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40 anni fa

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Il 6 maggio del 1976, 40 anni fa, il terremoto distrusse il Friuli. Abbiamo ricordato la tragedia e la capacità di rinascere con tenacia della nostra gente e alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella abbiamo intitolato l’auditorium della Regione di Udine ad Antonio Comelli, il presidente della ricostruzione. L’occasione è stata la seduta del Consiglio Regionale per i 40 anni del Terremoto del Friuli che si è svolta oggi. Pubblico il discorso tenuto in questa occasione:

La presenza del Capo dello Stato nella capitale del Friuli e nelle zone flagellate 40 anni fa dal terremoto onora degnamente questo anniversario. A nome della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, Le do il nostro caldo benvenuto e La ringrazio per questo forte segno di attenzione.

E’ infatti giusto che oggi, in forma solenne e con misurata sobrietà, rendiamo innanzitutto omaggio alle quasi mille vittime provocate da un sisma tra i più devastanti della nostra storia. Ma è anche doveroso ricordare tutti coloro i quali diedero prova di elevato spirito civico, di grande forza morale e di costante dedizione nelle attività di soccorso prima e di ricostruzione poi.
Dopo quarant’anni commemoriamo dunque le giornate del 1976, che hanno segnato in maniera indelebile la storia del nostro Friuli, ma che hanno anche fatto da spartiacque nella storia della Regione quale Ente territoriale e contribuito a coagulare l’intera comunità regionale.

Se infatti il Friuli Venezia Giulia nacque come istituzione nel 1963, è tredici anni dopo, nei giorni crudeli del sisma, che la nostra Regione ricevette il suo battesimo morale. Allora si videro tutte, davvero tutte le genti di un consorzio istituzionale appena adolescente, accorrere a soccorso delle zone colpite, dal mare alla montagna, dal confine orientale al Livenza, in una gara di solidarietà che non è mai stata dimenticata.

Il Friuli Venezia Giulia, nato sulle tracce di una storia tumultuosa, è diventato adulto nel sudore, nel pianto e nell’abbraccio di aiuto e di conforto dato nella tragedia. L’istituzione regionale, disegnata su carte ancora fresche di stampa, venne ri-conosciuta allora anche dalle persone come un ente in cui avere fiducia. La stessa fiducia che il Presidente del Consiglio Aldo Moro riconobbe alla nostra Regione allora presieduta da Antonio Comelli, cui oggi abbiamo intitolato questo auditorium.

Quella prova terribile ci ha forgiato in tanti sensi, anche cementando ceppi di popolazioni di identità composita che la calamità della natura ha affratellato e amalgamato. Da allora le tante peculiarità storiche e linguistiche del nostro territorio si sono avviate a diventare la ricchezza di un’unica comunità. Questo processo di coesione non è finito, ma quel terremoto vide invece unirsi le genti, all’inizio per scavare a mani nude tra le macerie poi per conoscersi e convivere più vicine. Guai a noi se dovesse sbiadire e disperdersi l’afflato di un’appartenenza, la saldezza delle radici ma anche l’orgoglio di un’identità plurale.

E tuttavia un dato va ribadito, irrefutabile: senza la forza incredibile del popolo friulano non sarebbe mai potuto esistere quello che poi fu considerato un miracolo, il modello Friuli.
La voglia di rinascere che animava i cittadini contagiò e spinse la politica e le istituzioni: le forze partitiche dell’epoca, pur mantenendo ciascuna il proprio ruolo e la propria identità, seppero costruttivamente confrontarsi sulla ricostruzione, a cominciare dal rapporto tra la Regione e i Parlamentari che parlarono ad una voce quando si trattò di patrocinare le istanze al Governo e alle istituzioni centrali.

E’ stato più volte ricordato come fosse stato determinante l’affidamento alla Regione dell’opera di ricostruzione e la possibilità per la stessa di ricorrere alla delega agli Enti Locali. La legge che lo consentì fu un’autentica novità nazionale.

