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Integrazione portuale

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Pubblico l’intervista rilasciata a Maurizio Bait per “Il Gazzettino” sulla necessaria integrazione fra i porti del Nordest e sull’attualità politica.

TRIESTE Presidente Serracchiani, mentre si attende la riforma dei porti, il viceministro Riccardo Nencini afferma la centralità dello scalo di Venezia nell’Alto Adriatico. Ma lei, governatrice della Regione Friuli Venezia Giulia, vice segretaria del Pd con delega ai trasporti, propugna un ruolo autonomo e decisivo del porto di Trieste, forte in prospettiva di nuove infrastrutture di retroporto e della piattaforma logistica. Qual è la quadra nella riforma prossima ventura?

«La quadra sta nella collaborazione e nell’integrazione in un sistema portuale nazionale più efficiente, funzionale e attrattivo. Nel momento storico in cui il Mediterraneo riconquista centralità grazie al raddoppio del canale di Suez, sarebbe sciocco coltivare campanilismi».

Ma a parlare qui è un viceministro.

«Sapete cosa serve? Una razionale suddivisione dei compiti all’interno di una regia nazionale ed europea. In particolare, vedo più le possibilità di Venezia e Trieste come complementari, anziché antagoniste».

Il caso Pordenone: rischia di perdere la Prefettura, la Questura, il comando dei Vigili del fuoco. Lei ha garantito impegno per difendere questa parte importante della regione e della sua capacità economica, ma le opposizioni parlano di garanzie inadeguate. Può essere più rassicurante?

«È normale che le opposizioni cerchino di giocare sulle paure, contando di ricavarne un dividendo elettorale alle amministrative».

D’accordo. Ma voi?

«Noi invece ragioniamo nell’ottica di un sistema regionale unitario in cui le necessarie riorganizzazioni avvengono senza penalizzare alcun territorio, ma rafforzando l’unità della Regione».

Belle parole, certo. Ma qui occorre fermare la mannaia.

«La nomina del prefetto di Pordenone avvenuta alcuni mesi fa è il risultato dei contatti con il Ministero dell’Interno portati avanti dalla Regione: questi sono fatti, non promesse».

Parliamo del progetto macroregioni. Esponenti importanti del Pd non solo in Veneto (ad esempio il renziano presidente della Toscana Rossi) propugnano la drastica riduzione delle Regioni. In Friuli Venezia Giulia tutti, a cominciare da lei, sostengono il contrario. Lei chiarisce che con questo Governo non accadrà nulla. Ma allora il rischio è soltanto rinviato di un paio d’anni?

«Il governo si è espresso chiaramente sia tramite il ministro Boschi che con il sottosegretario Bressa: hanno detto che la riforma dei confini regionali non è all’ordine del giorno».

Però la possibilità di un accorpamento persiste.

«Le teorie macroregionali hanno attraversato tutta la seconda Repubblica fin dai tempi della fondazione Agnelli e si sono sempre risolte con un niente di fatto. Credetemi: non vedo cambiamenti significativi all’orizzonte».

Le tensioni nel Pd non mancano e non soltanto a Roma. Qual è la strada per ritrovare compattezza?

«Discutere, come sappiamo fare da sempre, e poi decidere riconoscendo cittadinanza a tutte le posizioni in campo. Nel passato quest’ultima fase non ci riusciva bene, è vero, ma ultimamente abbiamo dimostrato, prima con l’elezione del Presidente della Repubblica e poi con l’approvazione della riforma costituzionale, che nei passaggi fondamentali il Pd è compatto e capace di trovare una sintesi unitaria».

In Friuli Venezia Giulia la riforma delle Unioni comunali arranca di fronte alla ribellione di un’ottantina di Comuni, anche a trazione centrosinistra. Davvero porterà la legge fino in fondo, commissariando i Consigli comunali contrari?

«I Comuni che hanno fatto ricorso sono 58 mentre quelli che hanno già approvato lo statuto nei loro consigli comunali sono 131. Mettere insieme le funzioni fra i piccoli Comuni è un’esigenza ineludibile per garantire maggiore efficienza e servizi di qualità ai nostri cittadini. La storia delle nostre amministrazioni dimostra che questo processo non può essere lasciato solo alla volontarietà dei territori, ma deve essere accompagnato e per questo nascono le Unioni territoriali».

Ma stiamo assistendo a uno scontro durevole sia politico che giudiziario, senza esclusione di colpi.

«Su questa esigenza che è presente in tutte le Regioni il centrodestra del Fvg ha scelto di condurre una battaglia politica anteponendo gli interessi elettorali al bene delle comunità. La riforma si farà. Abbiamo voluto evitare che la rissa politica sfruttasse la giustizia amministrativa per eludere le riforme».

In Giunta gli assessori sono tutti promossi?

«Come in ogni squadra c’è chi corre più veloce e chi meno, tuttavia l’importante è che tutti insieme si raggiunga l’obiettivo. La nostra missione è uscire dalla crisi e ci stiamo riuscendo e fare le riforme per il futuro».

Presidente, dica la verità: cosa farà da grande? Nel 2018 si vota per Parlamento e Regione.

«Per fortuna la vita e la politica mi lasciano ancora la possibilità di scegliere e quindi non rincorro aspirazioni. Mi concentro su quello che sto facendo attualmente che mi soddisfa e mi impegna molto».

L’ipotesi dell’arrivo di un’ondata migratoria in Fvg più massiccia di quella attuale non la preoccupa?

«Ci siamo attivati con successo per realizzare un modello di accoglienza diffusa che ci ha consentito di gestire il fenomeno. La nostra tranquillità deriva da questo e dal costante contatto con il Governo».

Ma adesso arrivano i migranti respinti dalla Germania.

«Nell’incontro dei giorni scorsi con il ministro Alfano ho segnalato l’aumento degli ingressi nella nostra Regione ricevendo rassicuranti conferme dell’attenzione prioritaria del Governo su questo tema. Non sottovalutiamo nulla e preferiamo essere pronti anziché colti di sorpresa. Ma è inaccettabile e pericoloso chi soffia sul fuoco».

(intervista di Maurizio Bait pubblicata su “Il Gazzettino” di domenica 8 novembre 2015)

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