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Il dialogo in politica

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Essere chiamata a riflettere sul termine dialogo mi pone una certa perplessità, dovuta all’uso eccessivo che negli ultimi anni si tende a fare di questa espressione, con l’inevitabile rischio di banalizzarla. Resta, però, un segnale importante da considerare, un proposito, potremmo dire, che si nasconde dietro l’uso di questo sostantivo. Si parla di dialogo tra le culture, di dialogo tra le religioni, di dialogo tra le civiltà, di dialogo tra le generazioni… Ma ciò che si cerca di affermare, però, è forse la valenza universale della dialettica come antidoto alla violenza. Si tenta, cioè, di riassegnare al confronto quello spazio, talvolta, occupato dall’intransigenza. La questione che resta troppe volte nascosta, però, a mio avviso è: il dialogo è, di per sé, soltanto un metodo o anche un valore? O meglio: la scelta del dialogo come metodo, quale valore presuppone? Quale idea di società cerchiamo di raggiungere attraverso il dialogo? E perché il dialogo è la forma necessaria per realizzarla?
Anzitutto bisogna ricominciare dal dire che il dialogo, proprio per la sua natura di “stare nel mezzo”, è ontologicamente mediano. Mediano e non mediatico. Qui sta, a mio parere, una prima provocazione sulla quale vale la pena riflettere.
La nostra epoca e la nostra società, che trovano nei media un punto di riferimento tecnologico di tale portata da divenirne l’epiteto (si parla di società mediatica, come per altre epoche si parla di società del bronzo, o di società industriale), vive il paradosso di sentire la necessità di riaffermare la centralità del dialogo. Perché? Qual è lo iato che distingue il dialogo dai media? Questi ultimi, strumenti che hanno avuto la straordinaria capacità di azzerare le distanze intersoggettive, veicolando capillarmente la parola e l’informazione, hanno però sacrificato al vantaggio della diffusione, il valore dell’interazione. In altre parole, la forma comunicativa che sembra caratterizzare il meccanismo mediatico è sempre più il monologo e non il dialogo. Si è persa, cioè, l’altra faccia che nella comunicazione caratterizza imprescindibilmente il dialogo: la possibilità/volontà/capacità di ascoltare l’altro. Il dialogo, infatti, presuppone non solo l’esistenza di due interlocutori, ma la loro volontà di confrontarsi, il tributo reciproco di una pari dignità e, soprattutto, la basilare convinzione che la risposta migliore ad una questione, da entrambi sentita come cruciale, possa essere individuata con maggior solidità attraverso la sintesi delle differenti tesi offerte e confutate. Va da sé, pertanto, la stretta connessione che intercorre tra dialogo e sistema democratico.
Se alla radice delle differenti teoriche politiche che hanno determinato il sorgere storico dei totalitarismi sussisteva la volontà di conformare alla propria visione del mondo tutti i consociati, costringendoli o “educandoli” al pensiero unico, è proprio dall’esistenza di pensieri più o meno differenti e dall’insostituibile valore che deriva dalla loro contaminazione che nasce l’esperienza democratica-parlamentare. Di quell’esperienza storica, cioè, che noi celebriamo come baluardo di ogni libertà, personale e comunitaria e che riteniamo essere un percorso irreversibile nel progresso della nostra civiltà. Non a caso parlo di percorso e non di passaggio. Il dialogo, infatti, non può essere considerato un momento, sia pur apicale, nella strutturazione della politica, ma deve essere inteso come un metodo e come un valore acquisiti e divenuti insostituibilmente pervasivi della stessa esperienza democratica. Sembrerà tautologico, ma credo che sia sempre utile rammentarsi che la democrazia è, anzitutto, dialogo.
Dialogo tra le idee, ma anche dialogo tra chi di differenti idee si fa portatore, in quanto soggetto capace di raccogliere e di rappresentare le differenti sensibilità e le diverse problematiche che animano la società di ogni tempo. Nel momento in cui si smarrisse questa convinzione la democrazia perderebbe la propria sostanza, finendo, irrimediabilmente, per far degradare le Istituzioni a tristi simulacri di se stesse.
