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Non giochiamo a perdere

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L’Unità pubblica oggi un mio articolo di commento alle recenti dichiarazioni di Massimo D’Alema sullo stato del Partito Democratico e sulle sue prospettive future.

Le analisi politiche di D’Alema hanno la caratteristica di giungere sempre con cronometrica precisione, soprattutto quando si tratta di inquadrare un bersaglio e far partire la bordata.
Il secco attacco è la diagnosi di un PD che verserebbe in condizioni gravissime, alla cui sinistra starebbe crescendo un enorme malessere.
Si può sempre fingere di ignorare i risultati elettorali che tengono il partito costantemente sopra il 30%, o le 17 regioni in cui governiamo, come nella maggioranza dei comuni? Più complesso è capire per quale motivo, chi è stato leader “di un grande partito della sinistra europea”, asseconda la più deteriore malattia della sinistra italiana, impegnata da un secolo a regolare i conti dentro se stessa, a scindersi in frammenti fin quasi ai partiti personali o personalisti.
Induce poi irresistibilmente al sorriso apprendere dal cordiale e tollerante D’Alema che il Pd sarebbe finito in mano a un gruppo di persone “arroganti” ed “autoreferenziali”. Venuto alla luce già dotato di tessera di dirigente di partito, non occorre dire molto su come ha usato il potere della nomenclatura per togliere di torno personalità del calibro prima di Giorgio Napolitano e poi di Walter Veltroni.
Sorprende poi l’accusa a Matteo Renzi di aver distrutto quel che restava della cultura comunista e del cattolicesimo democratico. O meglio, forse non sorprende, perché esprime una visione della politica che non riesce a fare i conti con il superamento storico di quelle categorie d’interpretazione della società italiana. Il PD è nato per questo, per essere un nuovo strumento per governare l’Italia da sinistra dopo il tramonto delle ideologie del dopoguerra.
Sullo stesso piano “inattuale” c’è la considerazione che Renzi assomigli più a Berlusconi che all’Ulivo. Intanto paragonare l’attuale premier al Cavaliere appare più un esercizio retorico da Fatto quotidiano che un’analisi politica. E poi – una volta fatto lo sforzo di dimenticare che uno dei picconatori dell’Ulivo fu proprio D’Alema – bisognerà ricordare che l’Ulivo voleva superare il bicameralismo perfetto, dare stabilità al governo, riordinare la PA, rendere più competitivo il Paese. Questa è un’eredità che il PD ha raccolto e che il Governo Renzi sta realizzando.
All’ex leader che tuona contro una supposta alleanza del PD con la vecchia classe politica di centrodestra, si potrebbe infine far notare che nel 2013 non abbiamo vinto le elezioni e che il Parlamento è frammentato, ma che abbiamo lo stesso costruito attorno al PD una maggioranza di governo e con quella stiamo votando riforme storiche per l’Italia. Forse sarebbe sufficiente ricordargli che i volponi del centrodestra li conosce assai meglio lui di noi: in fondo sono quelli del “patto della crostata” e della bicamerale.
Fin qui, è chiaro, non si è parlato di politica, non del Paese nè dell’Europa, dei nostri comuni ed enormi problemi da affrontare e risolvere. E proprio questo è il vero rammarico, che uno statista della sinistra riconosciuto a livello internazionale, un uomo colto e ascoltato, preferisca cedere al canto delle sirene più minoritarie e seguire un suo demone personale anziché rafforzare il suo partito.
Critiche e dura dialettica interna sono la norma nel PD, quasi la sua impronta genetica. Ma giocare a perdere sarebbe un atto imperdonabile, anche per Massimo D’Alema.

(pubblicato su “L’Unità” del 13 marzo 2016)

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