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Il futuro dell’Occidente

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massimo-Cacciari Il 21 luglio l’Espresso ha pubblicato questa riflessione di Massimo Cacciari, che solo ora ho avuto l’occasione di leggere. Credo valga la pena di essere condivisa e meditata perché, sollevandosi dalla stretta contingenza dell’attualità da cui pure trae spunto, propone questioni di respiro globale. Le domande sul ruolo dell’Occidente, sulle sue manchevolezze e sulla strada verso cui sembra essere incamminato. Cacciari offre dubbi, non soluzioni, apparentemente. Ma senza quei dubbi, senza il sospetto che ci siano alternative all’esistente, c’e’ il rischio che, mentre ci illudiamo di governarli, i grandi sommovimenti della storia governino noi.

L’Occidente cieco davanti al Grande Disordine ‎

L’essenziale dell’antica tragedia consisteva nella “catarsi” che essa sapeva produrre. Lungi dall’essere la semplice rappresentazione di sofferenze e sciagure, essa doveva condurre alla conoscenza della loro natura, così che noi mortali potessimo esser pronti ad affrontarle. Attraverso il dolore si impara. La tragedia è maestro. Questa l’antica sapienza. Soltanto così credo sia possibile anche rendere vero omaggio alle vittime. Retorica, frasi fatte, insistita ignoranza su ciò che le ha uccise, non sono che la loro morte seconda.

Si vanno sprecando analisi “tecniche” sulla strage di Nizza – chi era il terrorista? Un lupo solitario? Un membro effettivo dello Stato islamico? Si discetta sulla sua formazione coranica. Si svolgono indagini sociologiche sulla vita delle periferie e delle minoranze (per il momento) islamiche al loro interno. Alti, e giustificatissimi, lai, poi, sui servizi di sicurezza e di intelligence. Idem per gli eventi turchi, di colossale significato: potenze occidentali evidentemente colte di sorpresa (come per le primavere arabe, come ormai sempre o quasi); filologia sugli errori commessi dai golpisti; interrogativi su Erdogan: più forte, meno forte? Tutto giusto, tutto bene. E tutto di una patetica insufficienza nei confronti del disordine globale in cui stiamo vivendo. Come è possibile non avvertire che questi drammi sono tante ondate che si vanno abbattendo su ogni nostra antica “terra ferma”, espressione ciascuna di un solo, colossale tsunami? Non dovremmo cercare di decifrare le grandi faglie telluriche che stanno dando di cozzo, rovinando l’una sull’altra? E da dove iniziare se non da noi stessi?

Una cultura o una civiltà può essere attaccata mille volte e nelle forme più violente, ma la sua crisi è sempre essenzialmente il prodotto di contraddizioni e lacerazioni intrinseche al suo assetto. Attacchi e sfide “ambientali” fanno, anzi, crescere gli organismi vivi e determinano il collasso soltanto di culture ormai spente. Se di fronte all’attacco si resiste soltanto, esso si trasformerà in assedio. E anche la sacra Ilio alla fine cade. Alla sfida si risponde solo con potenza riformatrice, imparando dagli errori commessi, rinnovando istituzioni e linguaggi. L’Occidente ha invece continuato a credere, e ancor più dopo la caduta del Muro, che la sua cultura costituisse un’infrangibile rete gettata sull’intero pianeta.

L’indubitabile, colossale successo della razionalità tecnico-scientifica, di cui l’Occidente è patria, si è trasformato paradossalmente in una sorta di fede religiosa: che le sue forme di vita, le sue istituzioni, i suoi principi etici fossero teleologicamente destinati a diventare quelli dell’intera “razza umana”, perfetta espressione di “diritti umani”. Niente fallisce come il successo, disse un saggio. Quanto più apparentemente “perfetto”, tanto più capace di addormentare. Avrebbe potuto lo straordinario successo tecnico-economico combinarsi con il riconoscimento delle altre culture o “individualità universali”, con politiche di aiuto, di amicizia ai popoli dei Paesi che oggi stanno esplodendo, e non ai loro rais, sultani e dittatori? Non lo so. Compito arduo. Ma questa era la sfida.

