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Il futuro di Trieste

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TriestePosto l’intervento sull’assetto istituzionale del Friuli Venezia Giulia che il quotidiano “Il Piccolo” ha pubblicato oggi.

In numerose occasioni ci siamo detti che il Friuli Venezia Giulia è un laboratorio d’Europa. Non solo perché siamo collocati in un punto cruciale dal punto di vista geopolitico, ma soprattutto perché possiamo anticipare l’Europa del futuro, che dovrà essere sempre più di integrazione, connessione e crescita comune. L’alternativa deprecabile è diventare il laboratorio di un’altra Europa, quella che ci scorre davanti agli occhi in questi mesi: incerta sul suo destino, sempre più divisa e, alla fine, sempre più ininfluente.

L’azione riformatrice. Le riforme che abbiamo fatto o avviato nella nostra regione vogliono andare nella direzione più virtuosa e più utile per tutti i territori. Dalle Unioni comunali alla salute, dai consorzi industriali all’Ater, è in atto un processo di profonda modernizzazione del Fvg, che avrà la capacità di esaltare l’insieme delle realtà regionali. Questo è un quadro essenziale da tenere in considerazione quando si cominciano a valutare ulteriori interventi sull’assetto territoriale e istituzionale della Regione. Perché un punto appare indiscutibile: il Fvg ha un futuro se è in grado di realizzare un disegno comune e unitario di governo e di sviluppo. Si deve essere consapevoli che qualunque intervento volto ad accreditare o alimentare, anche surrettiziamente, ipotesi di smembramento della Regione autonoma sarebbe un attacco al cuore della specialità e avrebbe come conseguenza l’indebolimento e la marginalizzazione di tutto il territorio.

L’ipotesi città metropolitana. Quanti in questi giorni stanno esprimendosi in favore della città o dell’area metropolitana di Trieste quasi certamente non hanno in progetto un simile buio scenario. E malgrado la spinta occasionale al dibattito sia avvenuta in modo estemporaneo e volontaristico, l’argomento merita un approfondimento. Vale allora la pena ricordare che la possibilità di istituire città metropolitane in questa regione già esiste ed è garantita dalla legge 1/2006, che in occasione della recente riforma degli enti locali non è stata abrogata ma che nessun Consiglio comunale di città capoluogo ha mai cercato di applicare concretamente.

La stessa legge prescrive un iter che comincia con l’approvazione a maggioranza dei due terzi di tutti i Comuni ipoteticamente coinvolti, passa attraverso la consultazione della popolazione e si conclude con l’approvazione da parte del Consiglio regionale di una apposita legge istitutiva. La città metropolitana sarebbe così investita da funzioni quali la pianificazione territoriale generale e le reti infrastrutturali dei servizi pubblici, la promozione e il coordinamento dello sviluppo economico e sociale.

Le sfide di Trieste. Nel momento in cui siamo chiamati a un grande sforzo di razionalizzazione e messa a sistema di risorse e spese, servizi e infrastrutture – si pensi solo al trasporto pubblico locale – conviene a Trieste provare a ritagliarsi una sorta di autogoverno su un’area e su una popolazione ancora da definire? È un interrogativo che si rivolge in primo luogo ai triestini, ma che riguarda ovviamente tutta la regione.

Riguarda tutta la regione anche il ruolo che Trieste si propone di interpretare sullo scenario del Fvg, su quello più allargato delle relazioni con le aree di storico riferimento in Slovenia, Croazia, Austria, e sul cruciale scacchiere internazionale.

Trieste ha infatti l’occasione di essere davvero punto di riferimento istituzionale per la regione marcando il suo essere capoluogo del Fvg e può continuare a rafforzare la sua capacità baricentrica da Fiume a Lubiana a Vienna.

La vocazione transfrontaliera. Il rango autentico di Trieste, quello per cui dovrebbe lottare con tutte le sue forze, è quello internazionale, concesso dalla storia, consacrato dalla cultura e reso attuale dalla proiezione del porto. Perché è dal saldo possesso di quel rango che deriva autorevolezza e capacità d’indirizzo a largo raggio.Le conseguenze commerciali del raddoppio del canale di Suez, ad esempio, abbinate alle potenzialità del corridoio Baltico Adriatico aprono scenari in cui Trieste dovrebbe volersi collocare da protagonista, dimostrando non solo di essere utile per sé, ma strategica per l’Italia e per l’Europa.

Questo protagonismo può essere meglio esercitato assieme a un sistema produttivo, portuale e logistico regionale coeso, dall’Isontino al Friuli a Pordenone, oppure nutrendo quelle che Sergio Bartole ha chiamato “aspirazioni che non sappiamo se potremo realizzare”? Anche questo è un interrogativo che potrebbe interessare i triestini.

Il modello Trento e Bolzano. A termini invertiti, la riflessione andrebbe proposta anche a chi in Friuli immagina scenari altoatesini. Oppure a chi suppone che il destino di Pordenone con un pezzo del suo territorio sia quello di scivolare dentro il Veneto, e al contempo indietro nel tempo. Concretamente, l’interporto di Cervignano e quello di Pordenone, con lo Sdag di Gorizia, devono essere o no parte di un sistema che si integra con i porti di Nogaro e Monfalcone ed ha il suo hub a Trieste? Il Burlo deve essere il centro ospedaliero materno infantile di riferimento della regione e oltre? Deve essere lo stesso per il Cro di Aviano?

Il rischio nostalgia. Le possibilità cui guardare per il futuro sono varie e la discussione è utile a chiarire. Chiarire ad esempio se Trieste vuole far scaturire da dentro di sé le sue forze positive e costruttive, portando avanti un processo di rinascita che comincia dal mare, dal Porto nuovo e da quello vecchio, che non
rinuncia a una solida tradizione industriale e che si proietta avanti con la ricerca. Oppure se è ancora viva la nostalgia dei tempi in cui Trieste, “città immediata dell’Impero”, trattava direttamente con Vienna. Con la differenza che l’Impero non c’è più.

(intervento pubblicato da “Il Piccolo” del 27 settembre 2015)

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