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Pse, per il Pd è una questione così urgente?

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Nel 2014, “Europa” sarà la parola chiave anche della politica italiana, e per diversi motivi. Si terranno le elezioni europee, spetterà all’Italia il semestre di presidenza e partirà una nuova fase della programmazione comunitaria, con ricadute sempre maggiori sulle economie nazionali.

Questa coincidenza di eventi costringerà anche la nostra classe politica a confrontarsi con un tema i cui termini di dibattito attualmente svariano dall’indifferenza a slogan, genericamente antieuropei o specificamente antitedeschi. A parte poche lodevoli eccezioni, sembra che, pure in vista di questi appuntamenti ravvicinati, non riusciamo a darci uno scossone e ad impostare azioni capaci di produrre riflessi positivi per i cittadini. Né al contempo rilanciare, come sarebbe doveroso, un progetto di Unione europea che appare sempre più stanco e destinato a un opaco trascinarsi.

Realizzare gli Stati uniti d’Europa con una riforma seria e profonda delle istituzioni comunitarie, attribuendo loro il peso politico e quindi l’autonomia decisionale di cui sono ancora oggi prive, impone uno sforzo di coerenza e di sintesi a tutte le forze politiche. E allora vedo un’aporia di fondo nel chiedere agli stati membri di superare la pura mediazione fra interessi nazionali contrapposti, laddove le forze politiche più convintamente europeiste non si dimostrano in grado di mettersi alla guida di questo processo, presentando e costruendo un modello di alleanza politica europea. L’alternativa è offrire sempre maggior spazio a sentimenti e formazioni populiste e antieuropee.

Serve dunque uno sforzo di unità, di allargamento e di aggregazione che riunisca gli attori più autenticamente riformisti attorno ad un progetto comune in grado di rimotivare i cittadini nei confronti del “sogno Europa”, di ricreare un entusiasmo perduto e di trasformare così l’appuntamento elettorale della prossima primavera nel primo passo di un nuovo cammino costituente.

Solo se abbiamo presenti queste ineludibili priorità, possiamo affrontare con chiarezza e senza pregiudizi il dibattito riaccesosi in questi giorni sull’appartenenza o meno del Partito democratico al Pse.

È un dibattito che abbiamo affrontato nel momento fondativo di quella ampia formazione riformista, post-ideologica, plurale che voleva e vuole ancora essere il Pd. Non si trattava, né allora né oggi, di scegliere un’etichetta o una casacca da indossare ma di individuare, avendo presente il quadro europeo, una strada che consentisse alle forze riformiste di uscire dall’angolo in cui erano state cacciate dalla crisi economica strutturale, dalla paura sociale che la accompagna e anche da errori politici.

Nel luogo di rappresentanza più alto, al parlamento europeo, avevamo individuato una soluzione – che, si badi, non era una scappatoia – attraverso la creazione di un gruppo più ampio del Pse, il gruppo dei socialisti e dei democratici, che fosse in grado di assolvere questa missione. In quel gruppo ho lavorato per diversi anni e dunque posso dire, con cognizione, che è stato un metodo equilibrato e politicamente efficace di impostare i rapporti tra le diverse radici del riformismo europeo.

Alla luce di quell’esperienza e delle emergenze pressanti che ci stanno di fronte, ma anche alla luce del percorso compiuto dal Partito democratico in Italia, mi chiedo se la questione dell’adesione al Pse sia di così urgente attualità. Lo dico con grandissimo rispetto verso coloro i quali sentono che in questa discussione sono in gioco tradizioni culturali e politiche, vicende personali e, in definitiva, l’identità del partito. Ma lo faccio perché temo che stiamo correndo ancora una volta il rischio di dibattere un aspetto più nominalistico che di sostanza.

È proprio questo il tema con cui emozioneremo i cittadini alla vigilia delle elezioni europee più delicate degli ultimi decenni? O forse non ci stiamo ripiegando nella logica, seria ma transitoria, del congresso e delle primarie?

*la foto è stata pubblicata su Avantionline.it

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