La Regione, così, assunse un ruolo di guida e di coordinamento dell’intero processo ricostruttivo attraverso la programmazione e la legislazione, mentre gli Enti locali gestirono direttamente gli interventi sul territorio operando principalmente attraverso l’inedita figura dei sindaci-funzionari delegati, anticipando così riforme successive.

La ricostruzione non è stata solo l’esito di una efficiente macchina tecnico-organizzativa: è stata anche uno straordinario momento politico di coesione istituzionale e di partecipazione popolare, in cui furono coinvolti i comitati di tendopoli e di baraccopoli, i sindaci, i parroci e le parti sociali.

“Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese” fu la scelta che segnò quella fase a riprova che il lavoro è elemento essenziale per una comunità. Quella frase non fu solo una chiara indicazione di priorità ma un momento di unità per tutta le collettività terremotate, consentendo di superare steccati e divisioni, traguardando il comune obiettivo della rinascita.
Pochi giorni or sono siamo stati a Roma, alla Camera dei Deputati, a ricordare come proprio in quei giorni e in quei mesi si sia forgiata la dimensione istituzionale di un rapporto con lo Stato basato sulla lealtà, sull’impegno e sulla fiducia.

Oggi avanti a Lei, signor Presidente, quale alto rappresentante e garante dell’Unità nazionale, vogliamo rinnovare i sentimenti su cui fonda il legame solidale che organicamente salda questa Regione alla compagine dello Stato, e al tempo stesso ne sancisce spazi e margini d’autonomia.

Solidarietà e autonomia furono i concetti che meglio vedemmo incarnati nei giorni della distruzione e della ricostruzione.

Tra tutti, un segno di speciale gratitudine vorrei pervenisse alle nostre Forze Armate, in primo luogo alla memoria dei 29 Alpini morti nel crollo di parte della caserma “Goi- Pantanali” di Gemona.L’intervento dell’Esercito fu immediato, di massa e soprattutto, in un periodo in cui i militari venivano dalla leva, espressione di popolo. Lo slancio generoso ed il sostegno fraterno con cui i militari dedicarono loro stessi, giorno e notte, alzando tendopoli, allestendo cucine, infermerie e gruppi elettrogeni, è un ricordo incancellabile nel cuore dei friulani. Ed è un’esperienza di solidarietà che tanti giovani soldati di allora portano ancora racchiusa dentro di loro.

Perché allora la solidarietà si è sperimentata in modo diretto, profondo, esteso: Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, tutti i corpi dello Stato, gruppi, persone singole e associazioni, comunità, diocesi e altri soggetti ancora d’Italia, d’Europa, d’altri Paesi, sono stati presenti con dedizione di tempo, energie, denaro, competenze. Allora – ha evidenziato Mario Toros, all’epoca ministro del Lavoro – “il Friuli ha realmente preso coscienza di avere avuto, per oltre un secolo, un grande ambasciatore silenzioso ma operoso, nel suo mondo migrante”. E anche da quel mondo giunse istintivo e cospicuo il gesto d’aiuto.

Un’altra ondata di emigrazione degli abitanti del Friuli Venezia Giulia non doveva avvenire. Perciò nei provvedimenti approvati dal Governo era chiara la volontà di evitare qualsiasi discorso di tipo assistenziale per concentrare tutti gli sforzi verso la ripresa della produzione, e ciò fu fondamentale per evitare che la perdita del lavoro, sommata alla perdita della casa, determinasse la resa e la fuga.

I friulani rimasero, strinsero i denti e ricostruirono, non solo “dov’era e com’era”, ma meglio di prima. Se infatti vogliamo cogliere altri aspetti del modello Friuli, dobbiamo guardare certamente al sistema della Protezione civile che da noi ha fatto le sue prime prove, ma anche a tutto un complesso di azioni preventive del rischio idrogeologico e sismico, indispensabili per evitare il ripetersi di tragedie o almeno per impedire che gli effetti dei disastri naturali siano devastanti.

In Friuli non abbiamo raggiunto la perfezione, ma i criteri antisismici sono stati largamente applicati e gli interventi di manutenzione si stanno portando a termine impiegando anche le risorse nazionali a ciò dedicate. La cultura dell’ambiente, se pure può diventare ancora più profonda e diffusa, tra la nostra gente è accolta per un’antica e rispettosa confidenza verso la terra, i fiumi e il mare.

