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La seconda fucilazione

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cercivento Dopo un anno e mezzo di discussione il Senato ha stravolto il disegno di legge sui fusilaz di Cercivento che la Camera aveva approvato con 331 si, nessun contrario e un astenuto. Il ribaltamento di una decisione sostanzialmente unanime è, come dice oggi Paolo Rumiz su Repubblica, “una seconda fucilazione”.

Giustiziati due volte? Con uno schiaffo istituzionale che ha pochi precedenti, il Senato azzera il decreto sulla riabilitazione dei fucilati della Grande Guerra, approvato all’unanimità dalla Camera il 24 maggio del 2015, giorno della memoria in cui si vollero riabbracciare anche i ragazzi della “mala morte”. Tutto ribaltato: non più revisione dei processi, ma concessione magnanime del perdono. Soprattutto, nessuna riabilitazione, per evitare che «i Caduti nell’adempimento del dovere si trovassero considerati alla stregua di chi si è sottratto al dovere».
A seguire, un pignolissimo elenco di distinguo sul testo originale, che di fatto blocca il procedimento e rimette l’Italia in coda tra i Paesi belligeranti che, a distanza di un secolo, hanno riammesso nell’elenco dei Caduti tutti i fucilati senza distinzione.
«Ho servito la patria in divisa, ma non mi ci riconosco più», è il commento amaro di Mario Flora, nipote di uno dei fucilati di Cercivento, sui monti della Carina, uno degli episodi più neri della giustizia militare italiana. E aggiunge: «Rifiuto qualsiasi legge su questi presupposti e rigetto il perdono a degli innocenti». «Li hanno fucilati di nuovo», va giù duro Gian Piero Scanu, Pd, primo firmatario alla Camera. «Così si avalla la tesi che Norimberga fu un’ingiustizia, perché si condannarono militari ligi agli ordini», fa eco il compagno di partito Giorgio Zanin, relatore della legge. Reazioni furenti, soprattutto perché a sconfessare il testo originale è stato un altro Pd, Nicola Latorre, un passato dalemiano di ferro, con agganci forti alla lobby militare (memorabile il suo discorso sugli F 35: «Dire tagliamo i caccia per fare asili nido è demagogia o disinformazione»).
Sono partite lettere di protesta per una riscrittura ritenuta offensiva nei confronti dei deputati e anche dell’attenzione dimostrata dalla Presidenza della Repubblica in merito a un atto che avrebbe riconciliato l’Italia con un pezzo della sua memoria. Cosa è accaduto? Mistero. Certamente non basta il fatto che Forza Italia, che aveva votato compattamente a favore alla Camera, si sia messa di traverso e che il bellicoso (ma riformato alla leva) senatore Maurizio Gasparri abbia sparato a zero contro «una riscrittura della storia di orwelliana memoria» avallata alla Camera dal suo stesso partito. «Non si capisce quali pressioni abbiano determinato il voltafaccia», osserva il professor Marco Cavallarin, firmatario della petizione che, due anni fa, ha posto la questione al Paese con argomenti poi rilanciati da Repubblica. La spaccatura più vistosa è nella maggioranza. Forse per evitare che si mettesse in discussione la giustizia militare nel suo complesso, dalle carceri ai tribunali speciali. In realtà non si è compreso che un’attenta rilettura dei processi così come chiede il decreto nella sua formulazione originale avrebbe semmai riabilitato alcune delle procedure processuali dell’Esercito di allora, le quali furono non a caso accusate di “eccessiva mitezza” dal comandante in capo delle Forze Armate, Raffaele Cadorna. Nel suo libro Alpini alla sbarra, lo storico Damiano Leonetti spiega in proposito come mezzo battaglione di Penne Nere, sottoposto a processo regolare per aver rifiutato un attacco suicida sulla Croda Rossa di Sesto nell’agosto del 1915, fu assolto per riconosciute attenuanti e per il coraggio dimostrato in precedenti attacchi. Il problema sorse dopo il primo anno di guerra, quando il generalissimo, incapace di sfondare, scavalcò il codice penale militare ritenuto troppo garantista e vergò le sue famigerate circolari. Quelle che introdussero il terrore nella catena di comando, dando via libera alle fucilazioni sommarie e alle decimazioni per sorteggio, ovviamente a spese della sola truppa. La cosiddetta carne da cannone. Non a caso, nel nuovo testo, la parola “decimazioni” viene omessa e sostituita con “cruento rigore”, a far intendere che non ci sarà riabilitazione per i poveri cristi. I motivi? Si sprecano. Non si sa mai, i discendenti potrebbero nutrire «aspettative economiche risarcitone, e di recupero di emolumenti mai corrisposti». Al che si aggiunge la beffa, se non l’insulto, di sottomettere la redenzione di morti ammazzati a una loro «condotta positiva successiva alla condanna» resa impossibile dalla sentenza (analogamente, a suo tempo ai parenti di fucilati che chiedevano la revisione del processo fu risposto che «la domanda poteva essere posta solo dall’interessato»…). E poi, si afferma, i senatori non possono chiedere perdono per pene inflitte in nome del Re, e poi il Tribunale militare di sorveglianza non ha risorse adeguate, e poi l’Albo d’oro è chiuso da cinquant’anni, e bisognerebbe riscriverlo daccapo. Eccetera eccetera. Vietato giudicare il sistema Cadorna. Vietato soprattutto che le scuole siano coinvolte nel riesame, come si chiedeva all’inizio, e ciò, si afferma, per insufficienza delle «basi culturali di un adolescente». Scuse a valanga, pur di non rileggere la storia.

(Articolo di Paolo Rumiz pubblicato su Repubblica il 6 novembre 2016)

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