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Non solo art.18 ma salario minimo, legge per la rappresentanza sindacale e contrattazione di secondo livello

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dl-lavoro-cosa-prevede-250x120La mia intervista rilasciata a Umberto Rosso e pubblicata su La Repubblica

«Sul Jobs Act siamo arrivati al dunque, alla fine del processo. Sui temi del lavoro abbiamo discusso a lungo, e la direzione del partito ha raggiunto un punto di equilibrio. Che adesso va rispettato».

Presidente Serracchiani, in aula i parlamentari della minoranza del partito dovranno adeguarsi alla mozione della direzione?

«È passata con l’80 per cento dei voti. Continueremo a confrontarci fino all’ultimo minuto utile, il ministro Poletti sta lavorando a definire nei dettagli la tipologia dei licenziamenti disciplinari da tutelare nell’articolo 18. Ma alla fine bisogna votare in base alla volontà della stragrande maggioranza del Pd.

Nessuna apertura alle richieste della minoranza?

«Oltre a tenere fermo il reintegro per i licenziamenti discriminatori, si stanno definendo le forme di licenziamenti disciplinari da inserire nella tutela. Per esempio quelle più border line, mettiamo un lavoratore accusato di furto che poi si dimostri infondata».

Ma per i licenziamenti di natura economica?

«Come già deciso, non è previsto il reintegro».

Al Senato avete numeri stretti. Teme che il Pd possa dividersi sul Jobs Act?

«Io credo che un pezzo della minoranza, i giovani turchi e la sinistra dem che già in direzione, in parte, si erano astenuti, alla fine voteranno sì rispetteranno cosi il voto della direzione del partito. Sono molto fiduciosa perciò, mettendo pure nel conto il voto contrario di Fassina, piuttosto che di Damiamo o Civati.

E se arriva il soccorso azzurro di Forza Italia?

«Porte aperte, non ne faccio una questione di colore o politica. Se qualcuno prende atto che il Jobs Act è un passo avanti importante per il nostro paese, ben venga. Forza Italia come il Nuovo centrodestra o i grillini».

Non c’è il rischio di un cambio di maggioranza?

«Nient’affatto, se si tratta di voti aggiuntivi, e su un singolo provvedimento. Sempre che arrivino, questi voti ».

E se invece il Pd dovesse andare sotto in aula?

«Sarebbe un fallimento, e non solo per noi ma per il paese intero».

Ma il Pd non ha intenzione di porre la fiducia sul Jobs Act?

«Lo deciderà il governo, insieme ai gruppi parlamentari di maggioranza, nei prossimi giorni».

Il ministro Poletti vuol presentarsi mercoledì al vertice europeo già con intasca un via libera sull’articolo 18.

«L’Italia ha presounaposizione diversarispetto alla Francia, abbiamo detto che comunque rispetteremo il vincolo del 3 per cento, pur mettendo in discussione il pareggio di bilancio. Però davanti al Consiglio europeo, alla Commissione, agli organismi di Bruxelles, non c’è più spazio per il piccolo cabotaggio: dobbiamo volare alto».

Che vuol dire?

«Che da Juncker vogliamo sapere come e dove intende investire i 300 miliardi previsti ma, per farlo dobbiamo presentarci con tutte le carte in regola sulle riforme».

Ovvero con la cancellazione dell’articolo 18?

«Abbiamo già approvato in prima lettura la riforma del Senato e del titolo V, un pezzo della riforma della giustizia e della pubblica amministrazione, e stiamo ridisegnando il sistema lavoro con un meccanismo a tutele crescenti. Mantenendo la difesa dei licenziamenti per motivi discriminatori e per alcuni tipologie di licenziamenti disciplinari, che si stanno appunto definendo nel dettaglio della legge delega».

Bisognerà convincere i sindacati, che Renzi incontra domani, in primo luogo la Cgil che resta assolutamente contraria e accusa il governo di attaccarla.

«L’apertura da parte del governo di un confronto che ruota su salario minimo, legge per la rappresentanza sindacale e contrattazione di secondo livello, penso dimostri il contrario».

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