Sono tanti in questa regione i segni di civiltà lasciati dai decenni e perpetuati nelle generazioni come tratti distintivi di dignità e di considerazione, ma intorno al terremoto e alla ricostruzione si è consolidata una delle esperienze più alte e virtuose della nostra autonomia regionale. Abbiamo l’orgoglio di continuare ad esserne all’altezza.

Un’autonomia scaturita dalla storia, legittimata da lingue e culture diverse ma resa concreta da cittadini che vogliono e sanno assumersi responsabilità, che chiedono di essere protagonisti, che non guardano e attendono lo Stato come fosse altro da sé. Siamo stati cittadini nel senso più completo della parola al tempo del terremoto. Continuiamo ad esserlo in questo tempo di grandi e difficili cambiamenti.

L’esercizio pieno della specialità fu sinonimo di investimento in fiducia. L’istituzione Stato si fidò delle nostre genti e il territorio regionale si fidò della Stato. Le ingenti risorse furono spese in maniera appropriata, corretta, limpida.

Oggi gli oltre 100 eventi e questo che viviamo oggi, dal supremo valore istituzionale, hanno un compito importante: quella di proporre un ascolto. L’ascolto, finché dura la memoria, delle persone e dei cittadini che vissero quei giorni e quelli che seguirono. L’ascolto di quelli che, a partire da un’esperienza devastante, seppero edificare la stagione di una reazione memorabile.

Di quella stagione, nelle nostre genti non si trova traccia di magniloquenza. Come ha scritto Italo Calvino, le imprese che si basano su di una tenacia interiore devono essere mute e oscure. Ma in questi giorni e in queste settimane del 2016 è giusto, anzi doveroso, gettare un fascio di luce su ciò che accadde, perché la nostra storia e la formazione della nostra identità passano attraverso il terremoto del 1976.

La Regione, in questa occasione ha scelto di non imporre un copione, ma di catalizzare e di coordinare gli eventi che sono scaturiti dal territorio, dai Comuni e dagli ambiti civili che vissero in vario modo la tragedia del sisma. Un insieme di eventi in programma che proviene dal basso, dall’iniziativa locale, a comporre sulla nostra regione una rapsodia visibile che rievoca la rinascita dai lutti, lo sviluppo dalla ricostruzione.

Anche questa ricostruzione dei fatti del ‘76 non completa però il denso significato di rileggere e di rivivere una vicenda che squarciò il territorio e la vita delle persone. Nessuno infatti potrà restituire ciò che è stato irrimediabilmente perduto: i nostri morti, le famiglie spezzate. Ci sono però fotografie, filmati, ricordi, ci sono persone che si devono ritrovare, storie che devono essere narrate, pagine che devono essere rilette, musei che devono essere di nuovo visitati. E’ l’esercizio civile della pìetas che nutre il significato del tempo presente.
E oggi la narrazione del terremoto ha il senso per noi, abitanti del Friuli Venezia Giulia, di raccogliere le forze di fronte alle sfide che abbiamo davanti. La nostra regione vuole essere esempio del passato e anche del presente, sintesi tra culture, radici e lingue diverse ma anche vettore di sviluppo.

Se nella tragedia abbiamo dovuto scavare al fondo di noi stessi, nel momento di ricostruire abbiamo scoperto che siamo vocati ad eccellere. Sappiamo ormai che una stessa geografia ci ha collocato su una crosta terrestre friabile, ma ci ha posto al centro dell’Europa, anzi in un punto nodale tra tre continenti.

Fermarsi là dove siamo arrivati non sarebbe nella natura delle nostre genti. In quelle sofferenze del ’76 siamo diventati più forti e troviamo le ragioni per continuare a essere costruttori di benessere e di solidarietà. A partire da questa storia, di cui siamo fieri, vogliamo rinnovare, nel solco vivo della Costituzione, quel patto di autonomia che ci rende avamposto geografico, morale e socio-economico della Repubblica italiana.

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