioni, rivestite di nuovi significati, si rafforzarono nel secondo dopoguerra, allorché l’Europa, divisa da contrapposizioni ideologiche e dallo spirito di contesa delle due superpotenze vincitrici, doveva trovare una risposta efficace alla minaccia della distruzione atomica.
La realizzazione dell’Unione europea è un processo strutturalmente non lineare – caratterizzato da una alternanza di accelerazioni e di fasi stallo – perché esso va a incidere su Stati e su popolazioni che vantano una lunga storia, ricca di cultura e di tradizioni consolidate, con ordinamenti e istituzioni profondamente diversi.
La costituzione della moneta unica e della sua Banca centrale ha impresso al processo unitario un’indubbia accelerazione, anche in risposta al fenomeno della globalizzazione dei mercati e all’affacciarsi sulla scena mondiale di nuove e importanti economie – quelle della Cina, dell’India, del Brasile – con popolazioni che sono multipli rilevanti di quella del Continente europeo. Si tratta di economie la cui capacità di produzione, avvalendosi della più avanzata tecnologia, può rendere marginale quella di Paesi di antica tradizione industriale.
Gli uomini di governo e i tecnici che si impegnarono nella realizzazione del progetto della moneta unica non ignoravano le riserve di coloro che ritenevano la tenuta dell’euro soggetta alle insidie delle differenze tra i Paesi aderenti; di chi temeva che i più deboli tra questi sarebbero stati schiacciati dai più forti; di chi paventava il contagio dell’instabilità dalle economie più fragili a quelle più robuste. Essi erano ben consapevoli che il sistema avrebbe retto a condizione che la sua architettura fosse integrata, nel breve termine, dal governo unitario dell’economia, con le implicazioni e le scelte istituzionali che questo richiede: un bilancio comune, una Banca centrale dotata di tutti i poteri e le prerogative proprie di tali organismi.
In altri termini, dopo la rinuncia a quella monetaria altri considerevoli pezzi di sovranità nazionale dovevano essere ceduti dagli Stati membri dell’Unione. I governanti dei principali Paesi non trascurarono di mettere in conto che – dopo quello della moneta unica – il perseguimento dell’obiettivo finale avrebbe richiesto di porre mano all’assetto istituzionale dell’Unione. L’Europa paga il conto di non avere una Costituzione che fissi i principi ispiratori dell’Unione e le regole di governo; di non avere organi di governo e legislativi effettivamente rappresentativi della volontà dei popoli e degli Stati membri.
Non è questo il momento di rivangare gli errori compiuti, di recriminare sulle occasioni mancate, di sottolineare le difficoltà incontrate, di cui pure è opportuno non sottovalutare ragioni e rilevanza. Questo è piuttosto il momento di guardare al di là di tutto ciò, senza sentirsi zavorrati dal passato e di andare avanti con realismo, ma anche con la volontà e la passione di chi sa di inseguire un traguardo ambito, necessitato dalla Storia. Quello che, all’indomani della Secondo conflitto mondiale, vide impegnati a tracciarne il percorso un gruppo di statisti europei – i Padri fondatori dell’Unione – i quali seppero coniugare con spirito libero e innovativo interessi dei rispettivi Paesi con quelli dell’Europa nel suo insieme, in modo da assicurarle pace e prosperità, laddove sino a poco prima essa era stata teatro di conflitti tragici.

La scelta della moneta comune
Per avanzare in quel percorso, nella seconda metà degli anni ottanta del secolo scorso, fu concepito il disegno di una moneta unica per l’Europa. La decisione di procedere sulla strada dell’unificazione monetaria fu squisitamente politica; non fu decisione di banchieri. Ho ricordato altrove l’incontro avuto, da Presidente del Consiglio, con il Cancelliere Kohl, nel corso del quale convenimmo entrambi che anche solo un rinvio del Trattato di Maastricht sarebbe stato non una semplice battuta d’arresto nel processo di unificazione dell’Europa; ne avrebbe segnato l’avvio del fallimento, con il rischio di risvegliare tentazioni nazionaliste e con esse gli spettri degli anni trenta.