Di quanto sia fecondo il dialogo nella democrazia, la nostra storia conserva un esempio straordinario nella memoria della stagione costituente e nella Costituzione. All’indomani del disastro materiale e morale causato dal fascismo e dalla guerra, la vitalità dei partiti che avevano combattuto la Resistenza seppe dare una nuova chance all’Italia proprio grazie alla capacità di dialogo che le forze politiche repubblicane riuscirono a mettere in campo. Alle differenti posizioni ideologiche personali ed alle legittime visioni della società che ne derivavano, i Costituenti seppero anteporre la convinzione collettiva che il valore di una Costituzione, di cui tutti potessero sentirsi artefici, rappresentava un progetto politico assai più autentico di quello perseguibile mediante l’affermazione univoca della propria matrice culturale e valoriale. Laici e cattolici, liberali e socialisti, settentrionali e meridionali, giovani rappresentati di nuove esperienze politiche ed anziani intellettuali del pre-fascismo, uomini e donne… tutti, insomma, pur non rinunciando all’espressione della propria idea di Italia repubblicana, seppero ascoltare le ragioni e le obiezioni di chi stava loro accanto. E qui vorrei suggerire un secondo spunto di riflessione.
Fu in quel medesimo clima che maturò anche l’idea rivoluzionaria di un’Europa unita. Di un’Europa, cioè, che rinunciando strutturalmente agli interessi relativi dei singoli Stati, si avviasse, tanto progressivamente quanto in modo determinato, verso quell’unità profonda, che la ponesse definitivamente al riparo da ogni tentazione di violenza e di rivalsa fratricida. Ancora una volta, come nell’esperienza costituente, anche nel sogno europeo fu la solidarietà tra soggetti diversi ad essere preferita al tentativo di affermazione dei più forti sui più deboli, dei più sui meno, dei vincitori sui vinti. Fu il dialogo, cioè, ad indicare l’unica via possibile per un riscatto globale che trovava la propria ragion d’essere nel rispetto dovuto alla dignità di ogni persona e di ogni popolo. Ed il frutto di quel dialogo sono stati oltre sessant’anni di pace!
Quale sia la morale che si possa trarre, ancora oggi, da questa lezione è sotto gli occhi di tutti. Tanto nella politica nazionale che in quella europea il dialogo autentico tra le differenti forze politiche e tra le visioni che le differenti generazioni hanno del proprio futuro comune è l’unica strada capace di consentire quel progresso solidale che è l’unico realmente possibile. C’è bisogno di riaffermare questo principio con forza e convinzione, per (continuare) l’opera di correzione della rotta disastrosa che l’Italia e, per c erti versi, l’Europa sembravano aver imboccato negli ultimi anni.
L’epilogo sfilacciato di quella che impropriamente, ma in modo diffuso è stata ormai definita “II Repubblica” non ha, purtroppo, determinato il contestuale superamento del terremoto culturale che questi ultimi due decenni hanno rappresentato. La dialettica legata fisiologicamente al meccanismo maggioritario è degenerata in una contrapposizione cieca e sorda, la discussione interna alle coalizioni in una mera e disabilitante contrattazione elettorale ed il populismo ha progressivamente preso il posto della speculazione e della riflessione sui problemi e sulle possibilità della società italiana. Parimenti, nel contesto europeo, egoismi nazionali e miopie di leadership hanno sovente rappresentato una sorta di benzina, gettata sul fuoco dei movimenti identitari, separatisti e neonazisti, mettendo a dura prova la tenuta del processo di unificazione europea. Alla progettualità, insomma, si è sostituito l’istinto ed alla visione di insieme la rivendicazione personale. Nella comunicazione politica, ogni frase è divenuta efficace unicamente in relazione alla propria capacità di attrarre consenso immediato, la proposta si è trasformata in slogan ed il dibattito in un insieme di autonomi proclami contrapposti.