E invece quella dell’occidentalizzazione è stata la scelta, dettata, lo ripetiamo, dalla cieca fiducia che tale modello fosse il solo naturale-umano. Cosa è avvenuto? Che esso è clamorosamente fallito in tutte le sue promesse in tutti i Paesi islamici. Non erano forse movimenti occidentalizzanti quelli che hanno portato al potere colonnelli e generali? Non erano fiduciari di potenze occidentali questo o quel sultano locale, questa o quella dinastia? Tale forma di modernizzazione, che si sposava pure a un nazionalismo di pretta marca occidentale, perfettamente estraneo a ogni tradizione islamica, è fallita. Prometteva sviluppo all’occidentale, ha prodotto guerre e miseria.

Lo sfascio del golpe turco è emblematico. Segna una svolta definitiva. Mai più un esercito “occidentalizzato” (come per forza lo sono gli eserciti) potrà essere creduto quando promette pace e benessere. La vittoria di Erdogan si spiega così; la sua riforma in senso islamico del “credo” di Ataturk è imposta dal crollo nei fatti di quell’idea di modernizzazione, non solo economica, ma politica, che ne costituiva il perno. Lungi dal fondare le premesse per uno sviluppo democratico, essa ha condotto a una proletarizzazione di massa, a feroci disuguaglianze tra élite dirigenti e popolazione, a endemica corruzione. E quale destino attende una civiltà accerchiata da moltitudini immense di proletari, disperati, ma nient’affatto rassegnati,e che avvertono ormai, esattamente come noi “metropolitani”, nel fatto della disuguaglianza un’intollerabile ingiustizia?

Ma alla proletarizzazione delle masse dei Paesi islamici corrisponde un processo analogo in Occidente. Per la presenza crescente di immigrati, per la differenza nei tassi di natalità tra questi e gli “indigeni”, certo, ma anche per politiche sociali e economiche, dopo la fine dell’”era welfare” o dell’età socialdemocratica, che hanno oggettivamente penalizzato le fasce più deboli della popolazione, sacrificato ogni idea di solidarietà, tradendo il “patto” su cui si erano costruite le nostre democrazie dopo il suicidio di due guerre mondiali. Cosi la colossale pressione esercitata dal proletariato esterno si somma e si scontra con i processi di proletarizzazione all’interno, scardinanti condizioni e attese di quel ceto medio, che rimane perno di ogni assetto democratico.

Questa la miscela esplosiva già all’opera. Dalla quale non è possibile difendersi se non ripensando e riformando non solo le politiche economiche dell’Occidente, ma la visione stessa che l’Occidente ha di sé. Pensare di poter reggere un ordine globale sulla base degli interessi economici, da regolare al più con qualche lex mercatoria, significa non pensare. La radicale crisi che investe le classi dirigenti occidentali, quella secessio plebis dalla loro autorità che si manifesta ogni giorno più drammaticamente, non è il prodotto di un attacco di alieni, ma della loro impotenza ad affrontare il salto d’epoca sul suo terreno proprio, culturale e politico. Le leadership europee e americane, al comando, assai più che alla guida del pianeta durante gli ultimi trent’anni, hanno assecondato, se non favorito, una globalizzazione che moltiplica i fenomeni di esclusione e disuguaglianza.

Destra e sinistra pari sono agli occhi di settori vastissimi di opinione pubblica e anche di quella sua nobile minoranza che continua a votare. Di quante Brexit avremo bisogno per comprenderlo? Di quanti Trump? Di quanti sondaggi del “Washington Post” per cui il 72 per cento degli americani pensa che i politici non siano degni di fiducia e il 64 per cento che le istituzioni non funzionino? O si pensa di affrontare la crisi mettendo insieme le vecchie forze, resistendo appassionatamente abbracciati in “grandi coalizioni”, democristiani e socialdemocratici, socialisti e gaullisti, laburisti e conservatori?

Mefistofele è un potente seduttore; la strada per l’inferno attende le civiltà incapaci di affrontare il pericolo trasformando se stesse.

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