abbonati: Post | Commenti | Email

Sguardo al futuro

0 comments

piccolo Pubblico di seguito l’intervista rilasciata al quotidiano Il Piccolo, dove ripercorro gli anni di mandato da Presidente della Regione, tracciando un bilancio sulle cose fatte e le sfide che ci attendono nel prossimo futuro.

«Cinque anni possono anche bastare». È cominciata così, con una frase pronunciata quasi di getto a inizio settembre, la strada che ha portato Debora Serracchiani ad annunciare due mesi dopo la volontà di non correre per un secondo mandato al governo del Friuli Venezia Giulia. Dopo l’assemblea regionale del Pd, che ha sancito l’ideale passaggio di consegne, la presidente si è imbarcata su un volo per New York e non è più tornata sulla decisione di mettersi a disposizione del proprio partito per un impegno parlamentare nella prossima legislatura. «Ero svuotata e ho messo in ordine le idee», confida, ma la testa ha continuato a macinare, suggerendo le linee per l’azione futura, che Serracchiani immagina tra Roma e Fvg, sempre ammesso che i dem sappiano ritrovare l’identità e vincere le elezioni.

«Cinque anni possono anche bastare». Si è sentita liberata nel dirlo?

A sentirsi fare sempre la stessa domanda, rispondere è come togliersi un peso. Non è stata una decisione semplice. Volevo lavorare nel pieno dell’autorevolezza fino all’ultimo: ci sono dossier importanti da gestire.

Quando ha deciso?

Mi frullava in testa da un anno e mezzo. Ho voluto tanto l’esperienza amministrativa: coinvolgente, ricca di soddisfazioni e impegnativa. A un certo punto sono arrivate richieste di impegno a livello nazionale: è stato allora che ho iniziato a chiedermi se non avrei potuto curare gli interessi della regione in un altro luogo.

Quali sono stati i momenti più duri a livello personale in questi cinque anni?

La seconda metà del 2016. È stata dura, con l’apice in Consiglio regionale il 14 dicembre. Ma quella è stata anche una svolta.

La accusano di non portare a termine gli impegni, al parlamento europeo come in Regione.

Ho fatto un’esperienza bellissima e concreta al Parlamento europeo, ed altrettanto nell’amministrazione regionale. Chi fa politica deve passarci per toccare il mondo reale. Ho voluto completare il mandato, nonostante abbia avuto occasioni per andarmene prima.

Che partita attende Bolzonello?

Aperta e complicata. Abbiamo fatto molto e bene. Siamo disponibili a riadattare alcune cose. Abbiamo raggiunto buona parte dei nostri obiettivi e sono convinta che Sergio sia la persona giusta per governare il Friuli Venezia Giulia.

Un aggettivo per ciascuno degli aspiranti alla presidenza…

Bolzonello concreto. Honsell idealista. Riccardi destrorso. Tondo socialista. Fedriga assente.

Dopo l’assemblea non è riuscita a riconoscere nemmeno un errore: possibile?

Alcune cose avrei voluto farle meglio e prima. Tornando indietro cercherei maggiore condivisione sugli enti locali, con i sindaci rimasti fuori. Ma c’è un altro rammarico.

Cioè?

Avrei voluto introdurre un welfare di vero stimolo alla natalità. Credo che dovremmo provarci nella prossima legislatura, sperimentandolo in Fvg ed esportandolo a livello nazionale, come abbiamo fatto col sostegno al reddito. Non il bonus bebè una tantum, ma un intervento sul modello francese. Servizi dedicati e un contributo economico per ciascun figlio, dalla nascita ai diciotto anni, da far gestire in autonomia alle famiglie: un patto fra cittadini e Stato per investire sulla famiglia e garantire condizioni di partenza alla pari. Per coprire gli alti costi si possono razionalizzare gli aiuti sparsi e frammentati di oggi (su rette degli asili, bollette, testi scolastici) e fare precise scelte di bilancio.

Ha senso aver avuto tanta fretta sulle riforme?

La politica deve essere al passo della vita quotidiana. Ci abbiamo messo anche troppo.

Che effetto dà affacciarsi allo scenario nazionale e misurarsi col ritorno di Berlusconi?

