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Marcinelle

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marcinelle3 Sessant’anni sono trascorsi da quel drammatico 8 agosto, quando i nostri corregionali Ferruccio Pegorer di Azzano Decimo, Pietro Basso di Fiume Veneto, Lorenzo de Santis di Flaibano, Ciro Piccoli di Povoletto, Ruggero Castellani di Ronchis di Latisana, Armando Zanelli di San Giorgio di Nogaro e di Mario Buratti di Udine, insieme ad altri 255 minatori trovarono una tragica fine in fondo ad una miniera di carbone nel sobborgo operaio di Marcinelle.
Fame, disoccupazione, lenta ricostruzione e forti tensioni sociali hanno condizionato il primo periodo della nuova Repubblica. Il Friuli Venezia Giulia nel 1945 è una terra lacerata e in ginocchio. Lo stesso lavoro agricolo offriva limitate e precarie possibilità di sostentamento: cercare nuove opportunità di vita all’estero era dunque la soluzione più immediata, per molti una scelta obbligata.
La terra friulana per decenni ha visto così i suoi figli disperdersi in ogni angolo del mondo. In quel periodo, la Francia è stata la meta europea prescelta dalla maggior parte di nostri corregionali, seguita dal Belgio e dal Lussemburgo.
Paese sconfitto e umiliato dalla guerra, l’Italia non aveva materie prime ma aveva braccia in abbondanza, mentre in Belgio partiva la ricostruzione industriale. Di qui il protocollo italo-belga del 1946 che prevedeva l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone a prezzo preferenziale.
Furono in 140 mila, oltre a 17.000 donne e 29.000 bambini, gli emigranti italiani attirati in Belgio da manifesti che comparivano nelle città italiane. Su quei fogli si leggeva “Solo 18 ore di treno per arrivare in Belgio”. Erano indicati i salari, sicuramente migliori rispetto a quelli italiani. E poi tante lusinghe: “Assenze giustificate per motivi di famiglia, carbone gratuito, biglietti ferroviari gratuiti, premio di natalità, ferie, vitto e alloggio presso la cantina della miniera, contratto annuale…”.
Questo era il sogno promesso, ma la realtà era ben diversa.
Perché quasi tutti i nostri migranti dovettero vivere in villaggi di baracche, utilizzate prima dai tedeschi per i prigionieri di guerra sovietici, polacchi e francesi, e poi dagli americani per i prigionieri tedeschi. Niente elettricità, niente servizi igienici né acqua corrente, in un completo isolamento linguistico e sociale.
In miniere troppo profonde, mal attrezzate e con la perenne minaccia del grisù, gli incidenti erano continui: oltre mille i morti e 35mila gli invalidi in dieci anni, senza contare la silicosi che non risparmiava nessuno, condizionando la vita futura di chi era rimasto vivo.
Il Belgio che li aveva chiamati, poi li rifiutava: “Sales macaronì” (andate via macaroni). Erano rari i locali dove gli italiani potevano entrare: in molti esponevano il cartello “Ni chiens ni italien” (né cani né italiani). Dovremmo conservare inciso nei nostri cuori il ricordo di quell’infamia, a monito per tutti.
Doveva arrivare il 1956 e la catastrofe di Marcinelle, perché il governo italiano bloccasse le partenze, chiudendo così l’afflusso dei nostri minatori del carbone in Belgio.
In molti ritengono che quella tragedia contribuì alla formazione della coscienza europea più di quanto riuscirono a fare tanti trattati firmati in quegli anni. Forse non è così, ma la scossa fu forte ed è innegabile che il mondo dell’emigrazione rese possibile nei decenni l’incontro fra persone, culture, professionalità e nazioni. A loro modo, attraverso mille sofferenze e umiliazioni, ma poi attraverso il riscatto e l’affermazione, anche i nostri corregionali in Belgio furono tra i primi esploratori della nuova Europa. Quella che in seguito si è ritrovata a condividere un comune progetto d’integrazione, cui oggi noi tutti apparteniamo. E che vive uno dei suoi momenti più rischiosi.
Dobbiamo ispirarci al coraggio dei nostri corregionali di allora, che li ha sostenuti in quella migrazione e che ha permesso di superare confini e pregiudizi ritenuti allora quasi invalicabili. Quel coraggio ci serve ora, è una componente fondamentale di questo progetto, di questa realtà chiamata Europa.
Del mosaico che compone la storia del nostro continente, Marcinelle è un tassello dolente ma prezioso. Come ebbe a dire il presidente Napolitano “Dal ricordo delle vittime, cadute sul lavoro in una nazione straniera di un’Europa ancora da venire, scaturisce un appello a un grande impegno per un più alto europeismo, attento alla solidarietà, capace di integrazione, portatore di libertà e di progresso”.
Anche per questo ringrazio il Comune di Azzano Decimo, che ha voluto nuovamente onorare la memoria di quei 136 italiani, emblema di una generazione forte. Noi non dimentichiamo i sacrifici di quei nostri fratelli che, attraverso le loro rimesse e quelle di migliaia di italiani, hanno permesso alla nostra Regione e al nostro Paese di risollevarsi, ricostruendo a poco a poco il tessuto economico e sociale, e permettendo una impetuosa crescita civile e democratica.
A loro, alle loro famiglie, a quegli orfani, la nostra futura memoria e costante riconoscenza.

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