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Fuori dal bicchiere

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Oggi L’Unità ha pubblicato una mia intervista sulla situazione politica nazionale che vi posto qui sotto.

«Bisogna uscire dal bicchiere del Pd, dentro ci sono terribili tempeste ma fuori c’è l’oceano». Debora Serracchiani, governatrice del Friuli Venezia Giulia, fa parte da alcuni mesi della segreteria Pd.

Il Pd sembra incartato sulle regole, tra pochi giorni, nella nuova direzione, dovrà provare a uscirne, come?
«Recuperando il buonsenso, non tornando su posizioni che rischiano di rinchiuderci all’interno del partito dando all’esterno un’impressione di difficoltà e confusione come è ora. Non possiamo permettercelo. Il Paese sta vivendo un momento di particolare criticità e abbiamo di fronte scelte complicate che stiamo difendendo a fatica».

Intende nel governo Letta? La base è molto a disagio…
«Sono appena tornata da una due giorni in Toscana e anche lì c’è moltissimo malessere e forti tensioni. È comprensibile. La nostra gente vuole essere ascoltata, si è stancata di sopportare, fatica a capire, e fatico anch’io, come si possa in un momento così difficile continuare a incentrate il dibattito sulle regole e sui nomi invece di parlare al Paese. Io capisco che ci si possa dividere su un tipo o un altro di riforma del mercato del lavoro, sulle pensioni, ci sto, il confronto può essere anche aspro ma non sulle regole interne. Così non si fa neanche un passo avanti rispetto a quando siamo nati nel 2009 e rimaniamo fuori dalla comprensione di chi sta fuori dal bicchiere democratico. Dentro siamo in piena tempesta ma fuori c’è l’oceano».

Però il nodo delle primarie va comunque sciolto. Epifani parla più che di iscritti di aderenti… Cambia qualcosa?
«Mah, l’articolo 1 dello statuto parla di iscritti ed elettori e negli articoli successivi tutti gli organismi più istituzionali, si dice, vengono eletti da quella che viene definita platea ampia. Quindi iscritti, aderenti, simpatizzanti, persino quelli che decidono di recarsi al gazebo il giorno stesso. Credo che di fronte alle difficoltà non dobbiamo arretrare rispetto alla strada su cui siamo nati che è quella di aprirci, parlare fuori dal bicchiere. Anche perché si deve avere un maggior rispetto dell’iscritto. L’iscritto prende le decisioni ogni giorno nei circoli, convoca le riunioni, apre, comunica. Non vale solo per quella croce ma molto di più. Le primarie invece devono essere il momento più aperto possibile, perché ci fa parlare con tutti».

Il congresso Pd, insieme all’attesa sentenza della Cassazione su Berlusconi, mette in fibrillazione il governo a guida Pd?
«Che il congresso mettesse in tensione il governo era scritto, credo che tutti lo avessero messo in conto. Se no bisognava pensarci prima e fare un’altra scelta. Ora il treno è ormai lanciato a velocità e si tratta di guidarlo in modo attento. Perché non si trasformi in una resa dei conti. Quanto alla sentenza del 30 luglio, noi siamo con un governo delle larghe intese in cui Berlusconi non è presente. Se la sentenza sarà di condanna il problema non sarà nel Pd ma nel Pdl, che dovrà decidere se è pronto a governare anche senza il suo leader in campo, tagliando il cordone ombelicale. Spererei che le vicende personali di uno solo non pregiudicassero gli interessi di un Paese intero. Ma non siamo in Paese normale e non sarebbe la prima volta».

Tra i militanti brucia ancora la vicenda del Quirinale. Anche Luigi Berlinguer e Epifani hanno evidenziato un problema di coordinamento dei parlamentari, come si fa a far rispettare il principio di maggioranza?
«È chiaro che il centralismo democratico è un arnese inservibile, assurdo, mi accontenterei di un coordinamento. Quando si è in un partito il dissenso è ammesso ma si dà il proprio apporto anche se si è in minoranza. Qui è però qualcosa di più profondo che si è rotto. C’è una mancanza di autorevolezza del partito che si riflette nei gruppi parlamentari e ancora di più una mancanza di rispetto tra i membri dello stesso partito. Le tensioni ormai quotidiane del governo Letta non aiutano. Noi abbiamo preparato questo gruppo parlamentare pensando di essere una forza di governo poi in pochi mesi siamo passati da una situazione di non vittoria alle elezioni a questo governo delle larghe intese. È scontato che ci siano dei problemi. Anche la brutta vicenda dei 101 dalmati andava spiegata di più, non è stata capita né accettata. Non parlandone non è che si risolve. Anzi, la percezione della mancanza di affidabilità è aumentata. L’ultima direzione è la fotografia di questa difficoltà. Epifani ha il compito delicatissimo e complesso di tenere le fila della mediazione, cosa che non è impossibile. Io sono disposta a difendere questo governo delle larghe intese su molti temi che però siano concreti, ecco, dal mercato del lavoro alle pensioni. Non riesco a farlo se continua ad apparire esclusivamente a trazione Pdl. Questo è ciò che ci chiede la nostra gente. È che si abbia un ruolo importante anche con politiche di centrosinistra».

Ad esempio?
«Metto due bandierine. Noi abbiamo un forte radicamento territoriale e dai territori si chiede di rivedere il Patto di stabilità. Dev’essere un obiettivo, l’economia sta morendo e stanno morendo gli enti locali. Secondo: facciamo un salto culturale, dalla prossima settimana mettiamo in discussione la legge sullo ius soli. Allora mi riconoscerei in questo governo, la gente pure».

(intervista di Rachele Gonnelli pubblicata su L’Unità del 29 luglio 2013)

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