In questa semplificazione, tanto marchiana quanto degenerata della vicenda politica nazionale e comunitaria, quale spazio può esserci per il dialogo? Quali tempi può trovare l’ascolto, la comprensione e la discussione con ogni interlocutore?
La domanda suona ancora più drammatica, quando ci si accorge che la contrapposizione rigida è divenuta la cifra universale anche del rapporto politico all’interno dei singoli schieramenti. Il desiderio di modificare le cose, la fisiologica necessità di trovare risposte adeguate alle problematiche che ogni fase storica presenta si è trasformata in un braccio di ferro sordo tra chi continua a credere di poter/dover parlare e chi reclama diritto di parola. Questa dialettica, calata nel rapporto tra generazioni, è facilmente scaduta al livello di un banale scontro per il potere. In una società che, come la nostra, ha realmente una vera e propria “questione di ricambio generazionale”, il passo che ha condotto la naturale necessità del rinnovamento a confondersi con lo scontro demagogico “per l’uccisione dei padri” è stato velocissimo. Ma l’uccisione del padre non conduce ad altro che ad una società di orfani, come una società in cui i padri non sanno lasciare il naturale spazio di maturazione ai figli non può che trasformarsi in una società sterile. Come uscire da questa enpasse? Veramente l’unico soluzione è quella dello scontro? Forse anche su questo può tornare utile l’esperienza del dialogo. Di un dialogo che, anzitutto, significhi ascolto, o, ancira meglio, relazione.
Per definirsi padri, come per definirsi figli, infatti, è necessaria una relazione. Non è possibile, cioè, definirsi l’uno, se non in relazione all’altro. Non può definirsi il passato, se non in relazione al futuro, e nel definire entrambi abbiamo bisogno di un presente che li tenga legati.
Il nostro presente politico ha più che mai bisogno di riannodare questa relazione. Il futuro non può essere pensato se non partendo dalla narrazione del passato, ma sarebbe un errore drammatico pensare che sia il passato l’unico modo per dire il futuro.
Il dialogo tra le generazioni, dunque, è necessario in politica come e più che in ogni altro settore della vita sociale. E più che in ogni altro settore, in politica il dialogo non potrà mai essere soltanto un metodo, ma dovrà sempre rappresentare un valore. Il valore dell’ascolto e della contaminazione, il valore di chi sa di aver bisogno di comprendere posizioni diverse dalla propria per poter disegnare quell’orizzonte umano in cui tutti possano sentirsi compresi. Il dialogo insegna il valore assoluto, insomma, che si deve ad ogni persona, in virtù della sua dignità di essere umano, prima ancora che del rispetto che si deve alla sua storia passata o alla sua progettualità futura. Il dialogo intergenerazionale, in politica, insegna e ricorda a tutti che nessuno è indispensabile, ma che tutti siamo preziosi, sia pur in modo diverso, in tempi diversi. Ci insegna, cioè, il valore e la responsabilità più autentica della democrazia, che ci rende corresponsabili gli uni degli altri senza, per questo, divenire dispotici.
La nostra democrazia ha, dunque, un estremo bisogno di tornare a dialogare. Ha bisogno di farlo, soprattutto, rimettendoci tutti nella condizione di ascoltare e di essere ascoltati, per poter trovare insieme quelle risposte, non più procrastinabili, ai grandi temi del ripensamento dell’economia, della tutela dell’ambiente, di un più equo sviluppo sociale.
Chiunque credesse di poterlo fare da solo, sarebbe miseramente un illuso. Ridicolo, se credesse di poterlo fare solo grazie alle proprie giovani forze, patetico se pensasse di poter contare soltanto sulla propria esperienza.
La fin troppo abusata frase di De Gasperi che distingueva un politico da uno statista dal fatto che l’uno pensa alle prossime elezioni e l’altro alle prossime generazioni non significa soltanto misurare la nostra caratura politica dall’ampiezza della nostra proposta, ma significa anche la capacità di elaborare proposte che nascano dall’umiltà di ascoltare e di confrontarsi. In altre parole, dalla saggezza di dialogare.

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