Non ci sbagliavamo. Gli effetti della globalizzazione, la crisi economica hanno suscitato in molti paesi europei, anche in quelli di più robusta tradizione democratica, spinte alla formazione o al rafforzamento di movimenti le cui basi ideologiche richiamano tristemente esperienze che ritenevamo sepolte per sempre. Non siamo, dunque, immemori delle conseguenze drammatiche che siffatti movimenti ebbero per Paesi, comunità, individui, non solo sul piano del benessere materiale, ma per la pace, per la libertà, per la dignità.
È questa memoria, innanzitutto, che impone di non desistere dal fare ogni possibile sforzo per dare risposte convincenti ai problemi pur gravi del presente. Risposte in grado di rimediare a errori e insufficienze del passato e di porre premesse solide per progredire nella direzione che sappiamo essere la sola per la salvezza del Vecchio Continente e del suo immenso patrimonio di civiltà, dei Paesi che lo compongono, dei popoli che lo abitano: l’unione politica dell’Europa.

La “lezione degli Stati Uniti”
In questo momento appaiono esasperate – persino incolmabili – le differenze che separano la periferia dal centro dell’Europa; differenze che sembrano dar ragione dello scetticismo di alcuni – fra questi non pochi economisti e opinionisti accreditati – sulla fattibilità di una Europa unita. Un sentimento, lo scetticismo, quasi mai estraneo alle realizzazioni ardite, forse per un difetto di “vista” o forse di coraggio. Altiero Spinelli, in un convegno nel lontano 1957, ne segnalava esempi illustri nella diffidenza dell’economista Josiah Tucker e nel dubbioso interrogarsi dell’incaricato di Francia in America, Louis Guillaume Otto, entrambi assai poco convinti delle possibilità di riuscita della giovane America. Il primo nel 1786 affermava: «Quanto alla futura grandezza dell’America e dell’idea che essa possa mai diventare un possente impero sotto una testa, sia monarchica o repubblicana, questa è una delle utopie più folli e più visionarie che siano mai state immaginate da scrittori di romanzi. Le antipatie reciproche e gli interessi opposti degli Americani, le loro differenze di governi, di abitudini e di costumi provano che non avranno alcun centro di unione o di interesse comune. Mai potranno essere uniti in un impero compatto sotto qualsiasi forma di governo: gente disunita fino alla fine dei tempi, pieni di sospetti e diffidenze degli uni verso gli altri, saranno divisi e suddivisi in piccole comunità o principati, secondo le loro frontiere naturali, i grandi golfi e i vasti fiumi, i laghi e le catene di montagne». Quanto al diplomatico francese, egli scriveva al suo governo: «Gli Stati si lasceranno spogliare di parte della loro sovranità?…La loro politica ispira loro reciprocamente avversione e gelosia…questi repubblicani non hanno più Filippo alle porte!».
La questione europea va ricondotta nel suo alveo naturale che, come ha ricordato qualche giorno fa dalle colonne di questo giornale Helmut Schimdt con chiarezza e franchezza, è quello politico. Politiche sono infatti, scrive Schmidt, le motivazioni sottostanti al progetto dell’Unione. Mostrando realismo, senso della storia e capacità di affrontare il nuovo, le sue considerazioni rimandano a quelle dei Padri fondatori, Adenauer, Monnet, Schuman, Spaak, De Gasperi, i quali convennero sull’esigenza di costituire una comunità di Stati europei per scongiurare il ripetersi di distruzioni catastrofiche, ma anche per inserire (nell’articolo ricordato Schimdt non teme di ricorrere al termine imbrigliamento) la Germania in una unione e impedire il ripetersi di avventure egemoniche.
È il rischio di una egemonia – osserva ancora Schimdt – che sollevò più di una perplessità in Gran Bretagna, Francia e Italia sulla riunificazione tedesca; perplessità superate grazie all’impegno assunto da Mitterrand e da Kohl di associare alla riunificazione una ulteriore, più stretta forma di integrazione europea così da costituire un contrappeso al nuovo assetto che si sarebbe configurato.
