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Il giorno del ricordo

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corona Nel Giorno del Ricordo la Regione Friuli Venezia Giulia e l’Unione degli Istriani hanno organizzato un convegno per non dimenticare gli errori, i silenzi e le vittime. Di seguito pubblico il mio indirizzo di saluto.

Signor Presidente dell’Unione degli Istriani,
Signor Prefetto di Trieste, Autorità ed ospiti tutti

Mi sia permesso rivolgere il primo saluto e il più caldo benvenuto al nutrito gruppo di studenti che oggi sono con noi, giunti a Trieste da varie località della Sicilia, nell’ambito del Progetto permanente del Ministero dell’Istruzione “Le vicende del confine orientale ed il mondo della scuola” cui partecipa e contribuisce anche l’Unione degli Istriani. E vorrei ricordare anche il gruppo di studenti valdostani che stamattina era a Basovizza. La presenza di questi giovani attribuisce senso profondo e valore autentico all’opera svolta da Istituzioni e Associazioni degli esuli in adempimento della legge istitutiva del Giorno del Ricordo. Ringrazio dunque i giovani siciliani e i loro docenti, augurando loro che da questo viaggio riportino comprensione e appartenenza verso una parte d’Italia che ha sofferto e che non c’è più, e vicinanza a italiani che a lungo la storia ha relegato in un cono d’ombra.
La Regione Friuli Venezia Giulia condivide intimamente, partecipa con convinzione e si impegna a promuovere azioni rivolte a rendere sempre più conosciuto e condiviso il dramma dell’Esodo e delle foibe. Non adempiamo semplicemente all’obbligo del rispetto di una legge dello Stato, ma vogliamo prendere su di noi almeno in parte il peso di una difficile eredità storica, che sentiamo ancora palpitante negli occhi degli esuli, nei racconti dei loro figli e nipoti.
È un’emozione che ho provato personalmente ogni anno a Basovizza, dove ho partecipato sempre con convinzione alla cerimonia sulla Foiba.
In questo senso, la serie di convegni dedicati al 70esimo del Trattato di Pace, da cui prese avvio il lungo e definitivo esodo degli Istriani, fa parte di quella presa in carico che spetta alle Istituzioni. Il ricordo e il confronto sono infatti fondamentali per superare i traumi e le divisioni del passato, nello spirito di una più profonda comprensione di accadimenti che hanno origine nei nazionalismi che hanno caratterizzato, con dinamiche diverse, l’intera Europa dalla metà dell’Ottocento fino alla fine del secondo conflitto mondiale.
Il cammino appare ancora a tratti difficoltoso, talora per una sorta di indifferenza diffusa che sembra il carattere dominante della nostra società, talora per l’artificiale reviviscenza di antiche contrapposizioni. Di una cosa siamo certi: per riuscire ad andare verso il futuro non si possono strappare le radici, non si può rinunciare a se stessi.
E allora noi non dimentichiamo, noi non nascondiamo il volto dinanzi alle verità scomode, ai silenzi e alle omissioni che tuttora feriscono la dignità e la memoria di italiani perseguitati o uccisi, colpevoli d’essere nati in terre perdute sul banco di una guerra sciagurata. Istria, Fiume, Dalmazia: nomi di terre che la Patria matrigna troppo presto ha dimenticato, dopo averle cedute. E dimenticate anche con mala grazia, se riandiamo agli anni dei trattati, da Parigi a Osimo.
Alla volontà delle potenze, alla logica dei blocchi, l’Italia non aveva ragionevolmente la forza di opporsi. Certo, si sarebbe potuto badare che quelle sigle apposte dai Governi in città lontane, avevano riflessi drammatici sulle vite della nostra gente.
Grazie dunque all’Unione degli Istriani, a chi ha saputo conservare e nutrire il ricordo, essendo continuo pungolo alle Istituzioni perché il riconoscimento fosse pieno e non solo formale. Ci ritroviamo qui dopo aver celebrato assieme i 60 anni della vostra Unione, ci ritroveremo in occasione della consegna del Premio “Histria Terra”. Le Istituzioni, anche la Regione, non ricordano solo per un giorno, ma si fa dovere di testimoniare, di proporre e di agire.
Non abbiamo mai smesso di chiedere che prendesse vita attiva il Tavolo delle Associazioni con il Governo, e lo chiederemo ancora. E per quanto può essere di diretta competenza di questa Amministrazione, colgo la solenne ricorrenza per annunciare l’impegno della Regione a dichiarare il Museo di Carattere Nazionale del Centro Raccolta Profughi di Padriciano quale “bene di interesse storico-culturale”, ai sensi del “Codice dei Beni Culturali e del paesaggio”. Unico allestimento espositivo di questo genere in Italia, da poco transitato nel demanio regionale, è meta obbligata per chi vuole conoscere o approfondire il dramma dell’Esodo giuliano-dalmata.
Perché chiunque visiti quella struttura, come è accaduto a me, non può che trarne uno sconvolgente insegnamento: tutto questo è stato – la paura, la perdita, l’esodo, le foibe – e va impresso nella memoria dei nostri figli, perché capiscano che centinaia di migliaia di innocenti possono soffrire o addirittura morire per colpe che non hanno commesso.
Che colpe avevano commesso quegli italiani che nel 1949 subirono l’offesa del nostro ministero degli Interni, che disponeva fossero rilevate le impronte digitali a tutti coloro che chiedevano il rilascio di un nuovo documento d’identità? Che colpa avevano commesso i bambini, per avere una pagella scolastica con sopra la scritta “Profugo”, quasi fosse una vergogna?
Non dobbiamo rischiare l’errore dell’oblio. Anche perché non sono vicende che hanno riguardato altri, tanto tempo fa, e che non ci riguardano più. E neppure sono fatti che si tolgono di mezzo negando che siano mai esistiti. Ripeto oggi quanto ebbi a dire nel 2014 nella Prefettura di Trieste al cospetto del Presidente del Senato: “Nessuno osi più mettere in dubbio la natura di quel misfatto, nessuno ne revochi in discussione l’impronta, tutti abbassino il capo dinanzi a quelle voragini in cui furono precipitati tanti italiani, ma anche croati, sloveni, partigiani monarchici, militari tedeschi, religiosi cattolici”.
Dimenticare tutto questo significa illudersi. Illudersi che la pace nella sicurezza e la libertà nella democrazia, oggi apparentemente acquisite in Europa, siano per noi un bene conquistato per sempre, un bene non a rischio.
Mentre nuove parole d’ordine e nuovi nazionalismi stanno pericolosamente seducendo i popoli europei, l’Esodo istrodalmata è simbolo vivente e ammonimento per tutti di cosa significhi subire l’intolleranza armata di violenza.
Di nuovo benvenuti e buon lavoro a tutti.

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