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Il nord e noi

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L’ultimo numero di Tam Tam democratico, la rivista mensile del Partito Democratico, ha ospitato questa mia riflessione sul Nord e il Pd:

Il 17 ottobre del 2009, intervenendo a Vicenza davanti ad una platea di imprenditori del Nordest, l’allora segretario del Partito Democratico Dario Franceschini fece un mea culpa che non mancò di suscitare polemiche: “Abbiamo sbagliato a guardare con sospetto e diffidenza il mondo dell’impresa, quelle migliaia e migliaia di piccole e medie imprese, di artigiani, di chi rischia di tasca sua. Abbiamo sbagliato a trattarvi come un popolo di potenziali evasori, interessati solo al profitto”. E per tutto questo concludeva chiedendo scusa.

Dopo quasi tre anni il mondo è cambiato completamente, e noi dobbiamo tornare a parlare di Nord e del rapporto fra questa parte vitale del Paese e il Partito Democratico, chiedendoci se in questo periodo siamo stati effettivamente in grado di colmare il gap politico indicato da Franceschini.

Si arriva alla nozione matura di nord attraverso una serie di récits iniziati con il triangolo industriale e il Limonte, il nord-est e la piattaforma alpina, con MiTo fino alla Padania passando per la ‘questione settentrionale’ a far da contraltare alla ‘questione meridionale’. Una parte delle classi dirigenti, più locali che nazionali, ha cercato di indicare una prospettiva e, dentro di essa, di risolvere il tema della rappresentanza politica e sociale.

Nel passato, questo sforzo è stato compiuto dai socialisti, che hanno cercato di dare voce ai ceti emergenti urbani; più recentemente la Lega ha fatto prevalere istanze conflittuali con il potere centrale individuando il fisco, la burocrazia, l’uso della spesa pubblica e la sicurezza, come questioni reali su cui ha trovato non solo consenso popolare ma pure credibilità e opportunità di governo. La spinta al federalismo incompiuto ha queste origini.

Le componenti cattolica e comunista per un lungo tempo hanno privilegiato il governo locale, riuscendo a presidiare il territorio anche nei momenti di debolezza elettorale, ma senza diventare soggetti riconosciuti come capaci di una rappresentanza profonda del nord e delle sue aspettative. Neanche il partito dei sindaci è riuscito nell’intento di dare forma compiuta alle istanze del nord all’interno del federalismo, del glocalismo, della globalizzazione e dell’economia mondo. Quando qualcuno di essi, come Riccardo Illy, ha trovato una sintesi efficace, ha affermato che al nord si vince con “fisco e strade”.

Anche nel Partito democratico abbiamo parlato molto di Nord, declinandolo in vario modo. All’indomani della fondazione, nel 2008, si è ad esempio acceso il dibattito sul ‘Pd del Nord’, cui sono seguite iniziative come la riunione del Cooordinamento del Nord a Genova nel 2009, passando per convegni come quello di Torino su “Il Nord, l’Italia e lo sviluppo”, fino alla convention “Da Nord” di pochi giorni or sono (da cui le regioni speciali sono state incomprensibilmente escluse).

Nel tempo, non sono mancati i richiami a far assumere al Partito una forte impronta federale, nella convinzione che essa potesse rappresentare un fattore di maggiore aderenza alle esigenze dei territori produttivi e dei soggetti sociali. Al di là di rilevanti gesti amministrativi locali, da Torino a Padova, le discussioni sono restate spesso teoriche e le riunioni non hanno generato decisioni e atti legislativi e programmatici, in ciò, paradossalmente, procedendo di pari passo con le velleità autonomiste vessillo della Lega e del Governo Berlusconi. Non siamo andati oltre le formule scaramantiche contro le arretratezze della proposta leghista, e abbiamo mancato di misurarci su questioni stringenti come l’economia e i flussi, le reti locali e globali tra l’Europa e il Mediterraneo, quali occasione di empatia tra Partito e nord. Nel frattempo parte del vuoto politico ha attratto tentativi di spin off come “verso Nord”.

Sotto le increspature di superficie, nel pieno del travaglio della Lega e dell’esplodere dei populismi, l’affermazione diffusa del Pd nei governi locali è una delle condizioni per non accantonare nuovamente il tema del nord, inevitablmente intrecciato con quello del Paese e il destino del Partito.

Se ci chiediamo perché finora si è andati in una direzione opposta e, contemporaneamente, siamo disposti a darci una risposta non ortodossa, potremmo sostenere in prima battuta che non ci siamo posti il problema in modo corretto. Il Pd ha affrontato la questione del Nord a partire dal Pd, piuttosto che porsi dal punto di vista dei bisogni e delle aspirazioni del Nord, delle sue città e dei soggetti protagonisti del lavoro.

L’obiettivo della guida del Paese e la presenza radicata nei governi locali e regionali favoriscono l’inversione del processo e ci devono rendere maggiormente consapevoli che qualunque progetto nord e aspettativa di leadership elettorale non possono eludere, ad esempio, le domande preliminari su cosa serve all’Italia per raggiungere il gruppo di testa dei Paesi sviluppati.