La questione trattata da Schimdt è stata e rimane fondamentale per la realizzazione dell’Unione europea. Oggi ad essa si aggiunge quella del futuro economico dell’Europa, area tra le più ricche e sviluppate del mondo, la cui integrazione è necessaria per conservare i livelli di prosperità raggiunti; per reggere il confronto con altre grandi economie, alcune delle quali giovani e agguerrite.
È dunque, riduttivo trattare le questioni dell’euro e dell’Unione europea circoscrivendole alle modalità operative della Bce, al cosiddetto “Fondo salva Stati” o al coordinamento delle politiche di bilancio dei paesi membri. L’euro è in primo luogo un problema di politica internazionale. Occorre chiarezza circa la volontà dei principali Paesi dell’Unione di pervenire a un assetto in cui trovi soluzione la questione “centro tedesco-periferia”, come ha sintetizzato su queste pagine l’ex Cancelliere tedesco.

Recuperare lo spirito delle origini
La sintonia che avverto con le posizioni dell’anziano Cancelliere nasce oltre che da antica stima, forse anche dalla comune condizione anagrafica. Una condizione che insieme con l’apprensione con cui guardo al presente e al suo possibile evolversi mi induce a fare appello a coloro che oggi possono decidere delle sorti dell’Europa perché, pur nella diversità dei tempi e delle situazioni, si rivestano dello spirito, tutt’altro che utopico o visionario, ma totus politicus, che animò convinzioni, scelte, azioni di una classe di governo europea che sessant’anni or sono ritenne di inscrivere interessi nazionali all’interno di un più ampio e coraggioso disegno. Essi avevano contezza della condizione dei rispettivi Ppaesi, stremati, non meno dei colossali sforzi e delle enormi risorse da mettere in campo per la ricostruzione. Ciò non ne rendeva angusta la visione; semmai ne acuiva la vista nella messa a fuoco della realtà, nella valutazione della posta in gioco che rendevano ineluttabile ragionare in termini di “noi”.
Il noi era l’Europa; non Francia, Germania, Italia.
Ecco allora Schuman affermare che «dopo il crollo del terzo Reich è giunta l’occasione per aiutare la Germania vinta e prostrata, ad uscire dal proprio isolamento, di tenderle la mano amichevolmente facendole un posto tra i Paesi europei». E osservare che «non ci sarà pace in Europa se gli Stati verranno ricostruiti sulla base della sovranità nazionale, con tutto ciò che questo comporta di politica, di prestigio e di protezione economica. I Paesi europei sono troppo piccoli per assicurare ai loro popoli la prosperità che le condizioni moderne rendono possibile e necessaria. Il benessere e gli sviluppi sociali indispensabili non si raggiungeranno a meno che gli Stati dell’Europa non si costituiranno in una federazione o in una entità europea che ne faccia una entità economica comune».
È la medesima consapevolezza maturata da Adenauer fin dal primo dopoguerra circa la necessità che la Germania dovesse armonizzarsi con il resto dell’Europa, anche a scapito dei suoi propri interessi. Egli comprendeva il bisogno di sicurezze della Francia. Anche se a proposito del Trattato di Versailles aveva osservato che «nella storia europea medioevale e moderna non c’è nessun documento così oltraggioso verso i diritti fondamentali, umani e cristiani, come questo diktat di Versailles».
Proprio per superare l’inimicizia ereditata dal passato, auspicava una collaborazione organica dell’industria pesante tedesca con quella franco-belga. Ricercò anche una possibile unione economica che propiziasse la pace tra i due paesi. Nel maggio del 1950 quando Schuman lo informa del progetto che l’anno successivo avrebbe portato alla costituzione della CECA, Adenauer annota nelle sue memorie: «Mi comunicava che lo scopo della sua proposta non era economico ma eminentemente politico . . . Il Piano Schuman corrispondeva in pieno alle mie idee . . . Non avevamo il dovere, noi che nel passato ci eravamo resi responsabili di gravi colpe con la guerra, di consacrare tutte le nostre forze spirituali, morali ed economiche, alla creazione di un’Europa che potesse diventare elemento di pace ?». Nel 1954 arriva a dichiarare all’allora Primo ministro francese Mendès-France di anteporre l’unità dell’Europa alla riunificazione della Germania, a condizione che la nuova entità avesse una connotazione fortemente ancorata agli ideali e allo spirito delle democrazie occidentali.

