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Monopoli

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Domenica sono stata a Monopoli per la presentazione del libro “Ascesa e declino della II Repubblica”. Il quotidiano Barisera ne ha fatto la cronaca.

BARI – Il palcoscenico è di quella per così dire composta da “menti illuminate” sia del giornalismo sia del­la politica. In una calda serata di fine estate a Monopoli, in quel del Melograno, un libro, un saggio “Ascesa e declino della II Repubblica” dà lo spunto per un remake della storia italiana dalla metà degli anni Quaranta a oggi. Una storia ammantata di intrighi e misteri che spesso porta un nome impresso su qualche capitolo: “Complotto”. E così sull’argomen­to capita di fermarsi ad ascoltare un piacevole simpatico “battibecco” intellettuale fra Paolo Mieli e Lodovico Festa su chi ha scoperto per ultimi nel mondo il metodo dell’alternanza governativa sancita dalle urne: noi o il Giappone. Difficile ammettere per Mieli che nonostante tutto l’alternanza al potere è, comunque, un regalo di Silvio Berlusconi che in qualche modo ha sancito l’esistenza del bipolarismo non solo nelle urne, ma nella mente degli italiani. Eppoi ci sono politici come il vicepresidente del gruppo Pdl al Senato, Gaetano Quagliariello, e il senatore Nicola Rossi, economista del movimento Italia Futura di Montezemolo, che sbirciano nei meandri della storia (anche francese) per spiegare le ragioni della “delegittimazione della Politica in Italia” (ritenuta dal senatore barese, Quagliariello, il problema dei problemi) oppure per affermare con convinzione (è il caso dell’ex parlamentare del Pd) che è vero “si è più conservatori a sinistra”, così come sostiene Festa nel suo libro. A supporto della storia presente e passata arriva anche Antonio Pilati, consigliere di amministrazione della Rai, uno che di televisioni se ne intende e forse proprio per questo sceglie si stare seduto in maniera “stravagante” (gamba sul bracciolo) consapevole che è proprio un dettaglio “fuori tema” che cattura maggiormente l’attenzione. Impossibile non condividere la sua analisi sul fenomeno della tv privata agli inizi degli anni Ottanta: i partiti (come oggi del resto) senza un’identità e la televisione privata in grado di colmare quel vuoto e forgiare le menti degli italiani a uso e consumo dei sponsor. Ma a strappare più applausi di tutti è stata, però, la giovane europarlamentare del Pd, Debora Serracchiani, per nulla intimorita da un dibattito con esponenti “sacri” del giornalismo e con professori della politica. Anzi, proprio la sua franchezza le dà il modo di strappare più applausi con un linguaggio più immediato e per certi versi più consono ai tempi, quelli dell’antipolitica. E così quando richiama la logica dei “mediocri” dei quali i capi amano circondarsi per timore che qualcuno possa oscurare la loro luce, la Serracchiani sbanca nel popolo di centrodestra del Melograno chiamando in causa la “meritocrazia” assente nelle scelte che non solo in politica, ma in più contesti, viene fatta da coloro che hanno in mano le redini della nazionale. E così quando Quagliariello parla di due eserciti (coalizioni) in continuo scontro tra loro che delegittimerebbe la stessa politica, ma anche della necessità che i generali avvertono di non poter mollare perché ci sono i fedelissimi da difendere, ecco che la Serracchiani enuncia la sua semplice ricetta: “Se il capo avesse scelto non dei mediocri, ma i migliori passare la mano sarebbe più facile”. E la sensazione era che la “suonata” fosse più per la sua campana che per quella avversaria.

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