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Europa terra di pace

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Pubblico il discorso che ho tenuto al teatro Verdi di Gorizia in occasione dell’incontro “L’Europa luogo di superamento dei conflitti” alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor.

Signor Presidente della Repubblica,
Signor Presidente della Repubblica di Slovenia,
Signor Sindaco, illustri Ospiti,

colgo con estremo piacere, e animata da un vivo sentimento di riconoscenza, l’occasione di portare il saluto della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia al cospetto dei più alti rappresentanti dello Stato italiano e dello Stato sloveno, qui convenuti in Gorizia.

Esprimo la mia profonda gratitudine al presidente Mattarella per l’attenzione assidua e quasi affettuosa che egli continua a dimostrare nei confronti del nostro territorio. La sua presenza in diverse solenni ricorrenze legate alle commemorazioni della Grande Guerra testimonia una non scontata consapevolezza istituzionale, del travaglio patito sul cosiddetto confine orientale nel corso degli ultimi cento anni. Gli atti compiuti – ricordo la recente visita di Stato a Lubiana e tra gli altri l’onore reso al tricolore stamane a Trieste – tracciano un quadro eloquente del pacato ma fermo equilibrio con cui Lei, Signor Presidente, ha inteso svolgere la lettura del passato indirizzandola a comprendere il presente e a costruire il futuro.

Un sincero e schietto saluto al presidente Pahor, un vero amico del Friuli Venezia Giulia che qui a Gorizia è a casa sua. La spontaneità, la franchezza e la concretezza sono stati il segno dominante in tutti gli incontri che abbiamo avuto, e mi sento di dire che sotto lo stesso segno si collocano i rapporti tra la nostra Regione e la Slovenia. Siamo più che buoni vicini, condividiamo i problemi e ci impegniamo a risolverli: nei tempi difficili che viviamo, nemmeno questo è un fatto che si può dare come scontato. Se Lei, Signor Presidente Pahor, è un punto di riferimento per la Slovenia e un autorevole interlocutore per tutta l’area, ciò si deve anche a un approccio nuovo, trasparente e dinamico, verso la storia e il ruolo attuale del Suo Paese.

Questo è un giorno denso di eventi e di significato che, per chi vuole leggere al di là delle ritualità del momento, ci assegna un preciso compito, etico e politico. Oggi infatti non torniamo solo a celebrare l’unione di Gorizia all’Italia, ma facciamo anche risorgere dalla memoria i luoghi in cui si consumarono acri sofferenze di popoli: due guerre, due dopoguerra, delitti e vendette, fili spinati e muri. Per troppi anni questa è stata la normalità della nostra terra: abbiamo troppo a lungo dimenticato che il confine, anche letteralmente, è ciò che ci unisce, è il punto in cui siamo più vicini, fino a toccarci, non ciò che ci divide.

Questa probabilmente è stata una delle terre in cui la lezione della storia è passata con maggiore durezza, tale da imprimersi quasi geneticamente in noi, e richiedendo una lunga elaborazione interna dei lutti prima di poter sfociare in potenti atti liberatori, come fu nel 2010 a Trieste lo storico Concerto dei tre Presidenti. Lo spirito costruttivo che da lì ha preso le mosse è poi divenuto inarrestabile, ha aperto dialoghi, consolidato fiducia, stimolato contatti. Dopo un secolo abbiamo aperto gli occhi e, insieme, abbiamo scoperto che anche per le nostre genti, anche per la terra delle mille ferite, era giunta l’ora meridiana della pace e della convivenza.

Quanto avvenuto non è stato l’esito fortunato di una misteriosa catena causale. E’ stata la conseguenza politica e umana di un grande progetto, che in Italia fu articolato da Cattaneo e Mazzini tra i primi, che vide tra i suoi padri nobilissimi Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, e tra i suoi fautori più fervidi personaggi come Adenauer, De Gasperi, Schumann e Jean Monnet. La nascita e l’affermazione dell’Europa come soggetto portatore di principi, come fonte di legislazione e come area di libero scambio di merci e persone è stata un evento probabilmente difficile da valutare nel breve periodo.

Sicuramente ne avremmo chiare le dimensioni qualora l’edificio dell’Unione Europea implodesse su se stesso, sotto l’urto di spinte che non siamo stati in grado di prevedere, prevenire e guidare. Senza cedere a toni apocalittici, è un fatto che la maturità dell’intera classe di governo europea sarà misurata sulla capacità di reagire in modo adeguato al fenomeno epocale delle migrazioni. E l’adeguatezza consiste in questo: che si può decidere di fare una cosa oppure un’altra, ma bisogna farla tutti insieme e nello stesso modo.

La rottura della solidarietà europea è una forte lusinga, perché promette che gli interessi nazionali e locali saranno difesi e ne trarranno vantaggio immediato. Intanto, però, si prenda atto che l’Europa ci ha permesso di godere di un vantaggio a lungo termine, rappresentato da una pace duratura che è riuscita a contagiare i Balcani occidentali.

La guerra non è più un’entità astratta e lontana. Dall’Ucraina alla Turchia, dalla Siria alla Libia, le fiamme di conflitti sanguinosi lambiscono l’Europa. Nelle nostre stesse città non ci sentiamo al sicuro, per attacchi terroristici che sono dichiaratamente atti di guerra. I nostri Stati, le nostre case, saranno più sicuri senza le istituzioni europee? Oppure sarebbe saggio lavorare per rinsaldarle, dare loro anima, identità e forza per respingere le minacce?

Sono le difficili domande del nostro tempo, di fronte alle quali è legittimo non esibire certezze. Sono domande che mi pongo anch’io, specialmente quando mi accade di soffermarmi a uno dei tanti sacrari, cimiteri di guerra o lapidi ai caduti che punteggiano questa terra, in Italia e in Slovenia. Rifletto anche oggi, riandando al giorno memorabile in cui Gorizia abbracciò il tricolore: grande l’orgoglio, ma quanto alto il prezzo.

Per questo, da presidente della Regione, da italiana, da donna, depongo al vostro cospetto Signori Presidenti, una speranza e un appello: che le strade aperte qui a Gorizia e qui a Nova Gorica, in quel gioioso, straordinario inverno del 2007, non si chiudano mai più.

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