Il dovere di fare presto
Se permangono le ragioni di fondo per l’Unione europea; se esiste la volontà politica di portare a compimento questo progetto che, ripeto, è ambizioso e innovativo, ma anche necessario affinché l’Europa possa continuare a essere un’area di pace, di stabilità, di prosperità, di progresso, ebbene gli uomini e le donne cui oggi sono affidate le sorti dell’Unione hanno il dovere di lavorare per introdurre tempestivamente gli elementi istituzionali e operativi che consentano di superare l’attuale situazione di crisi economica, di difficoltà sociale e politica.
Crescita, rigore e governance sono i tre temi su cui da mesi i governanti europei discutono. I Paesi con economie più solide pongono l’enfasi sul rigore; quelli economicamente più deboli chiedono un sostegno consistente alla crescita; tutti sono sospettosi sulla governance, temendo di vedere sacrificati interessi nazionali. I tre aspetti si intersecano, fino a intrecciarsi e l’uno rafforza l’altro. È necessario che i governanti li affrontino con vista lunga, nella consapevolezza che la prosperità dei singoli paesi trae beneficio e si accresce se avviene in un contesto in cui il benessere è diffuso e le tensioni sociali e politiche sono sostenibili.
Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti contribuirono in modo sostanziale alla ripresa economica dei paesi dell’Europa, dei vincitori come degli sconfitti. Erano coscienti che la rinascita economica europea non solo avrebbe sostenuto e ampliato la loro attività e la loro sfera di influenza, ma si sarebbe anche creata al di qua e al di là dell’Atlantico una comunità di Stati coesa, legata da interessi comuni. I Paesi dell’Europa occidentale hanno goduto di uno dei periodi più lunghi di pace e di prosperità; sono stati assicurati loro libertà, progresso sociale, politico e culturale in misura sconosciuta nel passato. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto quei Paesi dell’Europa al loro fianco nella lunga fase della guerra fredda.
Se la Storia è anche magistra vitae, allora quando in una comunità di Stati si instaura una corrente intensa e costante di scambi, non solo commerciali, ma anche di idee, di culture, i paesi più dinamici, più “virtuosi” finiscono col costituire per tutti gli altri un punto di riferimento. A essi si guarda per i risultati che sono in grado di conseguire; per i contributi che sanno offrire. Con i loro stili di governo, con le loro prassi e le loro modalità organizzative e operative rappresentano un modello con cui confrontarsi e alla lunga emulare.
Il superamento della crisi che ha aggredito in modo particolare l’Europa, mettendo in dubbio la sopravvivenza dell’Unione, potrà avvenire in tempi brevi e a costi minori se i governanti dei Paesi europei procederanno con determinazione e tempestività a definire nuovi assetti costituzionali, istituzionali e operativi dell’Unione, onde consentirle di agire con efficacia in uno scenario mondiale complesso, ma ricco di opportunità. Occorre che i responsabili dei governi affrontino questa fase di cambiamento con lo spirito e il coraggio con cui i fondatori della Comunità europea decisero di accantonare contrasti secolari, tentazioni egemoniche, atteggiamenti di irriducibile intransigenza, perché volevano un’Europa pacificata, libera, solidale. Ritrovare quello spirito è necessario per conservare all’Europa un ruolo di primo piano. Spetta ai governanti di dare alle nuove generazioni speranze di un futuro che possa lasciarsi alle spalle l’angoscia di questi anni tormentati.
Occorre allora che i responsabili dei governi trovino il passo giusto per muoversi e procedere con saggia speditezza; consapevoli della responsabilità che si assumono di fronte alla Storia e perché non abbia a suonare per loro la riprovazione evangelica : «Dicono e non fanno. Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neanche con un dito (Mt. 23, 1-12)».

(pubblicato su “Il Sole 24 Ore” del 16 giugno 2012 – link)

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