All’Italia, per diventare virtuosa, serve meno fisco, meno burocrazia, più efficienza della pubblica amministrazione, più federalismo; per competere servono più investimenti, maggiore celerità dei procedimenti, reti ferroviarie e porti, integrazione di reti e logistica, medie imprese votate all’export, ricerca e sviluppo; e per avere un futuro bisogna dare spazio ai giovani nei luoghi del lavoro e del governo, annullare le precarietà, credere nella ricerca delle eccellenze nei vari settori, città in rete, tutelare i patrimoni e l’autenticità.

E’ più semplice a questo punto affrontare e risolvere il problema della soggettività che il Nord sta cercando o, faticosamente, acquisendo sia attraverso le affermazioni politiche sia le relazioni costruite nel mondo. Il Pd è chiamato a superare un tradizionale ruolo di rappresentanza, concentrato nella raccolta del pubblico impiego, dei lavoratori subordinati sindacalizzati e dei pensionati.

Può riuscirci se è capace di fornire una risposta a domande come queste: “in che rapporto il nord intende porsi con il contesto politico istituzionale e con le difficoltà dello Stato?”; “in che modo può praticare l’alleanza con altre regioni dell’Europa, dal momento che la globalizzazione e l’UE sollecitano una diversa regionalizzazione?”; “come il nord sta in Italia e nel mondo, qual è la sua missione e dov’è il suo futuro”. Non sono riflessioni nuove: sono riflessioni che però non sono mai entrate nell’agenda politica del Pd a livello nazionale.

Dobbiamo far leva sui governi delle città e delle Regioni; e dobbiamo recuperare un bagaglio di esperienze che paiono disperse e non avere prodotto effetti degni di nota. Ad esempio, con la sottoscrizione nel 2007 della “Carta di Venezia” e poi degli “Impegni di Milano” si è formato il Tavolo interregionale per lo sviluppo territoriale sostenibile della macro regione padana-alpina; l’Emilia Romagna, il Friuli Venezia Giulia, la Lombardia, la Liguria, il Piemonte, la Valle d’Aosta e Veneto, e le Province Autonome di Bolzano e di Trento hanno cercato di confrontarsi al fine di rappresentare al meglio le esigenze della macro-regione, con un territorio di 120.000 km quadrati e 27 milioni di abitanti, con oltre il 54% del Pil italiano, in grado di contribuire ulteriormente alla ricchezza e all’innovazione in ambito nazionale.

Un’area che, va osservato, benché auto-riconosciutasi porta dell’Europa verso il Mediterraneo e i paesi dell’economia emergente, non è stata capace di compiere atti concreti; o meglio, le sue istituzioni e rappresentanze politiche non sono state capaci di ripensare alle esistenti singole strutture.

Con la Conferenza dell’ottobre 2010 a Genova, le Regioni hanno riproposto gli intenti originari in un apposito Tavolo chiamato ad affrontare e approfondire, tra gli altri, il nesso tra sviluppo sostenibile e identità sovraregionale, gli strumenti di pianificazione e la condivisione delle buone pratiche, le possibili sinergie per progetti condivisi di cooperazione europea, le questioni delle risorse idriche, delle reti ecologiche e dei nodi infrastrutturali.

Il 27 gennaio 2012 si è tenuta a Bologna un’altra iniziativa del Tavolo interregionale per lo sviluppo territoriale sostenibile dell’area Padano-Alpino-Marittima (MAP), cui hanno partecipato le stesse Regioni del nord, alla ricerca di un collaborazione interistituzionale per favorire la ricerca di soluzioni in vari campi; l’esito dell’incontro è dato dalla sottoscrizione di una Agenda, battezzata “Agenda di Bologna”, che indica gli impegni comuni per uno sviluppo territoriale omogeneo dell’area riconducibile al minor consumo del suolo, alla riduzione delle criticità ambientali e alla semplificazione delle procedure.

Non possiamo disperdere occasioni di questo tipo. Al Pd del Nord compete condividere esperienze e riflessioni, indicare questioni e percorsi concreti, da cui prenda forma una più elevata consistenza della nostra capacità di rappresentanza politica e sociale. Un lavoro ancora più importante in un periodo politico in cui l’harakiri della Lega Nord lascia prive di rappresentanza diverse fasce di consenso.

Un vuoto politico che non rimarrà tale a lungo, perché la disillusione e la rabbia hanno già trovato in Grillo il loro ascoltato profeta. E la trasformazione della Lega Nord, da movimento che lascia dietro di sé il folklore padano a serio partito territoriale sul modello della Cdu tedesca, è un opzione che troppo spesso sottovalutiamo e che la figura di Roberto Maroni può in una qualche maniera facilitare. Solo se sapremo raccogliere queste sfide e vincerle saremo in grado di ridare attrattività al nostro territorio e di tornare dai nostri imprenditori, ma anche dai lavoratori, senza la cenere sul capo.

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