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Lo spreco del talento

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Posto un articolo che ho scritto per Socialnews.it sulla ricerca scientifica in Italia: un settore fondamentale per il nostro futuro in cui continuiamo a sprecare i nostri talenti.

Più che fuga, oggi dovremmo chiamarla emorragia. Uno spreco di talento, un deflusso di creatività, un’insostenibile perdita di linfa vitale per un Paese già pesantemente indebolito dalla crisi economica. La fuga dei cervelli non è un’invenzione giornalistica, ma un fenomeno che colpisce da vicino l’Italia, da sempre fucina di talenti e culla di genio creativo, purtroppo ancora incapace di mettere in campo azioni e strumenti che possano far fruttare tutto il suo patrimonio umano. L’esodo di professionisti ad alta specializzazione verso i Paesi stranieri, in particolare Germania, Scandinavia, Gran Bretagna, Svizzera e Stati Uniti, ha ripercussioni economiche, tecniche, scientifiche e sociali enormi. Il suo riflesso speculare risiede nella bassa attrattività dell’Italia per i cervelli stranieri, un aspetto non secondario della questione. Calcolare con precisione quanto ci costi questa emigrazione dei nostri cervelli all’estero è un’operazione complessa. Ma non impossibile.
Partiamo da un dato di base: il 35% dei 500 migliori ricercatori italiani nei principali settori di ricerca ha abbandonato il nostro Paese. Se, invece, si considerano solo i primi cento, ad essersene andata è addirittura la metà. L’Istituto per la competitività ha incrociato i dati relativi al ricavato dal deposito di centinaia di domande di brevetto frutto del lavoro di ricercatori italiani emigrati all’estero e il risultato è a dir poco allarmante: ogni cervello in fuga può valere fino a 148 milioni di euro e l’Italia, negli ultimi vent’anni, ha perso circa 4 miliardi di euro. Un fiume di denaro regalato ad altri Paesi i quali, a differenza del nostro, hanno voluto credere, investire, coltivare il genio e il talento, nella consapevolezza che quel genio, se accolto e incentivato, si tradurrà in ricchezza per l’intero sistema economico nazionale.
Il fenomeno è complesso e non si argina a parole e slogan. Va affrontato con interventi precisi, frutto di volontà politica. Volontà che il Partito democratico ha già dimostrato con la proposta di legge sugli “Incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia”, approvata nel 2010 con voto bipartisan. Un provvedimento che mira ad agevolare il controesodo dei cervelli, attraverso una serie di incentivi economici e fiscali per i professori ed i ricercatori che, dopo un periodo di studio o lavoro all’estero, intendono tornare ad operare in Italia. Non rappresenta un intervento risolutivo, ma un primo e significativo passo di tipo legislativo. Desidero, poi, ricordare che gli europarlamentari del gruppo dei Socialisti e dei Democratici hanno organizzato, lo scorso giugno, la conferenza “I want job and I want it now!”, un forum di discussione tra giovani provenienti da tutta l’Unione Europea. Ne è scaturito un documento intitolato esplicitamente “Cosa può fare l’Europa per me?” che raccoglie in 15 punti le richieste e le speranze della popolazione giovanile della Ue.
Nonostante questo, il fenomeno della fuga dei talenti non pare in calo. Anzi, l’impressione è che, con l’attuale crisi economica, i numeri siano in aumento. Si stima che, ormai, gli Italiani residenti all’estero siano oltre 4,2 milioni, il 6,9% dell’intera popolazione del Paese. I nostri giovani se ne vanno perché nel nostro Paese mancano molte cose: innanzitutto il riconoscimento della meritocrazia e la possibilità di svolgere al meglio il proprio lavoro. Parallelamente, costituiscono un freno al rientro le carriere lente e poco trasparenti, e la percezione che il Paese sia refrattario rispetto al cambiamento generazionale, all’innovazione ed al sostegno del rischio. Borse di studio e stipendi, infine, sono mediamente inferiori a quelli degli altri Paesi. La situazione è poi aggravata dai pesanti tagli previsti nelle recenti Finanziarie a istruzione, università e ricerca, che mettono seriamente in discussione non soltanto la qualità, ma il mantenimento stesso di un settore fondamentale per il Paese come la ricerca.
Il quadro appare, dunque, a tinte fosche, ma possono, anzi, devono essere assunte al più presto scelte politiche forti. Il concetto generale da cui partire, per il Partito democratico, è che la priorità assoluta nell’agenda politica nazionale debba essere l’occupazione, quella dei giovani in particolare. Il lavoro non si crea dal nulla, ma si possono favorire le condizioni perché aumentino le possibilità di lavoro. Ad esempio, rendendo il territorio attrattivo e competitivo per le imprese. Come? Semplificando i processi e sburocratizzando, rivedendo gli strumenti del credito, potenziando le infrastrutture. Creare le condizioni per rendere il nostro territorio più attrattivo per gli investimenti è il primo, ineludibile, passo per frenare l’emigrazione di persone di talento ed alta specializzazione professionale verso l’estero. Ne va dello sviluppo e del progresso culturale, tecnologico ed economico dell’Italia.
Questo è vero non solo a livello comunitario e nazionale, ma anche regionale. Si possono, cioè, mettere in campo strumenti legislativi e finanziari che permettano di incentivare, concretamente, il rientro dei cervelli nelle terre d’origine. A questo proposito vale la pena ricordare l’interessante progetto promosso dall’Agenzia Umbria ricerche la quale, di recente, ha lanciato, con considerevole successo, “Brain back”. Si tratta di un’iniziativa finanziata attraverso il Fondo sociale europeo che mira a riagganciare i talenti emigrati all’estero attivando contributi a fondo perduto per la creazione di impresa o di lavoro autonomo destinati a quei cittadini umbri che desiderino tornare nella propria terra d’origine a fare impresa. Se il metodo delle best practices ha un senso – e secondo me ce l’ha – anche guardarsi in giro e copiare i metodi che funzionano è segno di vitalità.

(pubblicato su Socialnews.it)

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