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Gorizia tricolore

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image31100 Nelle parole che ho il privilegio di rivolgervi mi sia consentito imprimere il segno della mia personale emozione e il profondo senso di deferenza per la solennità del momento che condividiamo.
Ringrazio il sindaco Romoli per avermi invitato tra voi, il sottosegretario Rossi per l’assiduità con cui porta l’attenzione del Governo alle Forze Armate nelle nostre terre, e ringrazio il generale Primicerj, che è degno custode e tramite delle migliori tradizioni dei corpi terrestri italiani.
Nel centenario del suo congiungimento alla Madre Patria, la Regione Friuli Venezia Giulia è qui a Gorizia con piena condivisione dei valori che portarono al compimento dell’ideale risorgimentale, ma anche con rispetto fraterno e pietosa sollecitudine verso chi combatté e cadde indossando un’altra divisa, per un’altra Patria.
Come in altre circostanze mi è accaduto di ricordare, le commemorazioni del centenario della Grande Guerra assumono un significato speciale e più complesso in queste terre, che già a lungo furono parte del multietnico Impero Austro-Ungarico.
Vorrei dedicare un pensiero agli antesignani della vittoria, a quanti coltivarono in segreto o apertamente l’aspirazione a una Gorizia italiana. A Carolina Luzzatto Coen, prima direttrice di un giornale italiano che, sepolta nel tricolore, riposa nel cimitero israelitico di Valdirose.
Ai molti che spesero la loro esistenza per la causa, talvolta fino all’estremo sacrificio.
A costoro soprattutto, ai volontari irredenti, vanno riconosciute le grandi virtù della fede, della coerenza e del coraggio: i giovani che sfidarono le autorità militari asburgiche per arruolarsi nell’esercito italiano fecero una scelta di portata morale, pagata al prezzo più alto. Per tutti, facciamo risuonare i nomi di Edgardo Bolaffio e di Carlo Furlani. L’uno è il primo volontario goriziano caduto nelle file dell’esercito italiano, l’altro fu colpito nel giorno in cui compiva 19 anni e morì tre giorni dopo. Entrambi ebbero la croce al merito di guerra, alla memoria.
Eppure non esiste una “bella morte”. Rimangono a testimoniarlo definitivamente le centinaia di migliaia di caduti e i milioni di feriti, italiani e austroungarici, che dal giugno 1915 all’autunno del 1917 si affrontarono in dodici battaglie spietate e sanguinose.
E le memorie dell’assedio; la paura delle granate che cadevano nelle strade di Gorizia diroccando, mutilando, uccidendo; la fuga dei civili coinvolti loro malgrado dalla battaglia, quasi in una tragica anteprima della carneficina a venire.
«Se Trento e Trieste furono i simboli che portarono l’Italia ad entrare in guerra, Gorizia rappresentò il dramma e il sacrificio della guerra», ha scritto uno storico, cogliendo un forte nucleo di verità. Presa, ripersa con Caporetto e infine riabbracciata all’Italia, Gorizia dovette attendere a lungo la sua vera pace: superare le delusioni del dopoguerra, patire gli insulti del fascismo di frontiera, soffrire la ferita della cortina comunista.
Con la fine della vecchia Europa, la raffinata città dove villeggiava la nobiltà europea, la colta Piccola Gerusalemme sull’Isonzo, ha avuto più volte il cuore calpestato dalla storia, finché la liberazione definitiva venne con la nuova Europa, quella unita e dei popoli affratellati. Quella cui non vogliamo rinunciare, nemmeno di fronte alle più grandi difficoltà, perché qui constatiamo nei fatti quale sia stata l’alternativa, e quale ancora può essere.
Dopo che tanto a lungo le sue forze sono state compresse, è difficile rendere giustizia a Gorizia. Eppure a quest’obbligo non ci possiamo sottrarre. Gorizia deve avere l’occasione di una rinascita, di una ravvivata prosperità che sorga dalla visione di un suo ruolo più chiaro e forte nell’ambito della regione e nella proiezione internazionale che le appartiene.
Tutti noi qui sappiamo bene che il pregio di Gorizia italiana è quello di essere il primo esperimento di una città sola che si stende su due Stati, al centro di un territorio di rara bellezza. Non sprechiamo questa opportunità, ma anzi spingiamo più avanti possibile il confine della collaborazione e dell’integrazione, contro ogni apatia e resistenza. Nell’immobilità non vi è futuro.
Non suonino stonate queste parole oggi, in questo solenne anniversario. E’ l’incitamento che ci viene dai caduti, quello di dare un senso universale alla loro morte. Ed è il compito che ci hanno consegnato i nostri figli e nipoti, quello di rendere la nostra terra migliore, per quando sarà loro.
Viva l’Italia!
Viva Gorizia italiana!

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