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L’ Europa di fronte all’autunno caldo deve cambiare strategia

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imageLa mia intervista rilasciata a Carlo Bertini e pubblicata su La Stampa

«Che l’impegno sarebbe stato straordinario lo sapevamo, chiaro che di alcune vicende avremmo fatto a meno ma siamo attrezzati per tenere tutti i fronti». Debora Serracchiani, governatrice del Friuli e vicesegretario del Pd, ammette che ora il gioco si fa duro, i fronti caldi sono tanti e quello con l’Ue è in primo piano. «Il fronte caldo non è solo per l’Italia ma per tutta Europa. La commissione Ue per cinque anni ha fatto scelte di rigore, ora in un contesto mutato dalla crisi anche l’Europa è di fronte all’autunno caldo e deve cambiare strategia».

Ammorbidire l’Ue e la Germania non sarà più arduo del previsto?

«Anche la Germania di fronte ai propri dati che rappresentano un campanello d’allarme deve iniziare a capire che se salta il mercato interno europeo viene messa in difficoltà la tenuta di alcuni paesi. Noi stiamo intraprendendo la strada giusta: facciamo le riforme ma pretendiamo che vengano accompagnate da un cambiamento di percorso europeo. E rispetto all’immobilismo degli ultimi anni, i passi avanti fatti dall’Italia sono chiari: aver definitivo la riforma del lavoro, della pubblica amministrazione, il primo passaggio delle riforme istituzionali, aver riaperto il dossier della riforma elettorale, dimostra che stiamo facendo bene il nostro lavoro».

L’accelerazione sull’Italicum però ha fatto scattare il sospetto che si vada dritti verso le urne in primavera…

«Assolutamente no, abbiamo detto fin dall’inizio che le riforme di sistema procedevano in modo parallelo. I tempi sono maturi per la riforma elettorale, il che non significa una corsa verso le urne. Non si deve spaventare nessuno».

In termini di consenso per il governo non sarà irrilevante il fatto dì dover fare tagli di spesa sul welfare. O no?

«Certo se parliamo di tagli rispetto agli accordi sul fondo nazionale è chiaro che le regioni non siano disponibili. Ma noi siamo impegnati per la prima volta a riqualificare la spesa. Nella mia regione, la riforma della sanità fa i conti con risorse calanti ma con la volontà di mantenere alto il livello di servizio. Faremo una sola centrale di acquisti, abbiamo riunito in una sola sede il 118, fatto la revisione della rete ospedaliera chiedendo di fare sinergia. Tutto ciò si può e si deve fare: ogni governatore sa quanto il tema degli sprechi sia sentito dai cittadini».

Il ritiro di Catricalà dalla partita della Consulta e la spaccatura di Forza Italia vi fanno temere per la tenuta del patto del Nazareno sulle riforme?

«No perché è una vicenda interna di quel partito, diviso fin dall’inizio su questa nomina. Quando si è trattato di votare sulle riforme istituzionali Forza Italia ha tenuto».

Il Pd è alle prese anche con la grana emiliana: la avete affrontata blindando Bonaccini con una linea garantista. Sicuri che anche la base approverà?

«Abbiamo dimostrato il massimo rispetto per le indagini, ma anche per il diritto degli indagati di fare chiarezza. Per Bonaccini mi auguro che in tempi brevi si vada all’archiviazione. La direzione regionale dell’Emilia Romagna è sovrana, ma credo che vi siano le condizioni per mantenere il percorso delle primarie e perché rimangano in campo i candidati che già si sono presentati».

Nel Pd la vecchia guardia continua a bombardare la tolda di comando. Cosa chiedete a garanzia di nomine unitarie per la segreteria?

«Renzi ha detto che ci sono le condizioni per fare una segreteria unitaria. Ma mi auguro che non sia un’occasione per un congresso permanente. Il congresso ci sarà ma nel 2017. Il governo è a gestione unitaria, con tanti membri al suo interno che non hanno votato Renzi alle primarie. E ricordo che l’area che fa riferimento al premier non si è strutturata in corrente, dunque credo che su questa strada debbano andare tutti, la nuova classe dirigente dovrà dare l’esempio. Insomma, basta con le correnti, si sciolgano tutte queste sigle. Quando un partito arriva al 40% si assume una tale responsabilità che non può più permettersi di essere vittima delle proprie debolezze».

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