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Rispetto delle regole

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il-messaggeroPubblico l’intervista rilasciata a “Il Messaggero” sulla gestione dell’immigrazione.

La rivolta della notte scorsa nel centro accoglienza di Cona getta altra benzina sul malcontento crescente degli italiani nei confronti degli immigrati. Solo pochi chilometri più in là però, in Friuli Venezia Giulia c’è un modello che finora ha funzionato. Nonostante questo però, poco prima di fine anno, la presidente della regione e vicesegretaria Pd, Debora Serracchiani, aveva scritto al ministro dell’interno Minniti chiedendo rinforzi.

Presidente Serracchiani, secondo lei cosa non ha funzionato a Cona?

«Una cosa che abbiamo constatato e che abbiamo cercato di evitare quando si è trattato di fare accoglienza è stato evitare i grandi assembramenti. Quando abbiamo avuto dei problemi, ad esempio di risse, è stato in situazioni in cui ci sono state tante persone da controllare, dove è difficile gestire il rapporto tra etnie e culture molto diverse tra loro. A Cona si è creata una situazione particolarmente difficile da monitorare, controllare e anche intervenire».

In cosa consiste l’accoglienza diffusa che avete adottato in Friuli Venezia Giulia?

«Si tratta di collocare piccoli gruppi di immigrati nei diversi comuni in maniera da poterli seguire meglio. E dove abbiamo avuto piccoli gruppi non solo non abbiamo avuto problemi ma siamo riusciti anche in operazioni di integrazione molto più forti, con lavori che sono stati affidati a queste persone in favore della comunità che li accoglie. Abbiamo un tavolo permanente con prefetture e questure che ci permette un controllo costante della situazione. Abbiamo la vigilanza sanitaria totale, e un posto di polizia in ogni luogo dove è presente un certo numero di migranti. E questo ha creato una forma di maggiore sicurezza. Infine abbiamo realizzato dei semplici dépliant, sul modello di quelli fatti in Germania, dove attraverso le figure e in più lingue straniere, si chiarisce ai migranti quello che si può fare e non si può fare sul nostro territorio».

Lei però ha scritto a Minniti per denunciare che anche nella sua regione il malcontento cresce e servono più forze dell’ordine che presidiano il territorio…

«Seppure complessivamente i reati calano e nella grandissima maggioranza non sono commessi da stranieri, la percezione di insicurezza e se vuole, di invasione, è molto alta. Occorre dare alla popolazione segnali precisi che la situazione non è fuori controllo. Ci sono stati anche qui degli episodi singoli, come un tentativo di stupro, atteggiamenti aggressivi o sequestri di droga che aumentano questa sensazione. Ci si aggiunga una campagna elettorale permanente del centrodestra, che su questo tema costruisce paure per poi assegnarne le colpe».

Puntare sui piccoli assembramenti non contrasta con l’annuncio del ministro dell’Interno di creare un Cie in ogni regione?

«Premesso che quel progetto deve essere chiarito a Comuni e Regioni, io sono contraria al Cie così come è stato utilizzato in passato. Diverso se stiamo pensando a tanti piccoli centri sparsi in tutte le regioni italiane nei quali entrano persone che in pochi giorni vengono rimpatriati perché ci sono tutte le caratteristiche per poterlo fare, dai trattati bilaterali agli accordi internazionali, alle condizioni giuridiche».

A quali altre soluzioni pensa?

«Intanto, come aveva già fatto il governo Renzi, una delle cose da fare sono gli accordi bilaterali e so che il ministro Minniti ha in agenda un viaggio in Africa, proprio per ricominciare questo tipo di azione fondamentale. Abbiamo bisogno di riscrivere le regole dal punto di vista giudiziario, perché i ricorsi contro i rifiuti della richiesta fanno si che queste persone stanno sul nostro territorio tanto tempo e quindi va rivista la procedura amministrativa e giudiziaria, legata alla richiesta d’asilo e si sta impegnando il ministro Orlando. Io non escludo il ricollocamento volontario, caldeggiato anche da istituzioni cattoliche come la Caritas e Migrantes, che prevede un contributo a coloro che vogliono tornare volontariamente nella loro patria. E poi, laddove ci sono delle persone che vengono sorprese in flagranza di reato, che subiscono condanne o che comunque delinquono, si rompe il patto dell’accoglienza, e se ne devono tornare in patria. E questo non è né razzismo né cattiveria, né cambio di rotta, ma semplicemente buonsenso, visto i numeri che stiamo affrontando».

(intervista rilasciata ad Antonio Calitri e pubblicata su “Il Messaggero” del 4 gennaio 2017)

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