Il mondo è andato avanti, ma l’orologio sembra tornato indietro. Responsabilità anche nostra che abbiamo dato risposte solo fino a un certo punto.

Una volta ha detto che trovava riduttiva per sé la definizione “renziana”. Qual è lo stato di salute del renzismo?

Ho sempre faticato a farmi chiamare col cognome di un altro: vale anche per Renzi. Non è questione di renzismo, ma di difficoltà del centrosinistra italiano ed europeo a governare senza dividersi.

È una caduta libera…

Dobbiamo ritrovare riferimenti valoriali, superare personalismi e punti di vista stretti. Tornare a ragionare sui grandi temi, a cominciare dagli effetti della globalizzazione.

Oggi nel partito è più isolata di un tempo?

Sono stata vicesegretaria e porto con me un bagaglio di esperienza che metto a disposizione. Non conta il mio ruolo futuro, ma che il Pd ritrovi se stesso e cominci a correre.

Cosa deve fare il partito per uscire dalle secche?

Recuperare presenza territoriale, perché siamo stati troppo chiusi nel Palazzo. Tornare a fare formazione della nostra classe dirigente: l’esperienza e la competenza non si improvvisano. Credere nell’Europa.

Si sta spendendo sull’alleanza con le sinistre: niente abiure, dice, ma cosa offrite in cambio?

A livello nazionale difendiamo i 900mila posti del Jobs Act ma siamo pronti a intervenire sui licenziamenti, che non significa articolo 18. In Fvg siamo pronti a riadattare le Uti e condividere le scelte sul lavoro, ma chi ha governato con te non può chiedere di cancellare scelte fatte assieme.

Ha esordito dando un 4 a D’Alema: oggi che voto gli darebbe?

Senza voto. Mi amareggia piuttosto il comportamento di Bersani.

L’avversario è il centrodestra o il M5S?

Il centrodestra. Ma non so quanto resterà unito: le differenze interne sono profonde.

Difficile che alle politiche emerga una maggioranza. Che succederà?

Vorrei che l’Italia si mettesse alle spalle governi tecnici e instabilità. Dobbiamo vincere e quello che succederà lo verificheremo dopo il voto.

Cosa rappresentano Grillo e Di Maio, cosa i loro elettori?

C’è ancora una gran voglia di cambiamento, ma i capi del M5S rispondono non al cambiamento ma all’insofferenza.

La Lega di Salvini è un pericolo?

La nuova Lega parla di immigrazione e politica estera come i Cinquestelle. Sono una destra che non ha niente a che spartire con i moderati.

Approverete Ius soli e biotestamento?

Bisogna allargare la rete dei diritti, dopo le leggi su unioni civili e Dopo di noi.

Sui migranti il vostro atteggiamento è cambiato in modo repentino.

Nessun buonismo. La Regione non si è girata dall’altra parte: abbiamo preferito l’accoglienza diffusa ai grandi campi, per tener conto dei diritti di chi arriva e dei nostri cittadini.

La sua legislatura verrà ricordata per l’impegno sulle infrastrutture. Cosa serve all’Italia?

Ricucire l’esistente, come fatto qui. Mettere insieme quel che abbiamo e collegarci con l’esterno: bene la riforma di porti, interporti e aeroporti. Bisogna collegare le cose che ci sono e capire cosa manca. In Fvg abbiamo poi trovato le risorse per investire e il porto franco è uno dei miei maggiori risultati.

L’hanno accusata di stare troppo a Roma e ora a Roma ci andrà in pianta stabile. Che farà per il Fvg dalla capitale?

La presenza a Roma ha sbloccato molte cose e ha costruito relazioni. Io e gli assessori siamo stati presenti a tutti i tavoli aperti e siamo stati interlocutori forti su sanità, edilizia pubblica, portualità, esercizio dell’autonomia. Monitorerò tutte le partite che ho aperto.

Si candida anche all’uninominale? E che ruolo immagina per sé a Roma?

Ne parlerò col partito e mi metterò al servizio della regione e del Paese.

(Intervista di domenica 3 dicembre 2017, rilasciata a Diego D’Amelio per il quotidiano Il Piccolo)

Segnala questo post anche su:

Leave a Reply

Prossimi appuntamenti

Clicca su Agenda per visualizzare il calendario completo